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Lunedì, 17 Marzo 2008

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Quaquaraqua

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 23:44

Lamenti si alzano perchè Alitalia sarebbe stata svenduta, umiliata. Marcezemola si desta. Un brutto risveglio a giudicare dal suo immediato tuffo in politica per atterrare sul megafono di Formigoni e dargli voce, invocando moratorie (sic) per Malpensa.
Gasparri dice una cosa, Alemanno il contrario. I sindacati invece si ribellano: il parco buoi di paraculati in Alitalia va difeso.
Berlusconi, poverino, si stava lanciando nell’ennesima impostura sui brogli. Fine del film. Ora dovrebbe dire qualcosa di commestibile politicamente. E infatti tace.
Il governo, invece, ci mette 90 minuti (novanta) ad accettare la proposta Air France-Klm. facendo finta di lasciare la porta aperta ad altri (impossibili) concorrenti.
Tuti sanno che quella di Air France è l’unica proposta possibile, realizzabile, fattibile, ad oggi, per evitare il fallimento della compagnia, il licenziamento di 20 mila dipendenti e la fine di Alitalia.
Io non capisco come e perché insieme i sindacati e la politica (tutta - a eccezione della sinistra arcobaleno - favorevole anche a forme di flessibilità indegne di una paese civile) possano stracciarsi le vesti se vengono considerati come esuberi 1600 dipendenti Alitalia, a fronte della certezza di lasciarli tutti e 23 mila a casa a fine giugno, di non avere più una compagnia di bandiera e di non potersene ricostruire una nell’arco di cinque - sei anni.
Ma i dipendenti Alitalia che on line hanno lanciato una petizione per la vendita della compagnia ad Air France sono dei fessi, dei lobotomizzati, hanno già un nuovo contratto di lavoro di Air France in tasca ?
A me sembra lampante come la vicenda Alitalia sia la prova pratica, tangibile, drammaticamente limpida di quella politica seduta sul paese che Veltroni ha assunto come suo bersaglio e ne ha fatto uno slogan. I seduti però non se ne schiodano; nessuno intende rinunciare alla propria porzione di paccottiglia ideologica, anche la più sfacciatamente indicibile.
Questa non è una campagna elettorale strana. In un paese in campagna elettorale permanente da quindici anni, ci si stupisce se a trenta giorni dalle elezioni tutto scorre con improvvisa noia. E’ difficile ammetterlo ma è finita la politica delle battute, degli show politico-spettacolari, degli insulti, degli schieramenti puri e duri, delle formulette pseudo-liberiste che lavano i peccati del mondo. Gli orfanelli del sistema della politica-champagne se ne dovranno fare una ragione.
Quel che è peggio è che è giunto così al termine il cammino di un paese che da potenza industriale di prim’ordine è riuscito a imboccare allegramente in mezzo a qualche milione di licenziati a vita e imprenditori della domenica la via del sottosviluppo, dell’inflazione, della recessione. La campagna elettorale è oppresa da questo stato di cose, non riesce a sollevarsi - con i suoi lazzi da ceto politico compiaciuto - sul vuoto che ha scavato intorno a sé. In odio (magari finto) alla politica si sono costruite carriere da ministro, mezze culture influenti, partiti, trasmissioni televisive. Proprio mentre tutto, persino uno stadio, diventava politica, la politica si è lentamente congedata da noi. Evaporata dalle pagine della cronaca specializzata e non, tenuta in un angolo, anestetizzata da amenità curiali medievali e dal peso asfissiante delle corporazioni, la politica è diventata un lusso che oggi non ci possiamo permettere.
Sarebbe già grasso che cola se riuscissimo a sbarazzarci in una legislatura - e senza spargimenti si sangue - di questa indegna seconda repubblica per proseguire mutatis mutandis sul cammino abbandonato alla fine degli anni 80, quando eravamo la quinta potenza industriale mondiale, avevamo genitori con stipendi altissimi e poiché non ci bastava, nutrivamo enormi speranze di cambiamento.

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Venerdì, 14 Marzo 2008

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Due pensieri diversi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 23:35

Ogni giorno prego perché chi non è libero trovi la strada che lo porti alla libertà, che chi ha fame possa mangiare, chi ha sete possa bere, chi ha guerra abbia pace, chi è infelice scopra prima ancora di come poterlo essere, che semplicemente può esserlo.
Non c’è luogo, non ci sono parti di mondo e umanità in cui non ci sia in qualche modo urgenza nel vedere esaudite queste preghiere.
Chi lotta come il popolo e il sangha birmano ci apre gli occhi su una realtà sconosciuta; chi sfida il potere militare e politico assoluto come accade in India e in Tibet vuole abbattere  la convinzione dell’ordinaria lotta senza successo di un popolo in rotta e destinato a soccombere.
Anche per chi è convinto che si possa morire felici e rinascere migliori, è impossibile non lottare per la libertà. La libertà è quella altrui.

Io credo che Berlusconi non abbia la più pallida idea di che cosa potrà fare una volta al governo. La politica estera è il campo minato del Pdl (insieme con l’economia) e le “trovate” della nuova missione mlitare in Iraq e il ritiro dal Libano sono salti in avanti che nascondono male le divisioni interne. Ma sono espresse pur sempre con quel tanto di sicumera che sembra serietà, e a chi si occupa poco di certi argomenti far balenare l’idea che “ora tutto cambi” ha sempre la sua efficacia: rinsalda le fila del proprio elettorato senza dare ad esso troppe spiegazioni.
Ora, io dico, se non è sulla politica estera che il Pd può fare la voce grossa, senza andare sulla difensiva, ora che si è lasciato alle spalle sinistra arcobaleno e centristi, vorrei sapere su che altro può farlo.
Veltroni chieda di poter ricevere ufficialmente il Dalai Lama, rimediando alla gaffe di qualche mese fa e con lui una delegazione di monaci birmani, o suoi rappresentanti;  proponga alla Ue - e contestualmente trovi nei democratici americani la sponda giusta per richiedere - la convocazione di una conferenza internazionale sul Tibet e sulle libertà in Asia. Sfidi l’ingiustizia con convinzione e spezzerà anche questa melassa demagogica che il Berlusca sta costruendo ancora una volta intorno a questa campagna elettorale.
Il Pd smetta di fare campagna elettorale e riprenda a fare politica come ha fatto fino a due settimane fa.

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Giovedì, 13 Marzo 2008

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Il decollo della campagna elettorale di Berlusconi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 23:25

In due giorni Berlusconi ha occupato le pagine dei giornali: l’altro ieri con la candidatura di Ciarrapico e ieri con il milionario da sposare. E naturalmente è partito il coro degli indignati.
Berlusconi dunque ci prova. E ci riesce. Lui si inventa la candidatura scomoda, poi la battuta e parte il fuoco dell’indignazione generale. E’ come fargli un complimento e permettergli di giocare la sua partita al meglio: sotterrare la politica nel gossip e nella drammaturgia.
Ci sono molti più uomini e donne che in questo paese incontrerebbero (e incontrano) volentieri scorciatoie del tipo evocato da Berlusconi di quanti non ve ne siano di disposti a fargli scontare pegni di natura morale o politica per avere detto quello che almeno una volta al giorno frulla nella testa di qualunque individuo.
E le motivazioni sono così profonde che la presunta offesa sostiene che lo voterà. Chiaro?
Altro che lontano dalle ansie dei giovani precari, come sostiene Uolter.
Lui le capisce così bene che quello che per molti è un insulto da lavare col sangue per la più “famosa” di loro è un evento secondario. A meno che non le avesse già presentato il figlio un’ora prima.

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Il tesoretto non c’è ancora

Archiviato in: Metodo — francesco @ 0:00

Se penso che la previsione dell’esistenza di un cospicuo malloppo da redistribuire a destra e a manca ha tenuto banco per almeno tre mesi e che la discussione sui destinatari dell’attesa elargizione è stata con ogni probabilità la causa efficiente che ha fatto scattare le manovre per determinare la crisi di governo e impedire che Prodi redistribuisse risorse dopo due anni di cinghia tirata al massimo, mi scappa da ridere quando leggo che oggi il famoso “tesoretto” non c’è … ancora.
Si prospetta una settimana di analisi econometrico-propagandistiche sul denaro che non c’è e sembrava ci fosse fino a un quarto d’ora prima. Toccherà a Veltroni e Bertinotti usare l’idrante per spegnere il fuoco delle palle caricate a molla dalla destra che già profetizzava - tempo addietro - l’insussistenza di risorse da distribuire.
Io sono sospettoso e diffidente, quindi penso che quel denaro ci sia, ma se Veltroni non ci convincerà sulla sua entità e consistenza reale prima del 14 aprile, temo che la sua rimonta sarà meno possibile.

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Martedì, 11 Marzo 2008

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DOCC - Democrazia d’origine controllata cattolica

Archiviato in: Metodo — francesco @ 9:43

La Chiesa non indica dice il cardinale Bagnasco. Ma si capisce che non indica perché non ne ha bisogno. Basta che fissi i paletti entro i quali secondo essa la democrazia deve muoversi ergendosi a controllore della moralità e della visione - ca va sans dire - della vita di tutti, nessuno escluso. Ai politici, ovunque essi militino, il compito di attuare il programma episcopale. Niente di nuovo: è la solita sbobba autoritaria dell’ormai consueto neo-papismo, con il quale la Chiesa interviene nelle vicende politiche del paese. Di qualunque paese in cui sia sufficientemente organizzata.
Il primo urlo di opposizione - e contestualmente di guerra - del dopo elezioni spagnole giunge proprio dalla grande sconfitta, la chiesa spagnola, che si appresta a combattere la solita battaglia su scala temporale illimitata su quei temi cosiddetti sensibili eticamente in cui c’è in gioco la libertà di scelta dell’individuo e la laicità dello Stato. Come se la libertà di scelta non avesse nulla a che fare con la democrazia in sé e non ne fosse invece il cuore, per la cui conquista la Chiesa è disposta a tutto pur di cancellare con esso il vizio di origine della democrazia moderna: quello di essere nata, di essersi sviluppata e di aver accompagnato il progresso scientifico- tecnologico e la crescita del benessere sostanzialmente senza alcun bisogno della sua tutela morale e culturale.

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Lunedì, 10 Marzo 2008

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Socialismi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:25

Perché in questo paese siamo costretti ad assistere alla resistibile ascesa dell’informe Partito Democratico, mentre in tutti i paesi europei, il nuovo millennnio non avrebbe seppellito i partiti di ispirazione socialista, giust’appunto perché non assimilabili a quelli portatori di ideologie totalizzanti, e li farebbe ri-vincere?
Basta aprire una pagina di giornale qualunque per trovare la risposta, anche se indiretta. Si potrebbe mai immaginare Zapatero andare in soccorso di un Mastella qualunque, legando anche solo per una decina di righe di articolo di giornale la propria storia a quella di un perecottaro di quella portata? Zapatero è leader di un partito che non è alla deriva e non ha bisogno di Mastella per far parlare di sé; Zapatero è socialista e basta. E ha vinto per due volte di fila, in un paese del Mediterraneo, con la Chiesa schierata contro (e con una confindustria veramente neutrale).
E mentre a Madrid si festeggia, irrompe il sostanziale silenzio di centro destra e centro sinistra sull’esito dell’elezione spagnola. Sembra che chi tocchi Zapatero muoia. Il convitato di pietra spaventa destra, ma - in modo davvero incomprensibile - anche il centro sinistra,  che forse preferisce crogiolarsi nei dati degli ultimi sondaggi e accontentarsi della prospettiva di non fare governare Berlusconi dopo il 14 aprile. E’ solo questo che si può fare? Peccato, perché l’avvio della campagna elettorale sembrava indicarci delle speranze, un percorso da seguire con entusiasmo. Ora non si può più parlare di generica deriva zapeterista. Dopo due vittorie nette e chiare, Zapatero si conferma come la sinistra riformista e laica che vince anche nel bacino mediterraneo. Chi si considera erede di quelle tradizioni che si rifanno al riformismo socialista e laico e non guarda in quella direzione è fuori del suo mondo. Veltroni e Boselli lo hanno capito? E Bertinotti non ha proprio niente da dire?

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Venerdì, 7 Marzo 2008

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La “pasta” di Montezemolo e Calearo

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 10:04

La vicenda del decreto sanzionatorio (e non solo) sulle morti bianche giunge nel bel mezzo di un dibattito molto importante, quello, che in una campagna elettorale da alcuni giudicata moscia, rimette prepotentemente al centro, dopo anni di mutismo, i rapporti tra le classi. Non resta da augurarsi che la campagna elettorale si ammosci sempre di più.
Il nuovo dispositivo era tanto più necessario se lo si associa alle svergognate prefiche di Confindustria, che come al solito con la voce del suo leader ci dà l’ennesima lezione di stile sostenendo di sapere che cosa si deve fare ma di volerlo fare solo se gli si dà ragione e un bel po’ di soldi. Disciamo pure che la cultura della prevenzione non è mai stato uno slogan molto praticato in viale dell’Astronomia. E se le sanzioni non salvano vite umane come sdegnatamente sostiene il cardinalizio Montezemolo, è pur vero che in Italia non ci sono due giurisdizioni: una per i padroni e un’altra per chi padrone non è. Non pretendo che il sindacato degli industriali e degli ereditieri faccia il lavoro dei sindacati dei lavoratori e dei precari. Proprio per questo bisognerebbe adoperare un po’ di pudore quando si parla di morti sul lavoro, morti che accadono in un paese in cui i controlli vengono disattesi costantemente. Con 1300 morti all’anno di lavoro le soluzioni si possono trovare solo dal solido palco costruito a norma di un convegno. Meglio sarebbe per incominciare, praticare quella prevenzione che viaggia tra il cervello e la lingua, grazie alla quale si impedisce alla seconda di tentare di recuperare maldestramente sulle reali intenzioni del primo che su certi argomenti non si è mai mosso dal tempo in cui andavano costruendosi le Piramidi.
Facciamo una buona volta una cosa semplice: facciamo che chi sbaglia paga, accetta, sconta la tragedia e se ne fa una ragione. Poi, una volta pagato il suo debito sconta la sua responsabilità etica e morale senza ulteriori punizioni. Ma non come se niente fosse successo.
La stessa prevenzione si sarebbe dovuta chiedere a uno come Calearo che non sarà il cavallo di Troia della destra nel Pd, ma solo l’ennesimo equivoco. Un equivoco evitabile nel prossimo futuro a patto di seppellire l’idea ormai defunta dell’imprenditore salvatore della patria perché produttore, non politico, e amenità simili, dopo quest’ultimo decennio di dimostrazioni chiarissime del contrario (non ultima la vicenda dei rifiuti in Campania in cui molte imprese del nord hanno giocato un ruolo criminogeno); poi non continuare a cercare strappi incomprensibili con la propria tradizione a patto di richiamarla in vigore quando bisogna spiegare chi si è in qualche salotto televisivo; e rimettere al centro il puro e semplice fatto che il capitalismo da un decennio a questa parte laddove “funziona” produce povertà in cambio di guerre.
Io il patto tra produttori lo voglio ma voglio potermi liberare di uomini come Montezemolo e Calearo, così come loro, ad oggi, possono legalmente liberarsi di me con un contratto a progetto, a tre mesi, a un anno, in nome della produttività e non della proprietà privata.
A guardare bene le cose da vicino, a differenza di quello che sostiene Montezemolo - sulla prevenzione e non solo - a Cuba, come in Cina, la pensano più come lui che come me.

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Giovedì, 6 Marzo 2008

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Dov’ è finito il buonismo di Veltroni ?

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:49

“Cummannari è megghiu che futtiri”, dice un antico intercalare siciliano. Deve essere questo il motivo per il quale, all’atto pratico, anche Topo Gigio Uolter sembra Capitano Nemo. Da quando è diventato segretario del Pd con un piglio che non ti aspetti ha fatto quello che un buono non fa. Poche mediazioni, niente estenuanti giri di parole, tanto che alla fine si può considerare colui che ha dato la spinta alla già consistente slavina che poi Dini e Masstella hanno trasformato in valanga per far defungere l’esperienza del governo Prodi. E’ lui che ha messo la coalizione che lo sorreggeva dinnanzi ai suoi limiti - quelli che oggi va ripetendo in continuazione - legandone subito i destini ma separandone poi il giudizio. Ed è per questo che continuare a sostenere che lui e Prodi sono uguali è un suicidio mediatico.
Poi ha fatto quello che pareva impossibile, un tabù. Si è separato dalla sinistra radicale e il trauma è durato una settimana scarsa. Andando da solo ha obbligato l’opposizione a fare i conti con il suo coraggio, l’ha spaccata in tre pezzi, ha poi messo alla porta De Mita, sta facendo stare insieme Binetti e Bonino, mettendo la parola fine alle pretese elettorali di quest’ultima in una sola giornata. Ha ignorato le urla di Famiglia Cristiana e dell’Avvenire. Ha candidato (secondo me sbagliando) un impresentabile come Calearo ignorando al proposito i mal di pancia di Parisi, ha infilato dei ragazzotti senza storia come capilista in circoscrizioni chiave, infischiandosene (era ora) dei giudizi di Cossiga e di quanti altri. Ha commesso almeno un altro errore: la mancata candidatura di Lumia in Sicilia infatti rischia di essere intesa come un gesto di debolezza. Non ha replicato né alle accuse non velate dell’escluso, né a quelle di Beppe Grillo (a cui Veltroni deve qualcosa). Non reagisce alle provocazioni.
Non replica agli insulti, non gioca la partita dell’avversario, ma solo la sua. Piuttosto non finisce sull’Ansa ma dice solo quello che vuole lui.
Veltroni non è un buono è un secchione che ha imparato così bene la lezione che non capisci mai se c’è o ci fa. E’ al di là di Berlusconi: Veltroni interpreta se stesso, non ha bisogno di sdoppiarsi nel presidente operaio, piuttosto che in quello infermiere o in quello imprenditore. Berlusconi ha (aveva) la risposta sempre pronta, Veltroni non risponde, alza la posta. E fino a quando durerà questo gioco, Veltroni potrà sempre sperare di vincere. Anche se non ha una scala reale servita.

P.S. Su Lumia, Uolter ci ha ripensato. Un errore in meno.

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Mercoledì, 5 Marzo 2008

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Malpensata

Archiviato in: Metodo — francesco @ 12:20

“Un Paese deve saper sopportare le perdite di certe aziende”. Ricordiamoci bene queste parole. Perché io non voglio fare il maligno ma se Malpensa fosse nel territorio di Bassolino e non in quello di Formigoni forse oggi Berlusconi direbbe che quello è un aeroporto in perdita secca, costruito senza una logica (quella dei due hub per nazione mentre tutte le nazioni del mondo ne hanno solo uno) fuori del mondo, (che sconta anche le logica cretina secondo cui ogni città deve avere un aeroporto) non collegato neppure da un trenino, il solito pacco voluto da un comunista o dalla logica statalista. E invece no. Qui siamo a casa di Moratti, Formigoni e Bossi, perciò certe cose non si possono sostenere. Anzi, bisogna salvare Malpensa e pure Alitalia.
Intanto: quanto perde Alitalia? L’ultimo bilancio dell’azienda dice 626 milioni di euro di perdita secca, più di un terzo del suo capitale. E Malpensa 200 milioni, con continue perdite di quote di mercato. Naturalmente Malpensa si può salvare ma bisogna uscire fuori dalla logica Nord contro Sud e trovare per Malpensa un ruolo che attualmente non ha.
E non solo. La Sea, la società degli aeroporti milanesi, ha un indebitamento netto di 444,5 milioni di euro ( e ha distribuito 240 milioni di euro agli azionisti).

Usciamo per un attimo dalla politica politicata. Di mestiere, attualmente, faccio l’agente di viaggi. Grazie a Malpensa vendo meno di quello che potrei. A trenta km da casa mia c’è Nizza, quarto aeroporto di Francia. Siamo in Europa, c’è il trattato di Schengen, vogliamo tutti il mercato, la libertà, il meglio. Io vendo viaggi. Per raggiungere Malpensa da casa mia i miei clienti impiegano 4-5 ore di treno + navetta, o 3 e mezza di macchina. Sapete quanti viaggi perdo?
Ho due enormi speranze. La prima si concretizzerebbe nell’acquisto della compagnia di bandiera da parte di un’azienda sana e solida, senza debiti, non costituita da cordate di “capitani coraggiosi” qualunque, che poi si rivendono il malloppo con i debiti ad amici degli amici e infine si fanno mantenere dalle banche (cioè da noi). Air France-Klm può garantire volumi di traffico ed efficienza? Allora che se la compri.
Se questo accadesse molti operatori italiani troverebbero anche conveniente lavorare con l’aeroporto di Nizza oppure io potrei lavorare con operatori francesi. E’ questa è la ia seconda speranza.
Ma in questo paese con una mano si vogliono salvare le aziende decotte, magari cedendole a qualche amico, lavandosi la bocca con la salvaguardia dei posti lavoro e con l’altra si vorrebbe tagliare lo Statuto di quei lavoratori della cui incolumità non vale la pena prendersi neanche mezza responsabilità.
Non si può pretendere poi di volare alto.

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Martedì, 4 Marzo 2008

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Calearo, chi era costui?

Archiviato in: Metodo — francesco @ 9:54

Davanti al televisore io lo guardo, lui parla: sistema subito Bertinotti mormorando in veneto che le cose normalmente sostenute dal presidente della Camera non hanno i piedi per terra. Mi viene in mente la tiritera democristiana contro il pci et similia ad anni 80 inoltrati. Gli esponenti della sinistra - si sosteneva con sicumera e supponenza, mentre si edificava allegramente l’attuale montagna di debito pubblico - “indossavano le braghe corte”; non potevano competere con la serietà dei governi riformatori di quel centro sinistra.
Non è un bell’inizio, quello di Anno Zero della settimana scorsa, ma mica lo so io che quello è il sig. Calearo, l’uomo del patto tra lavoratori e imprenditori - come sostiene Veltroni; l’industriale capolista nella circoscrizione Veneto I alla Camera che risolleverà le sorti del Pd in Veneto; il consigliere della Banca d’Italia di Vicenza, Presidente del Comitato locale di Unicredit e Consigliere amministrativo del Gruppo Athesis di Verona, società editrice de “Il Giornale di Vicenza”, “L’Arena” e “Brescia Oggi”; l’uomo forte di Federmeccanica che piace a Angeletti, ma un po’ meno a Epifani e anche l’uomo che investe in ricerca.
Massimo Calearo è un imprenditore bravo e figlio di questo paese: un piede in azienda, uno in banca, una mano nei giornali, un’altra nello Stato. Uno che é e che fa tutte queste cose a 49 anni, difficilmente può pensare di avere qualche torto da qualche parte. Come Montezemolo che ha più cariche che peccati, come Berlusconi che ha più conflitti di interesse che denaro, il Calearo Massimo è figlio dello squasso politico-istituzionale di questo paese. I loro curricula sono strutturalmente identici, una fotocopia mortificante dell’inciucio permanente, della vischiosità del sistema.
Stamattina lo risento su rai 3. Tra lo spazzolino da denti (rumoroso perché è elettrico) e il rasoio ho captato solo due cose. A prima vista Calearo non è un granché, ma lo vedo e lo
sento più soft, sembra quasi un moderato, anche se non è li per farsi sposare. Dice che il pd è moderno e non verticistico, quindi preferibile al pdl e che è vero che i suoi programmi sono molto simili a quelli del pdl ma che questo non sembra essere un suo problema. Lui è lì per rappresentare il Nord est produttivo, ecc. ecc.

Badate, io non so perché ma ogni volta che sento parlare questi produttori a me sembrano tutti indistintamente tristi, poco soddisfatti del proprio lavoro, ma molto di più del potere che ne discende. Anche Calearo ha ghigno un po’ troppo pronunciato e il suo linguaggio è troppo semplificato per essere onesto.
Ma attenzione! Lui è l’uomo del patto. Dunque, che ha fatto per meritarsi tanta stima?
Magari appena arrivato in parlamento passa dall’altra parte.
E mi interessa poco che dica qualcosa di centro sinistra. Piuttosto varrebbe la pena sapere se il “patto” lo ha già fatto a casa sua. E poi non è che gratta gratta, esce fuori che in azienda, in nome del “merito” abbondano - tra i quadri - figli e cugini?
Insomma, mutatis mutandis, avevamo un nuovo Adriano Olivetti e se n’è accorto solo Veltroni.
Il patto qual è ? Si parte dal concetto già espresso più volte da Veltroni che anche l’imprenditore è un lavoratore? Che in azienda non ci sono nemici? E il discorso vale in tutti e due i sensi? Cioè che anche il lavoratore é capitale, quindi imprenditore? Decide e non è solo deciso? Calearo è lì per questo? Non in nome del capitale o del socialismo ma della democrazia faremo la rivoluzione produttiva, allora.
E la melensa, ripetitiva - e anche offensiva - paccottiglia ideologica del decalogo confindustriale la butterà a mare Calearo?
La sinistra arcobaleno ha torto: attaccare l’industriale perché “falco”, stendendo un velo pietoso sui tradimenti costanti della sua classe operaia significa non voler capire, ma così vorrei mi si spiegasse che cosa significa Calearo in parlamento. Se è solo per prendere quattro voti ok, ma se è per cambiare il mondo vorrei mi si spiegasse meglio.

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