Dispacci al vento
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Sabato, 28 Aprile 2007

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Telebank

Archiviato in: Metodo — francesco @ 20:05

Non ho seguito troppo la vicenda Telecom. Un po’ perchè temevo di dover assistere a deja vu impresentabili, un po’ perché non riuscivo a figurarmi niente di nuovo, vista la piega che inevitabilmente stava prendendo la vicenda.
Alla fine mi sono evitato inutili considerazioni fanta politiche e adesso che per l’ennesima volta le banche si sono prese il controllo della più grande azienda italiana, gestita con i piedi da osannati manager se si guarda agli interessi collettivi, e con la solita furbizia da bastardi, se si guardano le tasche di soliti pochi noti, direi che tutto torna.
Per fare l’imprenditore non ci vogliono i soldi, ci vogliono i soldi degli altri. Sempre. Ora i correntisti sono stati zittiti dal nuovo ruolo che gli è stato ritagliato addosso: il mantenimento dell’italianità dell’azienda. Una meraviglia di ipocrisia, con Telefonica al 42% che resisterà sei-mesi-sei se non riuscirà a papparsi il resto e prendersi tutta Telecom. Come al solito non si è detto quello già anni fa non si disse della Fiat: che se si voleva salvare il suo know how, con migliaia di posti di lavoro, bisognava fare quello che con Wolskwagen e Peugeot avevano fatto i governi tedesco e francese: far diventare quei marchi e quelle imprese proprietà pubblica. Ma italianizzare a fine anni 70 non andava di moda, allora andavano forte Romiti e Callieri, meno, molto meno, le Fiat, che avrebbero continuato a perdere quote rilevanti di mercato per anni.
Capisco bene che cosa significa “perdere” il “controllo” di Telecom. Ma chi assicura chi in termini economici che l’azienda non sia al tracollo? chi assicura che episodi come quelli dello spionaggio politico organizzato in casa Telecom, scoperto solo alcuni mesi fa, non si ripeta o più semplicemente, non stia continuando imperterrito?
Però l’italianità è salva. E certo che lo è; anche nel metodo. Quando bisogna cacciare fuori dei soldi ci sono o banche o assicurazioni o imprese straniere. Le banche passeranno a saldare il conto poiliticamente, le assicurazioni chiederanno le solite cose che chiedono con vituperio e ottengono con il sotterfugio o la truffa. Gli stranieri faranno i turisti magari per saldare qualche debito di riconoscenza politica. Poi ? Il solito Benetton, paraculo della politica da sempre, e più niente. Non ho sentito nessun cazzo di Montezemolo darci i suoi perentori consigli. Non c’erano soldi da prendere, o confindustriali da piazzare in ferrovia o in qualche fiera. Bisognava invece cacciarne qualcuno e rischiare.
Italiani sì, mica scemi, però.

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Martedì, 24 Aprile 2007

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Liberazione

Archiviato in: Metodo — francesco @ 22:01

Di tutte le feste nazionali o meno, questa è quella che sento più mia.
La sento da sempre, nonostante molte cose siano cambiate, a prescindere dalla partecipazione a festeggiamenti o alle presenze liturgiche che la giornata solitamente offre.
Perchè è una festa di parte che descrive non solo un percorso dal 1945 a oggi ma anche da oggi in poi. Ed è la festa giusta della parte giusta.
Perché non ricorda la libertà conquistata ma la afferma ogni giorno dicendo che indietro non si torna. Mai più fascismo e mai più guerre.

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Martedì, 17 Aprile 2007

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Le pieghe e le piaghe

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 21:35

Non è che siccome sono diventato buddista ora mi posso disfare meglio della querula vicenda del partito democratico. Certo la questione mi preme meno di prima. Nel senso che prima il mio no cercava motivi e a dire il vero era facile trovarne.
Ora di quei motivi ho perso traccia. Solo Boselli può andare in cerca delle tracce che furono del vecchio Psi. Proprio ora che poteva proporre un nuovo partito socialista oltre la scissione del ‘21, oltre le divisioni sul referendum sulla scala mobile, oltre il craxismo e il berlinguerismo, la morte del Psi.
Abbandonare la riflessione politica mi riesce difficile, ma il non ritrovarmici più dentro come fino solo a qualche mese fa non mi rende insofferente e non dipende solo dall’apparente incomprensibile mediocrità delle proposte di cui leggo e sento e dalla mia impotenza a dire e fare qualcosa di diverso, ma anche dal rimescolamento di energie e dal riposizionamento di valori che la conversione sta provocando.

Ma non vi è dubbio che quello che sta accadendo a sinistra, tra composizioni e scissioni annunciate, era talmente prevedibile da farmi vergognare un po’ di avere sperato di vedere nascere un soggetto politico radicato, riconoscibile e con la volontà di vincere.
Io non voglio più far parte di parti che giocano per perdere e nel contempo per escludermi. Perchè la mia vicenda personale a sinistra (di cui sul blog quasi mai ho parlato), posso leggerla anche in questo modo.
La sinistra prenda pure la piega che crede, ma io ho curato le mie piaghe e non ho intenzione di riaprirne né di vecchie, né di aprirne di nuove.

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Domenica, 15 Aprile 2007

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Avrei voluto scriverlo io

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 10:42

L’Italia appare ad Adriano Sofri incattivita. Il Paese si guarda in cagnesco; ha sempre la bava alla bocca; è prigioniera di “una lotta politica recitata come una parodia dell’eterna guerra civile”. Naturalmente Sofri non crede - al quadretto “artefatto, edulcorato” degli “Italiani, brava gente”; e tuttavia la violenza dell’oggi lo intimorisce. Ne è come stupefatto.

Lo chiamo al telefono e mi dice che a farglielo pensare non è tanto (o non solo) quel che vede nel dibattito politico-parlamentare o quel che legge del discorso pubblico (e già basterebbe), ma soprattutto quel che osserva nel mare magnum della blogosfera, dove i sentimenti, le opinioni sono meno controllate, meno mediate, diciamo più nude e autentiche. Odio, vi scorge, un odio cieco e ottuso. Un’inimicizia assoluta e irreparabile, un’invidia, un rancore che Sofri avverte come orizzonte nuovo, condizione inedita in Italia per la sua forma, diffusione, distruttività, urgenza.
Anche se so che la sua è soprattutto una provocazione, sono stupito dello stupore di Sofri perché egli non appartiene alla famiglia dei “buonisti” di casa nostra che, si sa, dietro la predicazione nascondono intolleranza; nichilismo; un amore incondizionato per il calduccio che assicura loro l’ordine costituito.

L’Italia è stata sempre cattiva, cattivissima, feroce. Non è vero (non mi pare vero) che “la deformazione del volto umano dell’Italia”, come diceva Aldo Moro, faccia data dal maggio del 1978. Magari. La cattiveria e l’odio reciproco sono stati e sono la nostra, più vitale e antica linfa. Quasi il nostro tratto originario, così primigenio da precipitare finanche nel senso comune.
A Napoli l’invincibilità del risentimento italico ha addirittura una sua storiellina molto popolare. Uno straccione viene chiamato a Palazzo Reale e si vede offrire dal Re Borbone qualsiasi cosa desideri a condizione che un altro straccione, suo acerrimo nemico, ottenga il doppio. Il lazzaro fortunato ci pensa su, ci ripensa e poi, con un sorriso compiaciuto, sbotta contento: “Maestà, fatemi cieco a un occhio!”.

Se non si vuole credere alle storielle, si può credere alla storia. Scienza politica e storiografia definiscono cleavages le fratture strutturali di un Paese. Ogni Paese ha le sue, il guaio è - dicono gli storici - che le nostre sono fitte come la tela di un ragno molto laborioso. Il Nord contro il Sud; l’Italia laica contro l’Italia clericale; l’Italia industriale versus quella agricola e via dicendo.

La divisività - non è una scoperta - è il nostro più autentico paradigma culturale, il canone interpretativo di lungo periodo e la rappresentazione mentale di noi stessi, a qualsiasi pagina si voglia aprire il libro della storia comune. Se si escludono i Balcani, non c’è stato altro spazio europeo che abbia avuto una sequenza secolare così ininterrotta e feroce di conflitti e divisioni interne. Qualsiasi potere straniero abbia avuto voglia di mettere tenda dalle nostre parti ha potuto farlo con l’appoggio di alleati “interni”. Le sole creazioni originali di istituzioni politiche partorite dal genio italico - il Comune, la Signoria, che poi erano null’altro che la risposta a quella catastrofe geopolitica - hanno vissuto di guerre, tradimenti, stragi, saccheggi, incendi, “veneziani contro ravennati, veronesi e vicentini contro padovani e trevigiani, pisani e fiorentini contro lucchesi e senesi…”. L’unità del Paese è stata vissuta, dai piemontesi, come colonizzazione (”Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”) e, dai regnicoli, come ladrocinio. La Repubblica nasce addirittura da una guerra civile e la democrazia italiana a lungo nel dopoguerra vive, e anche prospera, sempre incapace di condividere un sentimento di cittadinanza, un accettato e “interiorizzato” quadro di valori, sempre scissa nelle “appartenenze separate” dell’ideologia.

Non può sorprendere dunque la cattiveria dell’Italia di oggi. È - più o meno - quella di ieri, di avantieri, di cinque secoli fa. Stupisce - deve stupire - che appaia come un destino o che lo sia. È qui che c’è il meglio della provocazione di Sofri: indica la responsabilità dell’Italia incattivita nell’incapacità della politica italiana a “mettere qualcosa in comune”. Perché quel cum appare ancora oggi in Italia come osceno, quasi uno scandalo? Perché lo avvertiamo come un desiderio frustrato e irrealizzabile o come un sopruso, un vincolo, un limite intollerabile? “Benché i muri siano caduti…” dice Sofri, con malinconia.

Temo che Sofri sia prigioniero di un inganno che il tempo avrebbe dovuto liquidare; di una sottovalutazione della “natura” della politica italiana; dell’ipervalutazione delle capacità della politica italiana di “modernizzare” i suoi tratti distintivi. La faccio breve.
Inganno. Era soltanto un’illusione che fossero “i grandi conglomerati tirannici” a produrre guerra, infelicità, inimicizia, aggressività. Con molta colpa abbiamo pensato che, una volta dissolti i totalitarismi, avremmo potuto inaugurare un’epoca di pace e di reciproca comprensione. È sotto gli occhi di tutti che non è così. Caduti i muri, si è affacciata alla scena “una specie umana del tutto nuova”, l’homo democraticus.

Massimo Cacciari, una decina di anni fa, lo tratteggiò così. Intollerante di ogni dipendenza, estraneo ad ogni foedus, gelosissimo della propria individualità, dogmaticamente certo della “naturale bontà” dei propri appetiti (come la “scienza” economica gli conferma), egli è però anche incapace di vera solitudine; è fragile; è impaurito; è bisognoso di protezione. Non appena i suoi “diritti” gli appaiono minacciati, si trasforma in massa. La sua pretesa assoluta di “libertà” - la volontà di trasformare il proprio particolare interesse in universale - provoca per necessità l’organizzazione di quegli interessi in un percorso che è del tutto indifferente alla forma del regime politico.

L’apparire dell’homo democraticus fa piazza pulita di ogni contrapposizione tra individuo e società. La società, i suoi valori, la sua stessa necessità, le forme politiche in cui è organizzata, in cui l’hanno organizzata i partiti e la organizzano la politica, semplicemente evapora. Non esiste più. Quali valori o collanti possono tenere insieme quel mondo di singolarità assolute? Il cum, il “mettere qualcosa in comune” è allora l’autentica questione prioritaria di ogni progetto politico. Ricostruirlo, ripensare in modo realistico e disincantato alle forme politiche possibili dinanzi all’energia inarrestabile (e terrificante) dell’homo democraticus dovrebbe essere la sfida politica più responsabile e moderna.

Ma la politica italiana? Rimuove semplicemente il problema. Anzi, lo accentua, lo esaspera, lo enfatizza ritrovando una sua antica tradizione, la sua radice più profonda. Mai il “vivere politico” in Italia, come auspicava Machiavelli, è stato la fine della separatezza individuale, l’ingresso degli individui nella sfera pubblica, la partecipazione responsabile alla vita collettiva, la definizione di un interesse collettivo. La politica italiana è stata sempre, esclusivamente, fazione e oligarchia. Quindi, esercizio d’autorità; governo (e appropriazione) delle risorse pubbliche; palude di consorterie. L’avvento dell’homo democraticus, la sua aggressività ne legittima tutti i difetti, ne esalta la negatività e la violenza. Il peggio che può capitarti in Italia è farti sorprendere non protetto da un sistema di relazioni, estraneo a una forma organizzata di interessi, isolato e senza famiglia. Può capitarti come a Piergiorgio Welby, straniero alle grandi chiese e alle consorterie e accompagnato soltanto dalla pattuglia dei radicali, di non aver diritto nemmeno a un degno funerale. L’Italia non è incattivita. È come è sempre stata.

Profondamente naturale, avrebbe detto Ennio Flaiano, e gli animali assalgono il più debole, i vecchi, gli isolati, quelli che non hanno la forza per difendersi o non l’hanno mai avuta. Toccherebbe alla politica “civilizzarla”, ma la nostra mediocre politica, inconsapevole anche del male che incarna e dell’arretratezza che rappresenta, è parte del problema. Non è purtroppo la soluzione.

Giuseppe D’Avanzo, LA REPUBBLICA, 15 aprile 2007

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Venerdì, 13 Aprile 2007

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Rosiko

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 9:47

Il ritorno della geo-politica non poteva essere un festeggiamento globale. Anche se globale saranno, e sono già, i suoi effetti. Liberi dai muri e dalle cortine del dopo guerra, la rete, come ogni rete che si rispetti, per poter esistere, ha i sui nodi, più o meno robusti, su cui è facile, in qualche caso obbligatorio, inciampare e, non a caso, esplodere.
La vicenda Mastrogiacomo è la fine della grande recita umanitaria sulla guerra e sulla retorica nominalistica, che accompagna ogni conflitto e che ancor più segue i conflitti che segnano fasi nuove nella vita del pianeta.
Lo spirito nazionale si sarebbe dovuto esprimere su questo argomento, e a sei anni di distanza dall’inizio delle operazioni di peace enforcing in Afghanistan doveva mettere dinnanzi agli italiani la realtà dei fatti, la realtà di una guerra combattuta come una guerra cosiddetta a “bassa intensità” (ma pur sempre una guerra) e ad essa uniformare i giudizi.

Soprattutto dopo l’ennesimo rapimento e l’ennesimo rilascio dietro il “pagamento” di un  riscatto.
Invece si preferisce sostenere che il morto giusto è quello italiano e non quello afghano, perché sul mercato della politica italiana come su quella della guerra, c’è carne e carne e per quanto questa sia tutta macellabile, non si può sorvolare sul prezzo.
Se aver liberato Mastrogiacomo, liberando dei prigionieri è un atto di dilettantismo (lo ha detto quel genio di Scajola che è riuscito a farsi ammazzare Marco Biagi sotto il naso dopo avergli dato del “rompicoglioni”), vedere morire un Adjmal qualunque perché qualcuno finalmente si è comportato da “professionista”, dovrebbe almeno indurre al silenzio i sostenitori della linea della fermezza.

Invece no.  Potevamo non perdere l’occasione di riflettere sulla distanza siderale che corre tra la nostra apparente tranquillità quotidiana e lo sforzo di mantenerla combattendo una guerra come quella, ovvero sugli sforzi che facciamo per perderla andando a combattere guerre come quella.

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Domenica, 8 Aprile 2007

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Le cose cambiano sempre

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 9:32

Da sei mesi tutte le mattine e tutte le sere mi alzo e mi preparo al sonno con il Budda.
In questo tempo la mia vita è già cambiata molto.
Ho cambiato casa e lavoro dopo aver pregato per l’uno e per l’altro. Dopo poco ho perso quel lavoro ma senza perdere me stesso. Poi, la combinazione di eventi e individui che era necessaria a risolvere quel problema ha trovato me e ha fatto sì che il mio sedere si collocasse su quella seggiola dove nei giorni feriali posa ora per la mia felicità e anche per quella di chi entra ogni giorno per soddisfare uno scopo che, come diceva Chatwin, deve essere “iscritto nel nostro sistema nervoso”: viaggiare, partire. Con un treno, con un pullman, con un aereo, con un traghetto, con una nave da crociera per brevi o lunghe distanze, non importa. E io sono felice di sapere che qualcuno con il mio biglietto, la mia prenotazione, va dove vuole ritrovare se stesso, o una vita che gli appartiene nell’immaginazione, o la propria casa, i propri cari, o una nuova casa, o nuovi cari, le cose che ha lasciato momentaneamente, quelle che abbandonerà per sempre.
Ci voleva che io mandassi un curriculum all’indirizzo di posta elettronica di un hotel chiedendo nel post scriptum se quello che una volta sapevo essere il proprietario era ancora lì, al suo posto. Ci voleva che una delle segretarie al bureau leggesse l’email, la stampasse e la portasse in direzione al cospetto del mio ex compagno di classe e lì chi doveva essere, ed era effettivamente, al suo posto mi rispondesse per email e mi chiamasse al telefono. Ma non era certo sufficiente. Ci voleva che tra le attività il mio amico aggiungesse all’hotel, un autonoleggio di pullman, una spiaggia e soprattutto un’agenzia di viaggi. Da cui si era dimessa nello stesso giorno in cui ho inviato il mio curriculum la giovane agente.
Da due settimane non tocco una sigaretta. Il mio ego, quello che nulla può contro il vero io, manda segnali di irrequietezza e ogni tanto chiede alle mia mani di allungarsi verso la bocca in modo consueto per considerare questo breve periodo di astinenza una parentesi della calssica e ormai ventennale gestualità da fumatore. Mi invita anche a sentire con piacere l’odore della sigaretta spenta. Invece, non mi dà fastidio sentire il fumo che esce dalle sigarette altrui. A dimostrazione che gli altri non possono nulla.
Aver abbracciato il Gohonzon rende le cose piene di vita, non più facili, non più comode, solo più attraenti. Nulla accade per caso e il destino si può piegare.
La mistica delle cose che il buddismo esalta è la mistica di ogni evento, anche il più apparentemente banale e insignificante. Ad esso noi poniamo mente. L’attenzione che la mente deve porre a ogni cosa che si compie, a ogni pensiero che emerge e a ogni parola che si pronuncia è causa ed effetto della nostra illuminazione: capire quello che la mente realmente è, e con questa comprensione osservare e comprendere l’aspetto di ogni fenomeno reale.
Voi non ci crederete, ma essere felici si può.

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Giovedì, 5 Aprile 2007

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Digiuno

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 21:56

Non sono mai stato tanto tempo senza scrivere.
Non è indifferenza e nemmeno indolenza. Il blog da molto non esercita più il fascino dei primi mesi, quelli in cui si scriveva assai peggio e ci si rivolgeva al mondo con una certa naiveté che rendeva l’esperimento interessante, piuttosto questo compagno di strada non riceve più le cure di un tempo per mancanza di tempo.
Si tratta di una situazione momentanea, anche se alcune cose sono cambiate. La riacquisizione di una fede religiosa con la mia decisione di dedicarmi al buddismo, rendono anche utile una riflessione sullo strumento e sui contenuti. Ma più di ogni cosa è la doppia sensazione che avrei davvero bisogno di 36 ore in una giornata per poter fare tutto quello di cui ci sarebbe bisogno e che sarei capace di sentirmi vivo e fresco come se mi stancassi solo per le consuete 24.
Ci sono. Sto bene e lotto insieme a voi.

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