Quaquaraqua
Lamenti si alzano perchè Alitalia sarebbe stata svenduta, umiliata. Marcezemola si desta. Un brutto risveglio a giudicare dal suo immediato tuffo in politica per atterrare sul megafono di Formigoni e dargli voce, invocando moratorie (sic) per Malpensa.
Gasparri dice una cosa, Alemanno il contrario. I sindacati invece si ribellano: il parco buoi di paraculati in Alitalia va difeso.
Berlusconi, poverino, si stava lanciando nell’ennesima impostura sui brogli. Fine del film. Ora dovrebbe dire qualcosa di commestibile politicamente. E infatti tace.
Il governo, invece, ci mette 90 minuti (novanta) ad accettare la proposta Air France-Klm. facendo finta di lasciare la porta aperta ad altri (impossibili) concorrenti.
Tuti sanno che quella di Air France è l’unica proposta possibile, realizzabile, fattibile, ad oggi, per evitare il fallimento della compagnia, il licenziamento di 20 mila dipendenti e la fine di Alitalia.
Io non capisco come e perché insieme i sindacati e la politica (tutta - a eccezione della sinistra arcobaleno - favorevole anche a forme di flessibilità indegne di una paese civile) possano stracciarsi le vesti se vengono considerati come esuberi 1600 dipendenti Alitalia, a fronte della certezza di lasciarli tutti e 23 mila a casa a fine giugno, di non avere più una compagnia di bandiera e di non potersene ricostruire una nell’arco di cinque - sei anni.
Ma i dipendenti Alitalia che on line hanno lanciato una petizione per la vendita della compagnia ad Air France sono dei fessi, dei lobotomizzati, hanno già un nuovo contratto di lavoro di Air France in tasca ?
A me sembra lampante come la vicenda Alitalia sia la prova pratica, tangibile, drammaticamente limpida di quella politica seduta sul paese che Veltroni ha assunto come suo bersaglio e ne ha fatto uno slogan. I seduti però non se ne schiodano; nessuno intende rinunciare alla propria porzione di paccottiglia ideologica, anche la più sfacciatamente indicibile.
Questa non è una campagna elettorale strana. In un paese in campagna elettorale permanente da quindici anni, ci si stupisce se a trenta giorni dalle elezioni tutto scorre con improvvisa noia. E’ difficile ammetterlo ma è finita la politica delle battute, degli show politico-spettacolari, degli insulti, degli schieramenti puri e duri, delle formulette pseudo-liberiste che lavano i peccati del mondo. Gli orfanelli del sistema della politica-champagne se ne dovranno fare una ragione.
Quel che è peggio è che è giunto così al termine il cammino di un paese che da potenza industriale di prim’ordine è riuscito a imboccare allegramente in mezzo a qualche milione di licenziati a vita e imprenditori della domenica la via del sottosviluppo, dell’inflazione, della recessione. La campagna elettorale è oppresa da questo stato di cose, non riesce a sollevarsi - con i suoi lazzi da ceto politico compiaciuto - sul vuoto che ha scavato intorno a sé. In odio (magari finto) alla politica si sono costruite carriere da ministro, mezze culture influenti, partiti, trasmissioni televisive. Proprio mentre tutto, persino uno stadio, diventava politica, la politica si è lentamente congedata da noi. Evaporata dalle pagine della cronaca specializzata e non, tenuta in un angolo, anestetizzata da amenità curiali medievali e dal peso asfissiante delle corporazioni, la politica è diventata un lusso che oggi non ci possiamo permettere.
Sarebbe già grasso che cola se riuscissimo a sbarazzarci in una legislatura - e senza spargimenti si sangue - di questa indegna seconda repubblica per proseguire mutatis mutandis sul cammino abbandonato alla fine degli anni 80, quando eravamo la quinta potenza industriale mondiale, avevamo genitori con stipendi altissimi e poiché non ci bastava, nutrivamo enormi speranze di cambiamento.

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