Sant’Anna non fa miracoli
Appena uscirà nelle sale andrò a vedere il film e lo commenterò.
Ma leggendo le interviste pare proprio che a Spike Lee di che cosa siano stati i partigiani in questo paese, di che cosa siano diventate le loro icone a distanza di quarant’anni e di che cosa possa significare in questo paese questa polemica su questa specifica strage non sa - e se se gliene importa per ragioni diverse dalle nostre. Non che sia una dannazione ma poiché dell’argomento si è occupato lui e senza che glielo avesse espressamente chiesto qualcuno, direi che io possa chiedergli conto di un evento che fa parte della mia storia perché fa parte della storia nazionale.
[ Nota a margine: avessimo un'opposizione degna di questo nome qualcosa avrebbe mormorato, sussurrato. Invece non ho sentito volare una scoreggia. Veltroni è più deludente che fumare un filtro di sigaretta]
Spike Lee, dunque, legge il romanzo di Mc Bride, Miracolo a Sant’Anna. La storia gli piace perché ha dei risvolti che a lui interessa mettere in risalto. Sa anche quanto casino potrrebbe provocare un film simile in Italia. Quindi produce la sua bella opera e mette i piedi in un piatto già puzzolente di suo. Qualcuno - i partigiani - si offende ma lui tira diritto e “non chiede scusa”. Poi, Re Salomone si impossessa del suo spirito e tramite la sua bocca veniamo a risapere che “i buoni e i cattivi” erano da entrambe le parti. Naturalmente uno che al propio cervello dal del tu non poteva farci mancare un’affermazione dal sapore filosofico: “sempre meglio parlare di questo piuttosto che parlare del Grande Fratello”. Ma chi lo ha detto?
Se uno parla di figa - e ne capisce un po’ - riesce a non dire sciocchezze e a tacere di cose che non sa.
Io non sentivo la mancanza di un film che sostiene la tesi di un partigiano traditore (storicamente inventata) quale concausa di una strage, per vedere montare il solito polverone sulla storia nazionale.
Sul perché in questo paese abbiamo atteso sessant’anni per poter avere un processo contro gli stragisti nazi-fascisti di Sant’anna di Stazzema, Spike Lee un film non lo avrebbe fatto e non lo farà. Forse è come dice Claudia Morgoglione de La Repubblica, secondo cui “dopo aver visto Miracolo a Sant’Anna, resta la sensazione che la strage nel paesino toscano citato nel titolo sia solo un pretesto. Perché in realtà ciò che interessava, a Lee e a McBride, era mostrare il ruolo che un battaglione di soldati afroamericani - i Buffalo Soldiers - ebbe nella nostra guerra di Liberazione. E infatti sono quattro militari di colore appartenenti a quel gruppo, i protagonisti della pellicola: Stamps (Derek Luke), Bishop (Michael Ely), Hector (Laz Alonso) e il mastodontico e infantile Train (Omar Benson Miller).”
Magari: ma se in nome dell’interpretrabilità della storia e del diritto all’imprecisione che un film può consentirsi di avere - che Lee cita come argomenti a suo favore - si fosse fatto riferimento alla strage di”San Filippo di Pampuria” avendo l’accortezza di non citare eventi storici troppo riferibili, il regista sarebbe anche credibile. Certo non si sarebbe fatto la pubblicità gratuita che si sta facendo ora grazie alla morbosità dei nostri media che del revisionismo hanno fatto un serial subliminale e purtroppo anche grazie alla scarsa memoria di questo paese. Perché se noi avessimo maggior rispetto dei nostri eroi, se avessimo studiato, ci fossimo soffermati per un attimo sui destini tragici di questi anonimi e casuali individui che hanno dato la vita senza un perché, sommersi dall’odio senza motivo di un esercito sconfitto e in rotta, accompagnato da un manipolo mal abortito di militi neo fascisti che rastrellavano e torturavano e lo chiamavano “Patria”, e provassimo a vedere nella loro casualità, semplicemente noi, le nostre speranze e anche le nostre facce, alle affermazioni di Spike Lee sarebbe seguito un sonoro e corale vaffanculo. E non per indisponibilità a discutere degli eventi storici controversi, ma perchè ci sono cose che appartengono alla nostra memoria nazionale così come sono e su cui non si discute se non c’è niente da discutere. Tanto più se lo si fa partendo da un presupposto falso e romanzesco.
Ed è un vero peccato. Perchè la storia del battaglione afro americano di stanza in Toscana vale davvero la pena essere raccontata. E non solo per aiutare un nero a vincere le prossime elezioni americane.

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