Non posso sperare di fare autobiografia. Oggi, anzi, ora, mi sento di dover stare meglio e forse sto già meglio perché lo voglio e lo pejnso con tutte le mie forze, tant’è che oggi riesco anche a scrivere, a sorridere, ad avere il cuore pieno di speranza. Basta non pensare al futuro e la passato, liberarsi di queste due zavorre per poter pensare il meno possibile e vivere. Soltanto vivere. Non è forse questo l’unico motivo che ci spinge avanti?
In realtà sono a casa tra due anziani signori che si ostinano a volermi bene, nonostante abbiano capito che tutto posso fare fuorché scegliere. Che pena: avere un figlio dotato di intelligenza media (o forse medio alta) che ancora si illude di non avere mai avuto a che fare con persone prive di scrupoli, non le vede, non le sa riconoscere, in qualche modo è come se fosse loro debitore.
Non so scegliere e non lo devo più fare. Se ci sarà una prossima volta dovrà essere l’ultima. Scegliere è qualità apparentemente inutile se fossi uno soddisfatto, quieto, oppure indifferente. Ancora, a 45 anni non sono nessuna di queste cose. C’è qualcosa nel mio intuito che non funziona, non faccio le domande giuste, non provoco la reazione che porta al passo falso colui che sta per ingannarmi o non è sicuro di poter mantenere le promesse. Ho l’anima nera, niente di quello che mi riguarda da vicino mi si specchia nella coscienza e diventa almeno palese. Cado così su quello dato per scontato, per ascoltato, per sentito dire.
Succede così che senza questo talento tutti gli altri talenti non contino nulla.
Non vi racconto dei passi già fatti e di quelli da fare ancora. Non vi conto della notte del 5 gennaio, notte che non so se insonne o vissuta in una dimensione a me sconosciuta fino alla notte prima. Posso solo dirvi che è durata il tempo di un sogno simbolicamente liberatore, dentro una testa ridestatasi totalmente libera. Una sensazione durata poco e mai provata prima. Di questa vorrei potervi parlare meglio ma le parole non mi vengono in aiuto.
Ieri mi ha chiamato Francesco, il mio “mentore buddista”, quello che mi ha portato ai primi di ottobre del 2006 alla Soka Gakkai di Firenze e mi ha convinto, senza la minima forzatura, a dare spazio alla mia latente spiritualità. Da allora molte cose sono cambiate, così come desideravo o credevo di desiderare.
Abbiamo parlato di questa ennesima prova, del modo di affrontarla, del modo di uscirne.
Venti minuti di eccezionale franchezza, di affetto e di positive sensazioni.
(P.s.: Ho fatto anche due colloqui. Poca roba, ma meglio che niente.)