Dispacci al vento
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Lunedì, 26 Febbraio 2007

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I 12 buchi

Archiviato in: Metodo — francesco @ 22:10

L’aria fritta si può anche mettere per iscritto ma non si può sperare che acquisica consistenza grazie a un corpo tipografico. Se quelli riportati sotto, sono i punti su cui Prodi chiede carta bianca, avendo cassato quelli che maggiormente qualificavano il programma dell’Unione, allora si capisce che questo è proprio un altro governo che governa in nome di un accordo che non è più quello di aprile 2006.

Dalla reductio a dodici non si capisce come sgorghi e si fondi la maggior forza del premier, non si capisce dove posi la sua legittimità politica, non si vede - tanto per entrare nel merito - come si possa dire di voler riformare la politica, se a condurne il processo sta un indivisuo come Prodi che associa all’elevato tasso di estraneità alla medesima una debolezza fatale; non si capisce come si faccia a pretendere un accordo sulla riforma delle pensioni continuando a chiedere di abbassarne il livello complessivo delle prestazioni; non si sa più che fine abbia fatto lo sviluppo sostenibile, la lotta alle mafie, il conflitto di interessi, la legge sulle lobby, la riforma dell’amministrazione pubblica; si persevera con gli assegni familiari, mentre tutte le strutture di supporto alla famiglia scompaiono o diventano impossibili per i loro costi, insomma non si vede più all’orizzonte il paese migliore di cui si scriveva allora.
Ho sentito Berlusconi da Ferrara. Un disco rotto pieno di livore e di argomenti frusti, noiosi e ipocriti. Una montagna di cartapesta tenuta insieme dalla lacca perfettamente spruzzata, dal bisturi coscienzosamente imboscato, dalla presunzione di essere insostituibile; troppo potente per i propri partners, troppo intelligente per essere serio.
Uno spettacolo complessivamente devastante.
Veltroni è dietro l’angolo. Ora non ci resta che provare a bruciare l’unico che può vincere muovendosi da qualunque condizione di partenza.

Il neo programma prodiano è un’abdicazione in piena regola da un ambizione moderatamente riformista espressa in oltre duecento pretenziose pagine. La promozione del signor Sircana quale portavoce del governo, inserita tra i punti che qualificherebbero l’azione del nuovo governo, è così kitsch da essere incommentabile.
Sircana, che potrebbe fare qualunque lavoro fuorché il portavoce, è il doppio di Prodi, che può fare tutto fuorché il presidente del Consiglio. Sircana sembra pure il fratello di Fassino, ma del segretario dei Ds non ha nè la lucidità, né la chiarezza espositiva. Follini invece assomiglia sempre di più a un cavallo, quello di Troia.
Deve però accadere ancora qualcosa perché io pensi al suicidio perfetto (nella sua schizofrenia e ingiustizia fondamentale): cioè, che a suicidarsi non sia in questo momento il paese, ma solo questa classe politica.

Deve accadere, in sostanza, che questo governo giovedì non raggiunga la maggioranza, venerdì la Cdl esali l’ultimo respiro e sabato le piazze si riempiano di gente incazzata anzitutto con se stessa.
Magari.

I 12 punti

1. «Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all’estero».
2. «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione».
3. «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile».
4. «Programma per l’efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori».
5. «Prosecuzione dell’azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell’ambito dei servizi e delle professioni».
6. «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza».
7. «Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)».
8. «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l’impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l’unificazione degli enti previdenziali».
9. «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l’estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido».
10. «Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate».
11. «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell’esecutivo».
12. «In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all’azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l’autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto».

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Mercoledì, 21 Febbraio 2007

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Cercasi leader disperatamente

Archiviato in: Metodo — francesco @ 23:43

La situazione è così complessa da sembrare ingarbugliatamente stabile. Un granito con i suoi atomi, ognuno indifferente ma applicato all’altro, infila il gorgo sbattendo di qua e di là, ma senza cambiare natura.
Non c’è nulla che non possa accadere, dopo le dimissioni di Prodi. Non c’è niente che possa cambiare la compattezza della pietra se non si spezza.
Il secondo governo Prodi (il primo fu quello defunto nel 1998), è durato 281 giorni. A votare non si andrà subito. La ragione sta nel puro e semplice fatto che il bipolarismo all’italiana non è morto come si potrebbe pensare ma ha, invece, dato i suoi frutti, nel mare della crisi politica più acuta che l’Italia attraversi dai cosiddetti anni di piombo.
L’inserimento del proporzionale con il premio di maggioranza regionale e per accorpamenti - la trovata della destra per sconfiggere e indebolire il maggioritario e i presunti vincitori - ha avuto due effetti: aumentare la rissosità all’interno della coalizione più eterogenea, mostrandone i limiti di coesione, e sancire il trionfo del ceto politoco.
Per spezzare il sasso bisognerebbe avere il coraggio di andare a votare. Votare non significa mettersi a pensare alla sconfitta del centro sinistra, ma vedere anche le carte del centro destra. Tra queste bisognerebbe vedere la consistenza della leadership di Berlusconi, poi anche la reazione dei presunti sconfitti di fronte a questo disastro annunciato e a eventuali elezioni anticipate.
Ma nessuno vuole andare davvero a votare.
Votare anche con questa legge elettorale, considerato che non si è riuscito a cambiarla, come del resto non si è fatto nulla per controllare i prezzi, risolvere il conflitto di interessi, avere il coraggio di almeno progettare, o solo parlare di un sistema pensionistico nel quale si sono trovati i denari sufficienti per far vivere dignitosamente tutti i sessantenni che verranno tra quindici anni. Sarebbe bastata una dichiarazione d’intenti.
A votare però ci si andrà prima della scadenza naturale.
Il centro sinistra si dovrà definitivamente destare dal sonno illusorio di reggere faticando per cinque anni aggirandosi tra le insufficienze numeriche del Senato.
Si provi a fare un governo di grande coalizione e sarà il disastro politico del centro sinistra.
Si provi a tirare a campare e il risultato sarà identico.
Serve un leader, un suo programma, forse anche un suo partito. Ora. Che abbia tra le sue priorità quelle ià citate. Lo potrei votare anche se aderisse a quel partito democratico, frutto della stessa schizofrenia che ha condannato Prodi. E chi se ne frega poi se tra sei mesi si perderanno le elezioni.
Sento il bisogno di smetterla con il maciullamento endogeno.

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Dimissioni obbligatorie

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 16:04

Per un voto o due, per ragioni dirette o trasversali, ora che il governo è stato battuto al Senato sulla sua mozione, bisogna che il gesto di prendere la salitella che porta al Colle, almeno quello, si compia.
Bisogna dimettersi. E accettare le decisioni del presidente della repubblica.
Se chi non ha votato o si è astenuto lo ha fatto pensando a Vicenza, alle disinvolte passeggiate anti governative della sinistra radicale, o ai sondaggi che non solo sulla politica estera danno il governo in rimonta sull’opposizione, non ha importanza.

A D’Alema però consiglierei per il futuro un altro tono nelle dichiarazioni di intenti. Già da presidente del consiglio si era giocato tutto sulle consultazioni regionali. Se il centro sinistra perde mi dimetto, disse allora. E si dimise.

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Giovedì, 15 Febbraio 2007

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Br

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 21:55

Non riesco a stupirmi e neanche a inorridire dinnanzi alle notizie relative all’arresto dei componenti delle nuove Brigate Rosse. Penso solo che se quello ritrovato è l’arsenale del gruppo, le cose sono cambiate assai poco da quando le Br miravano “al cuore dello Stato imperialista delle multinazionali”. Trattasi di squinternati pronti a criminaleggiare, fermati prima ancora di iniziare a giocare con macabra sollecitudine alla propaganda armata per la rivoluzione inesistente. Oggi però manca la trippa per i gatti degli “opposti estremismi”, delle “convergenze parallele”, dei “compromessi storici” e non c’è scampo per chi crede di potersi ritagliare uno spazio nella storia, tra gli esiliati, le pagine dei giornali, dei libri o tra le mura di qualche patria galera. Ai vari servizi segreti di tutto il mondo che ancora oggi convergono freneticamente a Roma, alla (in)coscienza politica, al senso comune odierno, al ceto politico che ormai, dentro un castello funzionale alle logiche dominanti, non teme più né il “popolo”, né le sue schizofrenie, delle Br gliene importa più niente.
Il dibattito invece, in assenza degli album di famiglia da sfogliare, appare assai scarno ed è come se facesse riferimento ad un fenomeno che coglie tutti impreparati, come accadde quando una ragazza di sedici anni decise di ammazzare madre e fratellino con la complicità del fidanzato coetaneo. Per fortuna, in questo caso non si sono sentiti gli psicoanalisti pret a porter con le loro ammorbanti analisi televisionarie.
Naturalmente con quelle armi le Br avrebbero potuto fare carneficine e le avrebbero commesse se la Bocassini e altri magistrati non fossero intervenuti tempestivamente. Non è neanche scongiurato - ma Dio ce ne scampi e liberi - che qualcosa di criminoso accada. Ma intanto è un bel guaio per chi pensava di poter parlare delle Br con il cadavere ancora fresco e assistere all’ inaugurazione di una stagione di sangue e odio.
Potrà sembrare strano, ma l’arresto senza colpo ferire del nuceo delle nuove Br, sembra prometterci che stiamo diventando un paese “abbastanza” normale.
Il resto, sociologia politica d’accatto e accuse dementi ai centri sociali o alla Cgil comprese, è davvero di poca importanza. Se penso ai gruppi ultras capaci di tenere sotto scacco migliaia di agenti fuori da uno stadio, mi viene da dire che quella loro sì che è organizzazione.

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Lunedì, 12 Febbraio 2007

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Manifesto

Archiviato in: Metodo — francesco @ 23:17

Ho letto due o tre volte il Manifesto del partito democratico e non sono riuscito a capire che cosa ci sia di nuovo rispetto a ieri o anche a dieci anni fa, quando nacque l’Ulivo, se non che finalmente i dodici saggi hanno fatto un sunto del programma dell’Unione e lo hanno chiamato Manifesto.
In compenso manca un’idea guida, una parola d’ordine, se non un’idea di società, almeno di politica. Un ‘insieme di mancanze che se potevano andare pure bene all’atto della presentazione di un programma di governo, non convincono per nulla se se si vuole rifondare un partito che anzitutto parla alla sinistra del paese, ai suoi cittadini e alle sue questioni cruciali, per poi addirittura fare parte per se stesso in quell’Europa di cui si vorrebbe “contribuire a rinnovarne la politica, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale”.
Non discuto neanche più del legame con il Pse, dico solo che non riesco a capire quali esempi di governo potremmo dare, quale contributo in termini di elaborazione politica il manifesto concretizzerebbe per fulminare sulla via di Strasburgo quei partiti riformisti che i nostri problemi strutturali non hanno e che in compenso hanno già risolto - e meglio di noi - questioni serie e spinose in campo etico, economico, sociale, politico.

A me sembra un’operazione da ceto politico maturo e anche un po’ disperato. E riflette la vera difficoltà della sinistra italiana. La destra ha saputo organizzarsi su parole d’ordine assai più efficaci, ha costruito un’identità non comaptta ma con una certa omogeneità. La sinistra continua a non avere né le une, né l’altra.
Si continuerà a perdere o a vincere male, con la poca eleganza di chi si infila abiti rubacchaiti qua e là e mal accoppiati.
Veltroni non basterà a evitare il disastro.

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Venerdì, 9 Febbraio 2007

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Dico

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 10:14

Dico che poco è meglio di niente (rubo un commento al post cui rimando).

Dico che se un matrimonio dura in media tre anni (ennesimo furto di un commento al post di cui sopra), sembra eccessivo riconoscere stabilità alla coppia non sposata e quindi diritti e doveri, dopo ben 15 anni di convivenza come vorrebbero i papisti (non, i cattolici) o anche “solo” dopo 5 come vorrebbero i timidi laici. Di questo passo chiaramente sembrerà che il matrimonio tradizionale sia da considerarsi di serie B per effetto della sua fragilità statisticamente conclamata. Almeno questo penseranno con convinzione le generazioni dai trentacinque anni in giù.

Dico che se davvero si è evitato di sfornare un matrimonio di serie B, come impetra nelle sue dichiarazioni il Rutelli, non prevedendo la dichiarazione congiunta della coppia dinnanzi all’ufficiale dell’anagrafe, resta da capire se si sia riusciti a evitare che vi siano comunque dei figli di un diritto minore cui si propone per contrappasso un percorso moralmente più che corretto per stare insieme stabilmente, e quindi vedersi riconoscere diritti consueti per chi dice sì davanti a un altare o a un sindaco, quasi che questo bastasse per essere riconosciuti come vera famiglia e quindi vero fondamento della società.

Dico che siccome gli italiani (cattolici in primis) sono d’accordo con chi crede nella libertà di convivenza, questa legge che ha messo d’accordo le cosiddette “anime” del centro sinistra, è come molti altri provvedimenti del centro sinistra poco coraggiosa e piena di riserve. Perciò non mancherà di deludere e aprire inutili e fuorvianti polemiche sul matrimonio.

Dico che chiunque abbia un divorzio sulle spalle, a qualunque club religioso abbia deciso di iscriversi ultimamente, dovrebbe astenersi dal commentare questo provvedimento, per difendere la famiglia proveniente dal matrimonio dal presunto attacco che le sferrerebbe questa legge. Lui (o lei) dimostrano che le vie verso la distruzione del sacro valore della famiglia sono infinite e piene di fantasia.

Ma dico che c’è di peggio perché se l’onorevole Mastella, ministro della Giustizia, non voterà questa legge non difenderà la famiglia più di quanto non difenda la sua ipocrisia e non difenderà neanche se stesso per aver firmato un programma di governo in cui è stato promesso esplicitamente il “riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto.” Specificando che “al fine di definire natura e qualità di un’unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà.”

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Giovedì, 8 Febbraio 2007

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Casi chiusi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 8:25

Per il Dipartimento di Stato americano il caso Lozano- Calipari è un caso chiuso. Inesistente. Niente estradizione per il processo italiano.
Due giorni fa, la risposta di D’Alema - nello stile tanto dura e chiara da ricordare l’atteggiamento di Craxi ai tempi di Sigonella - all’avventurosa inziativa dei sei diplomatici, ispirati dall’ambasciatore americano a Roma a pressare politicamente il nostro paese, ha spiegato che contestualmente il caso era da considerarsi comunque chiuso.
Tanta fretta nel fare i conti e passare alla cassa è in realtà molto sospetta.
Indebita e anche improvvida, quasi dilettantesca nel modo di creare il caso e lo spazio, come fossero sei Veroniche Lario sull’orlo di una crisi di nervi, la mossa delle sei diplomazie è stata così inusuale da far intendere l’oggetto del contendere assai lontano dalla questione posta. I casi sono due: o i sei erano ubriachi o le minacce che innescherebbe l’Italia sono di tutt’altro tipo.
L’eventuale defezione di un paese come il nostro dalla missione afghana è talmente fuori discussione da risultare più che strumentale l’argomentazione opposta. E’ evidente che l’ambasciatore americano aveva in mente qualcos’altro: per esempio i processi che da lì a poco si sarebbero aperti sia sull’assassinio di Calipari, che sul rapimento di Abu Omar.
Sul caso Calipari non brucia solo la ferita irachena ma su questo e sul caso Abu Omar finisce sotto i riflettori il metodo di conduzione della lotta al terrorismo fin qui seguito. Quel metodo finisce sotto processo non in Iraq o nelle invettive di qualche organizzazione terrorista e neppure sulle pagine di una rivista specializzata, ma nelle aule giudizarie di un paese occidentale e alleato.
I due casi hanno perciò una rilevanza internazionale, sia per il contesto in cui sono maturati, sia perché rischiano di essere un ulteriore vulnus per la leadership americana nella lotta al terrorismo. Altro che Afghanistan.

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Venerdì, 2 Febbraio 2007

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A Genova non andrò, però … ci andrei a vivere subito

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 19:13

Adoro quella città. Non so perché, forse perché gli anni universitari sono stati cinque anni che da sempre considero ben spesi, ma a Genova andrei a vivere subito. Non andrei e non andrò a lavorare in quell’hotel che mi ha chiamato per un colloquio proprio oggi, però…

Peccato non poter lavorare a Nervi. Il profumo delicato della salsedine arrivava ovunque. Lo so che solo l’altro ieri ho scritto il contrario. Ero ancora deluso della mancata supplenza. In definitiva, la proposta di oggi era inaccettabile. Non potevo certo traslocare con un contratto di cinque mesi per meno di mille euro al mese.

Però, la mattina ero andato all’Università a prendere il certificato di laurea e lì avevo navigato sull’olio. In meno di mezz’ora ero davanti a una professoressa bella e gentile che non solo mi ha ricevuto in un giorno non previsto per le visite, ma mi ha fatto subito il conto dei crediti per la laurea specialistica in Storia dell’Arte e e valorizzazione del patrimonio artistico. Sarebbero 120 quelli ereditati dagli esami sostenuti per la laurea precedente. Con i 35 che vengono attribuiti alla tesi di laurea per la specializzazione arriverei a 155, più sei esami a debito (60 crediti) arrivo a 215. Ne mancherebbero 85 per raggiungere i 300 necessari per laurearsi. In tutto fanno 15 esami. Manca solo l’iscrizione: il piano di studi lo ha già praticamente fatto lei.

Quando sono partito da Principe per Nervi speravo di poter dire di sì.

Ero di nuovo innamorato di quella città, e non solo per via di quell’Ateneo. Ero pronto a lavorare in quell’albergo. Per Genova e l’Università questo ed altro.

La giornata è stata sempre piena di sole: bellissima. Infine, anche se non ho raggiunto alcun obiettivo, questo progetto vorrei diventasse una molla per il futuro.

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