Oggi è l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione.
Non si poteva, proprio no.
Scherzando un po’, verrebbe da dire che in prossimità del giorno della festa più inverosimile e per questo più “spiegata” e discussa della storia delle religioni, così carica di suggestioni, interpretazioni anche contraddittorie sul ruolo della donna, della famiglia e del valore in sé della castità, non si poteva partorire una legge che equiparasse le coppie di fatto a quelle “regolari” anche se solo su questioni di natura finanziaria. Poteva sembrare irriverente o esagerato: un ingorgo di simboli sarebbe stato posto involontariamente, e per questo con ancora maggior imbarazzo si sarebbe dovuto stornarne il presunto valore di segno.
Si è ritenuto invece più opportuno presentare un disegno di legge organico sulla materia entro la fine di gennaio. Magari a carnevale, in occasione della presentazione dei carri di Viareggio.
Chi cerca di spiegarci l’evento, per esempio la senatrice Emanuela Baio Dossi, cattolica della Margherita, dice: “E’ una vittoria per noi e lo dico con il sorriso”. Secondo la rappresentante dei teodem, infatti, era “sbagliato partire dall’aspetto fiscale che rappresenta una tegola del tetto della casa che dobbiamo costruire. Occorre, invece, partire dalle fondamenta, e cioè dai diritti di carattere amministrativo”.
E già: le cose vanno fatte con ordine. Ma, onde fugare dubbi maliziosi, vorrei sapere a chi si riferisce la senatrice quando dice che è “una vittoria per noi”. Per noi chi?
Chi invece la butta e, giustamente, in politica come fa l’ex ministro post fascista Altero Matteoli, sostiene che: “Sulle unioni di fatto, il centrosinistra ha solo rinviato la lite a gennaio. Parlare ora di successo mi sembra fuori luogo, l’Unione ha messo la polvere sotto al tappeto per evitare l’immediato tracollo del governo”. Sulla tenuta del governo se non ha torto, si vedrà, però il sospetto è che abbia qualche ragione. Se, invece, Matteoli intende dire che se dipendesse dal centro destra, l’intera questione sarebbe già stata seppellita, allora questa è un’ipotesi che non mi sento di condividere. Magari se ne sarebbero stravolti gli esiti finali, ma si sarebbe data una risposta. Dinnanzi alla possibilità di dare una versione para-papista alle unioni di fatto, a destra non ci si sarebbe di certo tirati indietro.
In Toscana si apostrofa come novella dello stento, un qualunque problema irrisolto che si trascini con il compiacimento di mai trovare una soluzione.
Nel caso delle unioni di fatto siamo a questo punto. Non è l’unico, certo: se ne potrebbero citare altri.
Di speciale questa novella contiene, però, l’indicazione della crisi verticale di valori di questo paese. Non di valori intesi come la fedeltà alla patria repubblicana, neanche alla laicità dello Stato o al rispetto dei patti assunti in sede elettorale. Siamo oltre.
Siamo al punto che di fronte a una questione da alcune parti indicata come appartenente a una minoranza infima e insignificante, e da altre sentita come discriminatoria, si attenda un disegno di legge tra quindici giorni, quando si poteva anche presentare quindici giorni prima.
Se la legge è di poco conto a nulla vale discuterne all’infinito, se al contrario una legge in merito può ripristinare diritti sacrosanti allora sei mesi di attesa sono anche troppi.
Il valore che fa difetto, insomma, è l’assenza di politica, e il riempimento del vuoto lasciato dalla sua scomparsa con l’invenzione di uno scontro ideologico in cui convergono anche istinti bassissimi e razzisti. E’ ovvio che se si apre un varco, qualcuno entra. Geo-politica vuole che nel varco trovino posto per primi i più vicini. E così un protagonista come la gerarchia cattolica riesce a contare così tanto solo da noi.
L’illusione ermeneutico post moderna del valore che si forma nel dialogo e nel confronto reciproco è ormai defunta, e va scontrandosi con la certezza granitica di una tradizione un tempo onnicomprensiva del sapere, del potere e della società, ora posizione culturale (nuovo trampolino per una nuova evangelizzazione) che fa leva sul potere mediatico e sull’insistenza dell’incertezza e dell’instabilità come uniche verità del pensiero laico e scientifico; incertezza non solo del futuro, perché ad essa si somma quella sul passato: il grande buco nero in cui la nostra classe politica sprofonda da dopo Tangentopoli.
Invece di lasciare il passato diviso, a destra si cerca l’indiviso con iniezioni di pensiero e partito unico, mentre a sinistra si insegue la sintesi di opposti inconciliabili senza investire in politica. Ecco il grande vantaggio di avere un partito radicato nelle idee e nella società di riferimento, requisito indispensabile per avere dei leaders come Zapatero, Blair o Olof Palme.
Perciò gli italiani che su questioni legate a quel complesso di lancinanti decisioni che occorrono quando si parla di decisioni eticamente sensibili, sembrerebbero avere già le idee chiare, non dicono esplicitamente un’acca. In piazza vanno a protestare per le tasse, il tfr, l’incertezza del futuro: in definitiva, i soldi. Cioè il quibus per vivere, ma anche il grande totem (ormai affumicato) degli ultimi anni. Ecco come per incanto il futuro e il passato prossimo entrano in rotta di collisione e aprono praterie che altrove sono inimmaginabili.
Avremo per carnevale una legge sulle coppie di fatto?
Forse sì. Ma che legge sarà quella che verrà scritta se nessuno riuscirà a mettere al centro del dibattito politico italiano qualcosa di diverso dalla mefitica polemica sui brogli o sul caso Scaramella? Su un argomento come il principio di autodeterminazione l’iniziativa toccherebbe alla sinistra, compresa quella sedicente cattolica. Una società e la politica che produce non possono riconoscersi e ammattire dietro al denaro o ai suoi derivati e lasciare che si costruisca una cattiva coscienza con la parola di politici divorziati che discettano di famiglia, ma ne hanno almeno due.