Oggi è il giorno del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, antiproibizionista convinto, che annuncia la necessità di punire, alla Naomi Campbell, i tossici, per il danno che arrecano alla società. Drogarsi fa male ed è vero, come bere troppo alcol e inalare gas nocivi. Ma non si punisce per questo la Martini, né la Q8. Tanto meno un alcolista o uno sniffatore di benzina. Ci sono voluti anni per far passare il concetto che guidare un’automobile in stato di sobrietà è il minimo che si possa pretendere. Una volta (vent’anni fa, mica tanto di più) anche a sinistra, si sosteneva che le sostanze stupefacenti essendo estranee alla nostra cultura materiale e non, dovessero essere guardate con sospetto. Poi, dinnanzi al paradosso dell’affermazione rispetto alla realtà che incedeva e contro l’interesse più o meno occulto a coltivare illegalità, si comprese che una (non l’unica) via era legalizzare il consumo e poi passare a punire i trasgressori (sia consumers che venditori). Per darsi una regola, insomma.
Oggi, le cose stanno ancora in un altro modo. Che siccome lo stupefacente fa ormai parte alla grande della nostra cultura e nessuno sa come fare per evitare che il vizio esista e si espanda, dinnanzi al corpo della droga ci dobbiamo arrendere all’evidenza e poi renderlo estraneo: il drogato fa schifo, è sporco, ruba, non lavora, assomiglia a uno zingaro. Puniamolo. Ora, se uno uccide va punito e lo stato di tossicodipendenza non cambia il giudizio, ma se uno si fa e lo si “obbliga a riparare il danno fatto, perché chi consuma droga alimenta un mercato criminale che è all’origine di reati di ogni tipo, dai più banali ai più efferati, e un clima di insicurezza che la gente comune non sopporta più.”, vorrei sapere come farà a riparare a tanto danno “pulendo la città o lavorando nelle case di riposo”. E poi: uno è criminale per proprietà transitiva? Se domani rendiamo illegale il vino puniamo chi ne beve senza che il suo bere crei danni concreti, ma solo perché ne fa uso?
A proposito. Questa lettera pubblicata ieri su Repubblica (Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista) narra dei tormenti di un uomo di sinistra alle prese con la ferocia della metropoli e i suoi riti, ormai estesi ad ogni periferia. Mettendo il dito sulla piaga dei doveri del cittadino e sui fraintendimenti politici della nozione, ci dice che cosa è oggi la relazione con il più debole (e quindi anche con l’extracomunitario che si comporta da “forte”).
L’odio verso la vecchietta o l’indifeso è un evento da far ribollire il sangue. Ancor più insopportabile risulta se questo proviene da uno straniero, che, con il gesto maleducato, irrispettoso o anche violento, sembra scavare un fossato tra “me” e “lui”, quando un comportamento normale passerebbe invece come inosservato e anche ovvio.
Esiste un comportamento che va sotto il nome di compassione, grazie al quale si entra in empatia con l’altro, lo si sostiene dopo e durante gli errori, o le disgrazie, lo si mantiene in vita, gli si indica una strada, mentre lo si salva dalle conseguenze dei suoi sbagli o anche solo delle sue insufficienze, magari del tutto involontarie, e lo si porta presso di sé. La compassione è un sentimento nobilissimo, senza carità pelosa, senza che lo spirito della delega possa sostituirsi al contatto direetto (l’aiuto concreto) o indiretto (la preghiera).
Ma non ha molto a che fare con la politica. E per fortuna. Se così fosse dovremmo associare lo spirito missionario di centinaia di preti e suore e laici cattolici ai comportamenti assai discutibili tenuti dalla curia sia sul piano teologico che politico.
Proprio per questo bisogna avere le idee chiare. Per esempio: i cinesi devono imparare l’italiano, come milioni di immigrati, anche italiani, hanno dovuto, e spesso con metodi brutali, imparare l’inglese il giorno dopo il loro sbarco a Ellis Island. E’ sbagliato dire che imparare la lingua del paese nel quale vivi è un segno di rispetto per il paese ospite. Non si tratta di un salamelecco gentile. Qui si parla di comunità di trenta- quarantamila persone. La questione è politica: e i ghetti sono il cuore della geo-politica.
I cosiddetti nomadi (i rom non lo sono mai stati) vanno integrati e inseriti in un contesto urbano, che non è più per nessuno di essi, un contesto “altro” rispetto alle aspettative del gruppo. Non facciamo gli ipocriti. I nomadi non si spostano più, cercano invece accoglienza. Il rom o il sinti che ruba è anche un ottimo capro espiatorio.
Inoltre, i tempi in cui i “barbari”, popoli davvero nomadi, abitavano i territori che dalla puszta giungevano fino ai territori della Mongolia e insidiavano a ovest l’impero romano e a est quello cinese, rappresentano il passato remoto. Ma sono quello che storicamente riferisce di una cultura nomade proattiva e pure vincente, soprattutto dopo che accettò le norme “civili” (da intendersi senza aggettivi e senza indicazioni di merito, ma semplicemente come le norme del residente, dello stanziale, dell’abitante di città).
Ciò che certi agglomerati rom esprimono è il disagio associato all’abiezione e all’ignoranza.
Non ci sono più nomadi felici.
Esiste una somma cretineria, ormai un tic, forse solo un’insieme di parole d’ordine e di riflessi condizionati - che consente di raccattare meno voti di quanti non se ne perdano
a causa sua - secondo cui quello che nuoce ai benpensanti favorisce la “rivoluzione”, o in sua assenza qualcosa che la ricorda, come la sinistra, e poi anche la cultura, la democrazia. Invece no. Quando è puro slogan, contrapposizione verbale, sfoggio di anima bella, che mai e poi mai ha provato a sporcarsi anche solo un’unghia delle proprie mani, favorisce il riemergere e il riconsolidarsi di convinzioni che sembravano destinate al museo degli orrori.
Ho studiato bene il colonialismo e ascoltare da Fabio Fazio lo scrittore Wilbur Smith tessere le lodi del colonialismo britannico che - bontà sua - avrebbe fatto un 30% di danni su un 70% di buone cose (ponti, stradde, scuole, civiltà…) mi ha fatto sorridere ma anche preoccupare.
Questi continui tuffi nel passato dimostrano tutta l’impotenza del presente. Questa maledetta testa che si volge indulgente all’indietro invece di guardare avanti, fa il paio, fatte (per ora) salve le proporzioni, con quella parte di Islam che lapida le donne, distrugge le scuole miste, ammazza i cristiani, annienta i Buddha millenari.
La nostra cultura migliìore ci dice che se trattiamo mille persone come cittadini, almeno novecentonovanta capiranno e non dimenticheranno. Abbiamo le prove. Anzi, quei molti chiederanno conto a quei pochi del loro comportamento. A prescindere dal paese da cui provengono tutti quei mille.
Però ci vogliono esempi e comportamenti chiari. Ci vogliono anche persone nuove. Soprattutto a sinistra.