Imbarazzi
Leggo con travolgente malinconia le autocelebrazioni di Berlusconi che si dà al 72% dei sondaggi (come in Trentino Alto Adige … dove ha perso). Lo ascolto ripetere - senza cedimento alcuno - sempre le stesse cose alle stesse folle plaudenti davanti alla stessa televisione pubblico-privata, come se fosse arrivato ieri alla politica e al governo del paese. Intanto, il segretario del pd si dice contrario al congresso, definendolo - chissà perché - un suicidio.
Si capisce che lui pensa di essere ancora vivo.
Beato lui. Io mi sento vivo solo quando prendo un aereo e vado all’estero. Parlo in inglese, in francese o in spagnolo. Scatto foto, acquisto souvenirs, leggo guide e libri. Ho una fidanzata straniera e penso che mi piaccia ogni giorno di più perché usiamo una lingua media per intenderci.
Allla chetichella ho scoperto che in alcuni paesi esistono ancora dei partiti socialisti e socialdemocratici, ma se lo incontrassi, il Veltroni, non gliene parlerei. Da noi la socialdemocrazia è il passato e bisogna fare il partito del futuro. Ma siamo troppo avanti. Manca il posto dove metterlo. I tedeschi non capiscono, i francesi neppure. Solo Villari ha capito qual è il suo posto.
Ci sono dei democristiani (del futuro, sia chiaro) che invece non vogliono morire socialisti. Ma promettiamogli di seppellirli in un cimitero non socialista, no? Immagino che la discussione sulla collocazione europea del partito democratico sarà un pezzo d’antologia. Non posso competere con la mia rozzezza e non posso neppure sperare si concluda prima del mio ritorno dal Messico.
Ma la colpa è anche mia. Perché mi limito a scrivere su di un blog. Una volta - vent’anni fa - di fronte a certe porcate sarei andato in un bar, in un’osteria, per discuterne; avrei magari affrontato a muso duro qualche simpatizzante di questo allegro gioco al massacro. Sarei andato al partito. Avrei chiesto di parlarne con il segretario. Avrei - addirittura - preso il telefono - l’unico allora, quello fisso, attaccato al muro - per parlarne con qualcuno.
Lo avrei fatto sapendo di avere qualche risorsa, di essere in qualche modo ascoltato: illusione giovanile e certezza delle proprie convinzioni avrebbero trovato il terreno giusto per congiurare insieme. La noia imbarazzante di queste giornate sta proprio nel fatto che mi sembra di camminare sospeso per aria, nel vuoto pneumatico di un surreale gioco delle parti. Anche perché non posso proprio più permettermi di illudermi come quando avevo vent’anni. Ma quanto mi piacerebbe.
In compenso registro la compattezza granitica delle mie convinzioni, la loro snellezza argomentativa, la loro evidenza palmare: così la mia assenza di coraggio nel fare si sublima nel dire. Rocce appuntite pronte a partire restano sui merli del castello come una valanga incerta: un vero peccato. Il bersaglio è lì, grosso come un orso puzzolente, ferito e goffo: gli è appena crollato addosso il proprio sistema economico e di valori di riferimento. Ma lo stato ipnotico generale prosegue come se nulla fosse accaduto.
Io non sono compromesso, io posso dire e anche fare.
Manca una dannata fionda, un’efficente catapulta. Il resto è pronto.

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