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Martedì, 14 Giugno 2005

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Ai posteri

Archiviato in: Metodo — francesco @ 10:42

Ora bisognerà vedere se la magistratura darà una mano ai referendari di oggi o a quelli di ieri. Cioè, se il conflitto palese fra l’art.1 delle legge 40 e l’impianto complessivo della legge 194 verrà risolto da un giudice con l’incostituzionalità dell’una o dell’altra. Allora se il giudice opterà per la seconda sarà "magistratura comunista", se sceglierà per la prima, tutti, anche i cardinali, si defileranno dall’intervenire direttamente e si potrà finalmente sbandierare ai quattro venti la laicità dello Stato.
Al di là di ogni considerazione e battuta, bisognerà pur riflettere sul nostro paese e il suo rapporto con la democrazia. Sono dieci anni che il referendum non raggiunge il quorum. Vorrà dire qualcosa, o no? Quest’ultimo "fallimento" dice che il tema non resuscita lo strumento. Ieri sera ascoltando Pannella in tv, a Porta a Porta, ho pensato che se lui "è" il referendum è giusto che non si vada a votare. La sua retorica è impossibile, scorre sui timpani come aria cattiva. I tempi sono cambiati: gli italiani credono sempre meno che il destino passi da un loro intervento diretto in politica e si muovono per essa solo quando lo scontro segue le direttrici stabilite al centro. Gli italiani devono essere rassicurati. E’ in questo costante e latente stato di insicurezza e prostrazione che affonda il suo maglio il vulnus della mancanza di laicità del paese e dello Stato. Non è un problema solo nostro, ma da noi il livello è patologico. Ovviamente c’è differenza di valutazione politica tra un referendum come quello sull’art. 18, a percentuali di votanti simili, con i No in schiacciante maggioranza, e questo sulla procreazione medicalmente assistita che, a parità di votanti, totalizza una maggioranza schiacciante di Sì, ma la sostanza del problema non cambia. Non mi stupirei di scoprire che l’identità dei No di allora è la stessa dei Sì di questa volta. Siamo sempre gli stessi o quasi: ciò che resta della cultura degli anni 60 e 70 e della coscienza attiva di chi si sente un cittadino sempre, secondo il senso della libertà intesa come partecipazione.
Se "destra" e "sinistra" si dividono la coscienza della maggioranza degli italiani prende il sopravvento e va altrove. Ma dove va questa coscienza? Al mare? Non solo. Domenica è stata pure una giornata di tempo incerto. Non credo che gli italiani non abbiano capito i quesiti. Gli italiani li hanno rifiutati. Non hanno perso l’occasione per mandare un ennesimo messaggio di diffidenza alla politica tutta, aiutati da politici e prelati di professione. Hanno interpretato a modo proprio lo strumento referendario, stravolgendone il senso. Anche questa è politica. Sia chiaro io non vedo nulla di rivoluzionario in questo atto, semmai un gesto di disprezzo fine a se stesso che va interpretato e a cui va dato un senso. E’ questa l’unica indicazione complessiva e di rilievo che emerge dal fallimento del referendum. Non c’è niente di fisologico in dieci anni di referendum senza quorum. E’ scaduto l’appalto dell’istituto referendario al partito radicale: troppo "comodo" prima, troppo scomodo adesso. Ma a maggior ragione, se uno strumento di partecipazione viene adoperato con rigore scientifico per raggiungere la negazione dei suoi obiettivi, cioè la non partecipazione, lo strumento è da cambiare e l’argomento da ridiscutere.
Infine, anche noi blogger per il sì abbiamo bevuto l’amaro calice della nostra impotenza. Ma anche se fossimo scesi per strada a fare baccano penso che sarebbe cambiato nulla o quasi. Il digital divide conta poco in questo caso. Ciò che divide noi da chi non ha votato non è un computer e una linea adsl. E’ una cultura nata anni fa e che oggi è una minoranza di una decina di milioni di persone. A pensare bene, mica poco.

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