Dispacci al vento
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Mercoledì, 30 Maggio 2007

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Un dovere

Archiviato in: Metodo — francesco @ 20:09

Io penso che l’insistenza di certuni sulla necessità normativa delle preferenze sessuali e familiari non sia già più l’ultima delle resistenze di stampo autoritario e tradizionalista che regolano i rapporti bio-sociali.
Penso che quegli attardati facciano parte a pieno titolo del campo della patologia sociale e individuale. Chi li difende - o li ignora - per ragioni meschine di calcolo politico o personale è come l’untore ai tempi della peste. Malati e untori insieme, lungi dal contagiare, difendendo o ostentando il loro terrore verso la libertà, sono i ganci che tengono appesi i quadri in cui si sviluppano: e la scena campestre di una famiglia normale in cui un marito uccide a pugni e schiaffi la propria unica moglie all’ottavo mese di gravidanza, e quella in cui in una piazza di Mosca qualche finocchio e qualche europarlamentare vengono circondati e presi a botte da nazi-skin e polizia.
Non bisogna però farsi sorprendere dalla tentazione di svellere ganci e scene.
Bisogna guardare tutto per capire che cosa fanno - se non proprio che cosa esattamente pensino - che cosa gesticolano e che cosa imitano quegli individui per poter far parte di questo - ormai alla moda - zoo post moderno, fatto di inutili celibi che incitano al matrimonio altrui e difendono i pedofili di casa propria, o di nazisti che difendono la famiglia tradizionale e si rammaricano di non poterne contare un numero maggiore tra quelle sterminate sessant’anni or sono - ma di israelite - per poi giungere all’unica, inesorabile conclusione che vuole li si tratti ordinariamente come se vivessero in gabbia, sebbene pensino di esistere come gli unici autorizzati a sentirsi straordinariamente liberi.

Il finale del filmato vale da solo gli otto minuti di girato. Un dovere mostrarvelo.

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Lunedì, 28 Maggio 2007

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A volte vincere non basta

Archiviato in: Metodo — francesco @ 20:17

Doveva essere un avviso di sfratto, è diventato un semplice inizio di spallata.
Per la Cdl, che al momento sta vincendo questa tornata elettorale, il risultato non è quello sperato. Persino la Sicilia riserva qualche delusione al centro destra:

Attuale Precedenti

Centrosinistra: 12 Centrosinistra: 10
Centrodestra: 19 Centrodestra: 24
Centro: 4 Lista Civica: 1

Il centro sinistra perde al Nord e non c’è dubbio che quello sia il dato davvero politico. Ma non ci sono crolli in città come Genova e La Spezia che possano far pensare alla slavina elettorale e politica.
Il governo, in ogni caso, se si vuole trovare il nesso tra quest’elezione amministrativa e lo scenario politico nazionale, è debole tanto quanto lo era prima dell’esito di questo voto. La percezione di questo elemento non è mutata per nulla, né in più né in meno.
C’è per il centro sinistra un problema enorme legato a una questione retributiva: quella che segue al versamento onesto di tasse e contributi da parte di quella fascia di pololazione che si snte a ragione di rappresentare la parte più produttiva dl paese. Ad esso devono seguire servizi certi e pensioni più che certe.
Ce n’è un altro che nasce dallo sconcerto nutrito da parte di gruppi sociali speciìfici che patiscono nel vedersi chiudere gli spazi nei quali erano soliti praticare quella furbizia che porta all’evasione, proprio mentre, ancora davanti ai loro occhi, qualcuno riesce ancora bene a esercitare quell’abitudine. La nostalgia per i bei tempi rischia di diventare un detonatore potentissimo se non si procede spediti per rendere irreversibili certi processi.
C’è poi una questione politica legata al messaggio della coalizione e alla sua chiarezza, che passa per il leader e la semplificazione politica dello schieramento.
Dopo la nascita del partito democratico sarebbe già dovuto muoversi qualcosa di più forte alla sua sinistra.
Invece, ancora non si è visto nulla di concreto.
Ma certo questa tornata potrebbe rivelarsi un campanello d’allarme proprio per Silvio Berlusconi che più di tutti sperava in un risultato senza ombra di dubbi, dopo che solo alcuni mesi or sono dalla coalizione era stato dichiarato a chiare lettere (Lega e An) che la questione della leadership si sarebbe posta certamente dopo il 2008 per l’età avanzata del candidato Silvio, se non ci fossero state elezioni anticipate. E’ comprensibile perciò che si odano urla di vittoria da destra e segnatamente da Forza Italia. Il partito che più di tutti ha chiamato il paese al referendum mentre il paese mai come in questo caso è rimasto a casa.
La politica è lontana, non vi è dubbio, ma il problema è generale.

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Giovedì, 17 Maggio 2007

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Il sindaco non riceve

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 21:08

La mignotta è un articolo che tira. Signora mia, se tira.
Il sindaco del muro, diessino dallo stile televisivo gesuitico, dice che le puttane fanno gazzarra e anche un po’ schifo. Con loro non ci parla, anzi: non parla con chi si prostituisce per strada. Stiamo tutti aspettando che si facciano vive le residenti.
Per di più, gli adulti che ne adoperano le grazie vanno multati. I bambini, infatti, potrebbero, vedendole nell’esercizio delle loro funzioni, anche di sfuggita, risentirne negativamente. Non è dato sapere se così tanto da diventare come Don Benzi oppure come Rocco Siffredi. E poiché sembra di subodorare al proposito un dilemma di tipo teologico, bisogna che si lasci la patata bollente (da intendersi senza sottintesi) a quel nuovo energumeno del pensiero che va sotto il nome di Monsignor Betori.
Noi più prosaicamente rivolgiamo il nostro pensiero alle lavoratrici del sesso che Zanonato vorrebbe non si sa bene dove e a fare cosa, purchè non sotto casa sua. Il sindaco applica il sistema meridionale delle discariche alle mignotte padovane.
Ognuno ha dunque le epidemie che si merita.

In tv, intervistato da Maurizio Mannoni a Primo Piano, il primo cittadino di Padova ha detto che per strada donne che si danno non ce ne devono più stare. E vabbè. Lui - dice - ne ha aiutato circa trecento a uscire dal ghetto della prostituzione, e su questo è tutto ok. Solo che poi non ha detto che cosa fare con quelle che nel ghetto della prostituzione non ci vivono perché hanno deciso che quello è il mestiere che si sono scelte. Mi riferisco ai trans (che si prostituiscono anche perché le operazioni e le cure cliniche cui si sottopongono sono costosisissime) ma anche a prostitute senza pappa, che sono molte, anche se non sono in grado di quantificare in nessun modo (e non ho letto alcuna stima al proposito). Neppure ci ha spiegato se pensa di piegare il racket con i vigli urbani.
Macché. Dinnanzi alla richiesta di fornire a noi comuni mortali la sua soluzione al problema, il sindaco ha risposto che quello non è il suo compito. Belin. E’ una risposta anche questa.

La questione non è certo semplice, ma neanche così devastante come la crea questa montante sensibilità cretina e bigotta. Non si tratta come dice qualcuno (Mannoni, per esempio) di scatenare un’inutile carica contro il più antico mestiere del mondo. Anche gli schiavi hanno fatto il loro lavoro per millenni ma ora, e non solo teoricamente, ne stiamo facendo a meno.
Neppure si può dire che il marito debba stare con i figli e la moglie a casa, come pateticamente sostiene Don Benzi, che accusa la prostituta di distogliere il maschio dalle sue incombenze di “dominatore” e “autodominazione”. E considera, come farebbe un fascistello qualsiasi, la manifestazione delle lucciole come “inammissibile ed inconcepibile“.
Come per la droga bisogna ammettere che il tossico c’è e la puttana pure. Fanno parte a pieno titolo della nostra società, dei nostri usi e costumi, come ne sono parte l’onesto e il disonesto, il pompiere e il piromane, l’astemio e il sommelier. Ad ognuno riserviamo (o dovremmo riservare) un trattamento come la legge conviene.
Così come ci sono l’alcolizzato che però è legittimato a bere alcool e il prete cattolico (unico e ultimo “ordinato” della cristianità a non prevedere per sé il matrimonio) che incita legittimamente alla continenza e poi stupra un bambino di tre anni. Nessuno pensa che tra le due cose, nei due distinti e diversissimi casi, vi sia un nesso criminogeno. Cioé, chi beve non è destinato a diventare alcolizzato, chi esercita la castità non è destinato a stuprare chicchessia.
Quindi accettiamo il prete, il bevitore di alcol e abbiamo finito per tollerare l’acolizzato, a patto che non desse - e non dia - manifestazioni del suo stato in pubblico, proprio come facciamo oggi con il tossico sporco e allo sbando mentre nemmeno ci accorgiamo o pensiamo che il nostro incravattato commercialista si faccia tutti i giorni.
Sostenere che vi sia un nesso tra l’accettazione dello stupefacente e/o del sesso a pagamento e ogni nequizia ad esso collegati rende il discorso puramente ideologico. Bisogna dire che cosa è un reato e che cosa non lo è. Se la prostituzione non è un reato si può esercitare anche per strada. Oppure si dica che per strada è reato e a casa, sulle giostre, nei boschi di querce, nelle serre di crisantemi, no. Ma si dica qualcosa. Anche lei sindaco dica qualcosa … di democratico.
Se la mignotta si spoglia per strada bisogna impedirglielo magari facendola spogliare in casa e poi redimerla, perché redimerla per strada mentre si spoglia è davvero impossibile. Ci sono milioni di clienti italiani che le dicono tutte le sere che non le conviene. Sono quei padri di famiglia o divorziati o singles, non si sa quanto equamente divisi tra destra e sinistra, che non aspettano la notte per scendare da Marte e appartarsi con una di quelle. E molti di loro ne hanno salvate almeno altrettante di quante ne hanno salvate Don Benzi e Zanonato.
Multarli non sposterà di un millimetro le questioni che si cerca di risolvere: quella dell’ordine pubblico, della “salvezza individuale” e tanto della moralità collettiva, intesa come salvaguardia dello sviluppo infantile e della quiete dei più anziani (ussegnur…). Inutile anche dire - come fa Zanonato - che in manifestazione a Padova c’erano quattro gatti (segnatamente quattro mignotte). Quelle che tutte le sere pagano il pappa a manifestare non c’erano di sicuro. Ma non risulta che fossero andate nel frattempo a chiedere asilo politico in Comune. Invece in piazza c’erano cinque consiglieri della maggioranza ad accoglierle, in aperta polemica con le sue decisioni.
Portare via una puttana dal racket è da considerarsi qualcosa di più di un atto meritorio, specie se si viene incontro a una libera scelta della ragazza che vuole uscirne. Lo stesso vale per il tossico, ma anche per lo spacciatore che solitamente tossico non è.
Ma noi dobbiamo sforzarci di distinguere: la prostituzione c’è sempre stata, i protettori pure, il racket no. Legalizzare la prima significa dare una forma a una materia troppo spesso fluttuante tra il moralismo e l’interessatissimo disinteresse. Mettere le donne (e i trans), tutte/i, nella condizione di scegliere, questo è un passo avanti. Quasi del tutto eliminati dal corso degli eventi i secondi, bisogna compiere un passo significativo nei riguardi del terzo che prospera sulle nostre discussioni sterili e gode di protezioni ormai intollerabili. Senza attendersi - dall’applicazione della legge - palingenesi morali, radicali modifiche del costume, uniformi comportamenti sessuali, che non si danno in nessun modo, con buona pace dei neo-naturalisti vaticani.
Infine, caro sindaco, lasciarsi andare a battute del tipo: “Chissa’ con questa storia, Kristal (la trans che ha organizzato la manifestazione, ndb) quanti clienti troverà” - sembra più lo sfogo di un cliente deluso che l’infortunio di un sindaco democratico.
Si lasci andare in un altro senso e riprovi il piacere di una fellatio.
Anche pagando.

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Sabato, 12 Maggio 2007

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Senza parole d’ordine (e Ds)

Archiviato in: Metodo — francesco @ 19:41

Abbiamo perso il referendum sulla procreazione assistita e sulla distanza abbiamo perso qualcosa di simile anche sui Dico. Si dirà che non si possono confrontare una manifestazione con un referendum. Certo che no, se i tempi non fossero quelli in cui il populismo mediatico e la demagogia più puzzolente e ipocrita che si siano mai visti da qualche anno a questa parte non la facessero da assoluti padroni. Oggi abbiamo toccato la vetta più alta mai raggiunta. Ma nessuno sa se siamo arrivati in cima. Se un cattolico non può essere di sinistra come dice Berlusconi, lo può essere però un divorziato che si vanta di fare le corna alla moglie in pubblico. Nessuno avrebbe il coraggio di dirvi che Berlusconi dovrebbe redimersi. Neanche Ratzinger credo. E d’altronde le vie del Signore sono infinite.
In realtà, in un paese in cui i referendum sono solo abrogativi, spesso non vengono rispettati e per di più sono disertati da anni, la chiamata alle urne è un test oltre che un voto. Perciò bisogna sussumere certi eventi come se fossero degli autentici test politici, delle pseudo votazioni.
Non sottovaluto il fatto che se si politicizza ogni argomento alla fine ci si divide per appartenenze e simpatie politiche, e invece di veder prevalere autentici sentimenti nei riguardi del motivo dello scontro, gli schieramenti andranno a costruirsi in base all’esito dell’ultimo decreto legge che fa pagare lo 0, 5% di tasse in più.
Ma non mi accontento di una spiegazione così semplice.
Voglio dire che essere laici non può essere solo un atto di coraggio come recitava la manifestazione di Piazza Navona, meno frequentata dell’altra (troppo meno). Ed è inutile dire che in Piazza San Giovanni c’erano le parrocchie, perché quello che conta è che a Piazza Navona è mancato un pezzo della sinistra, cioé i Ds, che si illudono se pensano di poter restare a metà strada ancora per molto tempo.
Oggi il “club dei cattolici” propone valori “forti”, predicati ogni giorno, appoggiati politicamente e che solleticano antichi usi mentali, pregiudizi mai superati, odi e paure. E’ come un ritorno alla culla, il trionfo del valore in sé.
I “laici” che fanno? Difendono lo Stato, le regole, si preoccupano dei conti pubblici, dei gay, fanno pagare le tasse. E fanno battute. Non c’è raffigurazione odierna più plastica e visiva del laico (e di sinistra), come del satiro. Il satiro sbeffeggia, dissacra, usa la lingua per capire e svelare il mistero. Ma la proposta, il richiamo a valori forti, il gusto per la battaglia culturale, il desiderio di rendersi riconoscibili sono del satiro solo in negativo, della politica invece solo in positivo.
Ricordatemi una parola d’ordine della sinistra e del movimento laico di questi ultimi dieci anni. Non me ne viene in mente nessuna.
Può darsi anche che il tempo sia galantuomo, ma “l’eroe della famiglia cattolica” come ha avuto modo di dire Mussi di Berlusconi, ormai potrebbe anche affermare che Veronica Lario l’ha sposata suo fratello e nessuno avrebbe nulla da dirgli. Soprattutto a sinistra.

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Giovedì, 10 Maggio 2007

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Family week end

Archiviato in: Metodo — francesco @ 20:06

In piazza San Giovanni ci saranno persone con almeno due famiglie intestate a proprio nome. Un giorno non basta. Ci vorrebbe almeno un week end per farle sfilare tutte. Per non parlare delle amanti e delle conviventi more uxorio cui i parlamentari hanno già riconosciuto tutti i diritti delle mogli, costruendosi dei mini-pacs pret a porter.
Dice il senatore di Forza Italia e presidente di Magna Charta, Gaetano Quagliariello: «Contesto il tentativo di ricreare la storica frattura tra laici e cattolici». A dimostrazione di questo discorso un altro senatore forzista, Paolo Amato, ha rivelato: «Sono massone, ma il 12 ci sarò anch’io, perché credo, da laico, in certi valori».
La confusione sotto il cielo è solo apparente.
Questo paese ha un’appartenenza alla famiglia e al clan di ordine secolare: sono le popolazioni ebraiche, irlandesi e italiane segnatemente del sud che caratterizzano la saga mafiosa di C’era una volta in America. Sono cinesi e giapponesi, imbevuti di confucianesimo e shintoismo con il loro ossessivo rispetto gerarchico e familiare, gli uomini che costituiscono le mafie del dragone e le yakuza orientali.
In effetti, la differenza non passa tra laici e cattolici, ma sempre più tra laici e neo-clericali, intesi questi ultimi come strenuamente impegnati a trovare una connessione innocua e senza penitenza con la Chiesa, più che con i suoi precetti e le sue teologie.
Ha fatto bene il Manifesto a ricordare che cosa Cristo diceva della famiglia, quel Cristo che sapeva quanto nella Palestina dei suoi tempi il sinedrio potesse contare proprio sui legami clanici per manetenere intatto il suo potere. Ma l’annuncio del Manifesto è caduto nel vuoto e non poteva essere diversamente. A nessuno interessa discutere di famiglia.
“La famiglia è tutto, in Italia può tutto” - diceva Moravia -, quindi non si discute, si impalma su uno stendardo e davanti ad essa ci si prostra. Intanto, ad essa diamo l’1% del pil mentre in tutta Europa si dà il doppio e in tutto il nostro continente ci sono i Pacs. Eppure la mafia in Belgio non controlla né il governo del Brabante, nè in Francia la prefettura della Normandia.

P.s. Ho avuto e ho una famiglia a cui voglio bene, che me ne ha voluto e me ne vuole. In questo momento vi scrivo da una casa in cui vivo con mio padre e mia madre. Al family day dovrei andarci io, per spiegare come si vive una family life senza passare per una diocesi ed essere liberi di restare o andare.

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Martedì, 8 Maggio 2007

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Legalità sincera e non della ventura

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 20:13

Oggi è il giorno del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, antiproibizionista convinto, che annuncia la necessità di punire, alla Naomi Campbell, i tossici, per il danno che arrecano alla società. Drogarsi fa male ed è vero, come bere troppo alcol e inalare gas nocivi. Ma non si punisce per questo la Martini, né la Q8. Tanto meno un alcolista o uno sniffatore di benzina. Ci sono voluti anni per far passare il concetto che guidare un’automobile in stato di sobrietà è il minimo che si possa pretendere. Una volta (vent’anni fa, mica tanto di più) anche a sinistra, si sosteneva che le sostanze stupefacenti essendo estranee alla nostra cultura materiale e non, dovessero essere guardate con sospetto. Poi, dinnanzi al paradosso dell’affermazione rispetto alla realtà che incedeva e contro l’interesse più o meno occulto a coltivare illegalità, si comprese che una (non l’unica) via era legalizzare il consumo e poi passare a punire i trasgressori (sia consumers che venditori). Per darsi una regola, insomma.
Oggi, le cose stanno ancora in un altro modo. Che siccome lo stupefacente fa ormai parte alla grande della nostra cultura e nessuno sa come fare per evitare che il vizio esista e si espanda, dinnanzi al corpo della droga ci dobbiamo arrendere all’evidenza e poi renderlo estraneo: il drogato fa schifo, è sporco, ruba, non lavora, assomiglia a uno zingaro. Puniamolo. Ora, se uno uccide va punito e lo stato di tossicodipendenza non cambia il giudizio, ma se uno si fa e lo si “obbliga a riparare il danno fatto, perché chi consuma droga alimenta un mercato criminale che è all’origine di reati di ogni tipo, dai più banali ai più efferati, e un clima di insicurezza che la gente comune non sopporta più.”, vorrei sapere come farà a riparare a tanto danno “pulendo la città o lavorando nelle case di riposo”. E poi: uno è criminale per proprietà transitiva? Se domani rendiamo illegale il vino puniamo chi ne beve senza che il suo bere crei danni concreti, ma solo perché ne fa uso?
A proposito. Questa lettera pubblicata ieri su Repubblica (Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista) narra dei tormenti di un uomo di sinistra alle prese con la ferocia della metropoli e i suoi riti, ormai estesi ad ogni periferia. Mettendo il dito sulla piaga dei doveri del cittadino e sui fraintendimenti politici della nozione, ci dice che cosa è oggi la relazione con il più debole (e quindi anche con l’extracomunitario che si comporta da “forte”).
L’odio verso la vecchietta o l’indifeso è un evento da far ribollire il sangue. Ancor più insopportabile risulta se questo proviene da uno straniero, che, con il gesto maleducato, irrispettoso o anche violento, sembra scavare un fossato tra “me” e “lui”, quando un comportamento normale passerebbe invece come inosservato e anche ovvio.
Esiste un comportamento che va sotto il nome di compassione, grazie al quale si entra in empatia con l’altro, lo si sostiene dopo e durante gli errori, o le disgrazie, lo si mantiene in vita, gli si indica una strada, mentre lo si salva dalle conseguenze dei suoi sbagli o anche solo delle sue insufficienze, magari del tutto involontarie, e lo si porta presso di sé. La compassione è un sentimento nobilissimo, senza carità pelosa, senza che lo spirito della delega possa sostituirsi al contatto direetto (l’aiuto concreto) o indiretto (la preghiera).
Ma non ha molto a che fare con la politica. E per fortuna. Se così fosse dovremmo associare lo spirito missionario di centinaia di preti e suore e laici cattolici ai comportamenti assai discutibili tenuti dalla curia sia sul piano teologico che politico.
Proprio per questo bisogna avere le idee chiare. Per esempio: i cinesi devono imparare l’italiano, come milioni di immigrati, anche italiani, hanno dovuto, e spesso con metodi brutali, imparare l’inglese il giorno dopo il loro sbarco a Ellis Island. E’ sbagliato dire che imparare la lingua del paese nel quale vivi è un segno di rispetto per il paese ospite. Non si tratta di un salamelecco gentile. Qui si parla di comunità di trenta- quarantamila persone. La questione è politica: e i ghetti sono il cuore della geo-politica.
I cosiddetti nomadi (i rom non lo sono mai stati) vanno integrati e inseriti in un contesto urbano, che non è più per nessuno di essi, un contesto “altro” rispetto alle aspettative del gruppo. Non facciamo gli ipocriti. I nomadi non si spostano più, cercano invece accoglienza. Il rom o il sinti che ruba è anche un ottimo capro espiatorio.
Inoltre, i tempi in cui i “barbari”, popoli davvero nomadi, abitavano i territori che dalla puszta giungevano fino ai territori della Mongolia e insidiavano a ovest l’impero romano e a est quello cinese, rappresentano il passato remoto. Ma sono quello che storicamente riferisce di una cultura nomade proattiva e pure vincente, soprattutto dopo che accettò le norme “civili” (da intendersi senza aggettivi e senza indicazioni di merito, ma semplicemente come le norme del residente, dello stanziale, dell’abitante di città).
Ciò che certi agglomerati rom esprimono è il disagio associato all’abiezione e all’ignoranza.
Non ci sono più nomadi felici.

Esiste una somma cretineria, ormai un tic, forse solo un’insieme di parole d’ordine e di riflessi condizionati - che consente di raccattare meno voti di quanti non se ne perdano
a causa sua - secondo cui quello che nuoce ai benpensanti favorisce la “rivoluzione”, o in sua assenza qualcosa che la ricorda, come la sinistra, e poi anche la cultura, la democrazia. Invece no. Quando è puro slogan, contrapposizione verbale, sfoggio di anima bella, che mai e poi mai ha provato a sporcarsi anche solo un’unghia delle proprie mani, favorisce il riemergere e il riconsolidarsi di convinzioni che sembravano destinate al museo degli orrori.
Ho studiato bene il colonialismo e ascoltare da Fabio Fazio lo scrittore Wilbur Smith tessere le lodi del colonialismo britannico che - bontà sua - avrebbe fatto un 30% di danni su un 70% di buone cose (ponti, stradde, scuole, civiltà…) mi ha fatto sorridere ma anche preoccupare.
Questi continui tuffi nel passato dimostrano tutta l’impotenza del presente. Questa maledetta testa che si volge indulgente all’indietro invece di guardare avanti, fa il paio, fatte (per ora) salve le proporzioni, con quella parte di Islam che lapida le donne, distrugge le scuole miste, ammazza i cristiani, annienta i Buddha millenari.

La nostra cultura migliìore ci dice che se trattiamo mille persone come cittadini, almeno novecentonovanta capiranno e non dimenticheranno. Abbiamo le prove. Anzi, quei molti chiederanno conto a quei pochi del loro comportamento. A prescindere dal paese da cui provengono tutti quei mille.
Però ci vogliono esempi e comportamenti chiari. Ci vogliono anche persone nuove. Soprattutto a sinistra.

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Sabato, 5 Maggio 2007

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Coraggio

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 19:31

Fatto il partito democratico, ora resta da fare il partito socialista. Qualcuno deve avere il coraggio di dichiarare chiusa per sempre la vicenda storica partita nel 1921, conclusa con la confluenza dell’ex pci nel partito democratico, passando in mezzo al crollo del sovietismo e dopo l’allontanamento dall’orizzonte politico di qualunque teorica “terza via”.

Quello stesso coraggio dovrà servire a fare una sinistra plurale sì, senza che si nasconda in malo modo una semplice sommatoria di vecchie appartenenze. Plurale nel senso che non si dà alcun partito socialista che non sia plurale, cioé laico, e che non sappia vedere con occhi sempre nuovi il rapporto tra libertà e eguaglianza, mantenendo con saggezza il timone fermo sulla salvaguardia del diritto al lavoro, alla sanità e al sistema pensionistico.
Quello che dovrà essere nuovo, sarà il contenitore, cioè la forma partito che si sceglierà. La sfida sta lì: nella direzione che si vorrà dare alla democrazia interna, cioè al modo di costruire il consenso intorno a sé.
Sia chiaro: se non si chiamerà socialista sarà solo una perdita di tempo. E di voti.

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Martedì, 1 Maggio 2007

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Iniziando il cammino

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 10:28

Ogni religione presenta le sue difficoltà.
Ma la prima per chi è buddista è parlarne. Esiste una sorta di divieto prescrittivo, di ordine morale e intellettuale nell’usare parole per descrivere l’incontro con la buddità che è poi l’essenza del percorso religioso del buddismo mahayana. Nessuno impone il silenzio, questo viene quasi naturale, frequentandosi e studiando, come piano piano si impara a riconoscere come essenziale e salutare, dentro e fuori di sé, il ritmo delle cose e della vita: nel loro esistere e poi non esistere, nel tracciato sinusoidale dell’onda che incontra la vita e poi la morte senza che la soluzione di continuità interrompa il ritmo, ma anzi costituendolo nel suo fluire eterno.
Non c’è niente di più micidiale della bocca. Si fanno danni con una sola parola, si dstrugge un rapporto, una storia d’amore, per non parlare delle amicizie sommerse da qualche scatto d’ira repressa convertito in fiotti di sconcezze e offese. Lo stesso discorso vale anche per la scrittura, metodo civile da uomini che riflettono e pensano stando seduti, avendo davanti a sé un’ idea di piano e di regia, e dentro di sé la volontà di lasciare una traccia indelebile, invece che camminando, con in fronte il sole e davanti l’orizzonte, come era d’abitudine per Cristo, Maometto e lo stesso Budda Shakyamuni (il Budda storicamente conosciuto e raffigurato come dormiente o seduto immobile …) e come consigliano Nietzsche, Cioran, Chatwin e tutte le anime nomadi (tra cui mi annovero volentieri), avendo in mente solo il cammino, la sua lunghezza, il travaglio e la sorpresa di chi affronta lo sconosciuto.
Il termine inglese travel significa viaggio e deriva proprio dal termine romanzo travaglio che sta per fatica, lavoro, superamento di prove (Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza).
Ogni giorno, in agenzia, vedo persone nuove, mai viste prima. Ma ora so e comprendo meglio quel velo di nostalgia e anche di timore che copre gli occhi di chi vuole partire prima ancora di aver deciso dove andare, e so anche che solo a uno di questi mi accadrà di vendere il viaggio più improbabile, cioè il più adatto a cambiargli la vita, a iniziarne una nuova o magari a concluderla, vivendo per mesi, prima, durante e dopo lo svolgimento del viaggio, dentro un desiderio che si è realizzato.

Chi non viaggia, non conosce il valore degli uomini

Ibn Battuta

giudice, ambasciatore, viaggiatore

(1304-1369)

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