Dispacci al vento
www.flickr.com
foreyesonly
Home

Mercoledì, 21 Marzo 2007

p

Tale bano, tale la politica (italiana)

Archiviato in: Metodo — francesco @ 22:47

Alla fine dell’ennesima fiera si capirà, e speriamo presto con il contributo vigoroso dei protagonisti, che un ministro degli esteri italiano può fare a pieno titolo quello che già stanno facendo i suoi omologhi di Stati Uniti e Gran Bretagna, cioè trattare con il nemico, per trovare una soluzione alla situazione disperata in cui versa il conflitto in Afghanistan, soprattutto in un contesto di salvaguardia della vita di un singolo individuo e contestualmente del proprio interesse nazionale, evitando di figurare come rappresentante di un paese di seconda fila sia dagli alleati, sia dal governo in carica, sia dai combattenti. E’ una cosa di cui dovremmo andare fieri e non mi stupisce che l’opposizione sia al proposito indignata e scandalizzata. Però bisognerebbe parlarne.
L’alternativa era la morte di un giornalista e poi l’avvio di una campagna militare contro di noi, e con i mezzi che tutti ormai conosciamo, le cui conseguenze sono facilmente immaginabili.
Chi oggi protesta dovrebbe dirci che cosa avrebbe fatto dinnanzi alle richieste dei talebani
(solo di tipo politico - militari) e non sproloquiare di inaffidabilità dell’Italia, dopo che poco più di un anno fa è riuscito a mettere in bocca al presidente degli Stati Uniti d’America frasi da questi mai pronunciate. Avrebbe ordinato un blitz? E come? Dove? Contro chi? Magari. Non pare proprio che americani e britannici avessero a portata di schioppo una soluzione simile. Ed è proprio l’assenza totale di soluzioni specifiche che la dice lunga sulla situazione militare in quel paese. Si poteva dire: con i terroristi non si tratta. Ma tutti sanno che le diplomazie americana e britannica trattano tutti i giorni con i talebani. Allora non si tratta se l’evento è sotto i riflettori dei media, o non si può permettere che l’Italia faccia quello che altri fanno?
Chi oggi svillaneggia la proposta di conferenza di pace deve dirci se vuole la guerra a oltranza, costi quel che costi, con quali risorse e con quali prospettive. Il resto è aria fritta, propaganda idiota.
Certo, l’aver finora incrociato (in Iraq) bande di delinquenti comuni o “politici” non così forti da poter gestire politicamente un sequestro ha creato i presupposti per una via d’uscita a forma di denaro suonante. Un vero sollievo, a guardarla oggi.
Ma la partita in Afghanistan è assai diversa per il suo contesto geo-politico e le invettive ex post di Usa e Gran Bretagna sono sì il pasto da cucinare a livello di politica interna, ma anche segnali al governo Karzai e ai talebani. Gli israeliani hanno scambiato prigionieri palestinesi pur di avere indietro anche solo cadaveri dei propri militari.
Lo scambio di prigionieri dice due cose: la prima è che in Afghanistan c’è la guerra, la guerra pura e semplice. Come, mutatis mutandis, accade tra israeliani e palestinesi, così come fu tra tutsi e hutu, o tra serbi e croati. Nè più, né meno.
La seconda è che in Afghanistan, e non solo, l’Italia ha i suoi interessi e che questi sono divergenti da quelli di Usa e Gran Bretagna.
Sarebbe semmai utile discutere di queste differenze.
Prima della fine del secolo, però.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Sabato, 17 Marzo 2007

p

Il cubista

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 15:35

Ieri sera mentre tentavo inutilmente di salvare la rubrica dl telefono comprato tre mesi fa e andato già in crash, la mia attenzione è stata catturata dalle parole di Pierferdinando Casini che durante il programma Le invasioni barbariche, dopo aver tentato anch’egli inutilmente di farci capire che cosa vuol dire essere democristiani oggi declinando le sue riflessioni tra legge elettorale e posizionamento politico nel centro destra, ha colpito nel segno quando Daria Bignardi ha toccato il tasto dei Dico, chiedendogli il perché della sua scelta di convivenza con Azzurra (Caltagirone, ndb), anziché il matrimonio.
La risposta di Casini, preceduta dai ringraziamenti (solitamente bugiardi) per la domanda posta, è stata che prima di spiegarsi con lei e il pubblico su codesta scelta, semmai avrebbe dovuto farlo con le sue due figlie. Ratzinger gli avrebbe chiesto che cosa aspettasse a farlo. Ma Ratzinger era assente e nessuno pare si sia peritato di recapitargli i sensi dell’angoscia casiniana.
Onde per cui: considerate le note prese di posizione del Casini sulle convivenze, la famiglia e i Dico se ne deduce che:
1) le proprie scelte familiari riguardano solo lui e i suoi figli: si prendono in famiglia, anche se le famiglie sono due o tre;
2) le scelte delle famiglie altrui invece riguardano lui e anche la Curia: si prendono in parlamento e in pace teologica; la famiglia è in quel caso “prevalentemente” indissolubile e composta da un marito e una moglie:
3) le scelte dei conviventi non lo riguardano perché non sono un’emergenza: lui ha studiato dai pompieri, com’è noto, e in effetti la decisione si poteva prendere in due orette scarse di seduta parlamentare e non si capisce come mai non ci abbia pensato anche lui che notoriamente passa per un genio della politica. Infine, trattandosi queste pretese, solo di un epifenomeno minoritario da considerare con accondiscendente disprezzo razzista, i Dico sono in realtà solo il grimaldello per il matrimonio gay e non dobbiamo stare lì ad arrovellarci sui diritti dei finocchi mentre la gente non arriva a fine mese.

Infine, una volta c’era la doppia morale democristiana, ora pare che ce ne sia una tripla.
E’ un’evoluzione. Casini era democristiano con Forlani, ora è democristiano con Buttiglione. Trattasi di crescita politica, al punto da somigliare a una vera e propria levitazione: dalla morale al quadrato Casini, ormai lanciatissimo verso la conquista della maggioranza del 6% che vota Udc, passa al cubo nella sorpresa generale.
Quasi come se alla vostra fidanzata fosse sbucata una terza tetta in pieno petto.
La differenza sta nel fatto che con una mammella in più, superata la sorpresa, ci sarebbe almeno da divertirsi.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Mercoledì, 14 Marzo 2007

p

Spettacoli di ordinaria indecenza

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 22:16

Che cosa rappresenta quello spettacolo in cui uno frequenta una mignotta o forse un trans che frequenta l’imprenditore, amico del politico, a sua volta sodale del presentatore televisivo che appartiene a una squadra gestita da un manager che fa il pappa pur di non andare a lavorare? Rappresenta plasticamente - se fossimo ancora in grado di intendere e volere, e la pigrizia oltre che la paura non ci frenassero dall’urlare collettivamente e non solo dentro le mura di casa nostra o al bar, tra amici - quel gigantesco macigno che bolla la nostra vita come satanicamente povera di aspettative perché non sei nel giro giusto - che poi ormai è diventato uno solo - e che in politica va sotto il nome di conflitto di interessi. Questo è il mondo in cui i ruoli si scambiano, i valori si trasmutano e ora che tutto ha solo valore di scambio ogni evento è finalmente diventato possibile, ma anche fragile. Tutti appesi a un filo, come ragni ritessono il filo con la bava alla bocca.
In questo luogo pittoresco che siamo obbligati a imitare, tutti i protagonisti si danno del tu perché si sentono vincolati dal gran traguardo del successo, effimero o duraturo che sia, maturato per effetto di buone o cattive ragioni, lungimirante o di breve durata, non importa. Insieme poco appassionatamente non smettono mai di recitare il loro ruolo, ma ne dimenticano le responsabilità. Si schermiscono se li chiami dottore o onorevole, maestro o commendatore, ma solo per abbandonarsi meglio al casual che li rende più uguali.
Quello che conta è solo averne (di successo) o anche solo volerne avere. Ognuno espone la propria mercanzia e tutti (del successo) ne hanno il sorriso pieno. Non che vivano al di sopra del mondo comunemente inteso, anzi: in un’epoca di grandi incertezze è dovuto come il caffè alla mattina, farselo riconoscere (il successo). Dagli altri. Non c’è momento in cui tra questi fortunati non ci si frughi nello sguardo per avere una conferma di quello che sperano si pensi di loro, mentre si tenta di rubare una qualunque debolezza in quello altrui. Poi uno di loro va in televisione e vomita addosso a un altro, con il quale magari ha condiviso ignaro i piaceri della stessa letterina o schedonza, qualunque cosa pur di avere ragione e guadagnare in popolarità. E noi, che ci crediamo fuori dello zoo, tutti a guardare.
Verità? Finzione?
E vabbé. In fin dei conti a noi che ci frega? In teoria niente. Ma allora perché fa rumore se un padre di famiglia paga perché non si pubblichino le foto compromettenti di sua figlia all’uscita di una discoteca? o se un altro padre di famiglia sembra vada a donne o sorride a un trans? Perché uno è l’ex presidente del consiglio e l’altro il portavoce dell’attuale presidente del consiglio? Non credo. Piuttosto, così come in una partita di scacchi il bianco fa la mossa, il nero risponde. Tutt’intorno, il mondo, di quelli che contano e di quelli che non conteranno mai niente, si divide e gioca la sua nuova partita: o di qua o di là, colpevolisti o innocentisti. Bontà loro, tutto questo deve riversarsi su tutte le pagine di tutti i quotidiani, giornali-radio e televisivi per un mese, e senza scampo per nessuno. E guai se reagisci: la ramanzina è già servita con una lezione di stile liberale secondo la quale se non ti va di ascoltare puoi sempre fare zapping. Fessi sì, insomma, ma politically correct.

Il cinismo è una caratteristica della nostra anima italiota. Per questo ci piace il film sul vip che vuotamente non ci dice nulla se non la frase acconcia che a noi fa sembrare tutto maledettamente familiare e facile. Poi, non ci si dimentichi dell’effetto catartico, lassativo: quando uno dei fortunati cade nell’ignominia anche l’aumento della bolletta del gas non fa più tanto male.
Accendete una televisione a qualunque ora. L’inondazione di chiacchiere inutili fosse acqua potabile disseterebbe il Darfour. Ormai per farne a meno bisognerebbe avere una buona ragione per spegnerla, non aprire più un giornale e decidere di leggere un libro, andare a fare quattro passi, piuttosto, andare in chat con uno sconosciuto, o magari a puttane, magari di quelle poche rimaste senza paparazzo incorporato. Macché.
Vedrete che le copie dei quotidiani aumenteranno in tiratura e lo share dei tg salirà alle stelle. Accompagnato dalla capacità di nascondersi dietro un dito salterà fuori come da un cappello a cilindro l’alibi di turno a coprire l’immutabilità degli interessi variopinti e conflittuali ridotti alla pace tra di loro da un solo ambiente.
I più acuti ci riempiranno la testa sparando a zero le solite fesserie sulle intercettazioni e il loro scandalosissimo uso mediatico, come se i media fossero altro, custodi e controllori e non invece compiaciuti terminali e parte integrante di una classe dirigente che ha fatto delle palate di merda una necessità tautologica per il proprio circolo vizioso di auto sostentamento. I più ottusi attaccheranno la magistratura e il suo vizio di invadere campi non suoi e approfittare dei media per consolidare il proprio potere lobbistico, come se si potesse restringere - ammesso che sia reale il desiderio di strafare - un potere nella sua gabbia alla luce di quello a cui stiamo assistendo. Poi si vedranno la sera tutti insieme per andare a cena o a trans.
Siamo una società debole avvolta da pensieri forti, la cui forza sta nella loro impresentabilità. Nessuno vuole stare più al suo posto perché ormai l’ubiquità è diventata sinonimo di democrazia, di libertà e di uguaglianza. Ad ogni livello: che parlino di famiglia i vescovi a braccetto con le stroppe di cattodivorziati che senza pudore ci parlano di valori e ad essi contrappongono gay o semplici conviventi, che tacciano i sedicenti laici quando si deve intervenire senza darsi pensieri su materie di ordine etico per salvare l’imparzialità dello Stato. Anche questo è un modo per sfoderare odio e impotenza. Le famose (e fumose) radici non contano dunque proprio nulla. Per nessuno.
Ci crediamo liberi non perché pronunciamo e facciamo - tra le altre benedette cose - delle inevitabili sciocchezze ma perché le vorremmo anche far pronunciare e far fare agli altri in cinema scope. E senza diritto di critica.
Se si mettono nello stesso luogo individui che hanno scopi, obiettivi e interessi diversissimi tra loro - e che dovrebbero pure avere stili e soprattutto ruoli diversi nella società - prima o poi l’unico interesse che troveranno per sopravviversi uno all’altro è accontentarsi uno con l’altro.
Finché non saremo capaci di pronunciare un vaffanculo capace di sommergerli definitivamente.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 11 Marzo 2007

p

Ma dico io

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 9:32

“La manifestazione [a favore dei Dico, ndb] - dice Sandro Bondi, coordinatore di FI - è solo espressione di una cultura individualistico-libertaria che nasconde il ghigno violento e prepotente del pensiero dominante di cui la sinistra è portabandiera”.
Ma non eravamo già tutti comunisti ?
(corsivo mio)

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 4 Marzo 2007

p

Superpippo

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 20:29

Non ho visto il Festival di Sanremo ma ne ho ascoltato per radio alcune canzoni che ho trovato sorprendentemente al di sopra della mediocrità. (Ammesso e non concesso che una canzone - sanremese o no - debba necessariamente essere di buon livello).
Ho però appena finito di leggere alcune polemiche sull’edizione dell’anno prossimo, sulla Rai prossima ventura, sulla giuria comunista.
E ho anche appena finito di ascoltare Baudo che strapazza i politici invitandoli poco cortesemente ad occuparsi di tutto fuorché del Festival, soprattutto del paese, che avrebbe bisogno, a suo dire di “concordia” tra le parti (quelle politiche eh?).
Non la faccio tanto lunga. Se Baudo si mette d’accordo con Bonolis e anche con Del Noce senza oneri per la Rai, potrei anche pensare che abbiamo sbagliato presidente del consiglio. Ma poiché dubito che l’evento prefigurato possa accadere senza oneri per qualcuno, e poiché Baudo non credo non pensi alle sue tasche quando sostiene che la Rai debba restare pubblica e non cambiare perché sennò arrivano “i commercianti” (sic), considerato che arringare un pubblico rintronato dall’ulteriore maratona canora post festivaliera, assomiglia al cannonegiamento sulla croce rossa e insieme si configura come un gesto almeno un po’ avventato e non consono a cotanto professionista, direi che il pensionamento per straraggiunti limiti d’età sia utile e maturo.
Sbattere fuori Baudo dalla Rai, oggi, è un lusso che nessuno può permettersi, e non mi riferisco ai politici, ma sarebbe un gesto di serietà.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Disegnato da H P Nadig e Weblogs.us, modificato da Insolitacommedia e Fermate la pioggia. Curato da eyesweb. XHTML valido.