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Mercoledì, 29 Novembre 2006

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309 euri di turbamenti

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:41

“Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a 309 euro”.
E’ quanto prevede l’articolo 656 del codice penale.
E’ così che Deaglio si avvia verso la terribile punizione: 309 euri, tondi tondi. Una cena per due nel ristorante di lusso a due passi da casa mia. Roba seria, insomma per avere turbato l’ordine pubblico. Ma siamo certi anche che tutto fosse finalizzato per conquistare il Palazzo d’Inverno e poi dirigersi con soddisfazione e sicurezza con i propri militanti verso il San Raffaele per avere finalmente lo scalpo del Berlusca, prima della sua breve convalescenza.
Tutto però sembrerebbe chiuso e definitivamente. Invece, no: ieri sera passo su Canale 5 e vedo su Matrix due piccioncini che tubano di riconteggi: Scajola e Di Pietro. Di Di Pietro non so nulla ma di Scajola, se proprio insistete, posso dirvi in un orecchio che cosa si dice di lui (da sempre) a proposito di elezioni, scrutatori, scagnozzi ai seggi ecc. ecc.
Però non farò mai un documentario, si rischia troppo: meglio sputtanare in pubblico e in privato.
Io non sono un giurista. Non so che differenza passi tra un film, un documentario, un articolo di giornale o un comizio di un leader di partito nel diffondere notizie identiche e quindi identicamente turbative, portate senza prove, ma alla fine, anche un bambino capisce che i casi sono due: o quando esponenti del centrodestra, in primo luogo l’ex presidente del consiglio, dicono di brogli non diffondono notizie false, esagerate e tendenziose, o meglio ancora non diffondono proprio notizie perché la magistratura li considera dei clown da circo - e questa è una notizia - o non considera notizie la propaganda politica, e questo andrebbe benissimo, oppure questo coup de theatre accusatorio contro Deaglio, senza il sequestro del film, è la dimostrazione di zelo concentrato più idiota e ipocrita che si sia vista negli ultimi anni. Si sente il vento della stupidità passare a fianco. E dai commenti che ho sentito, pare sia un arietta così insistente da essersi portato via tutti i garantisti in un colpo solo.
E come se non bastasse, il sospetto è che questa accusa a Deaglio avente come unico scopo l’archiviazione del caso, riuscirà a non chiudere un bel niente.

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Martedì, 28 Novembre 2006

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Due feste

Archiviato in: Metodo — francesco @ 13:06

Sabato due dicembre certa piazza italiana, pure sospinta dallo psicodramma berlusconiano, manifesterà contro la finanziaria e il governo. Il tentativo è quello della prova di forza, la famosa “spallata”, per scongiurare il rischio di arrivare al’autunno prossimo venturo e dover vedere gli effetti del Dpef e al tempo stesso per cercare di ripagare il centro sinistra del cosiddetto “odio profuso a piene mani” contro Berlusconi nei cinque anni precedenti, sostituendo il bersaglio.
La manifestazione poggia sui 15 miliardi di euro sufficienti a coprire il disavanzo e sull’odio verso il nemico che non cede e va per la sua strada. Una smentita del ritornello di un mese fa secondo il quale i conti erano a posto e una smentita del buonismo larghe intese. Poi, il nulla.
Niente di quello che il governo Prodi ha fatto o non ha fatto è stato fatto o non è stato fatto dal governo precedente: nè sulla ricerca, nè sulla scuola, né per le infrastrutture, né per i conti pubblici, né per la P.A, tanto meno per l’economia.
Ai cittadini protestatari resterà da invocare il ritorno alla bella vita, alla finanza creativa, quella che dura giusto cinque anni, perché, almeno a chiacchiere, c’è sempre il Tremonti che propone fantasia e leggerezza: vendendosi le spiagge o magari domani appaltando Trenitalia e Anas ai marines.

Ma sabato due dicembre un’altra piazza, restando a casa, festeggerà la sua mesta vittoria. Leggendo i quotidiani o davanti alla tv, la piazza dei pacifisti e degli oppositori alla guerra aspetterà di vedere o di sapere qualcosa in più del ritorno a casa del contingente militare italiano dall’Iraq.
Si compirà così la prima promessa elettorale del governo Prodi e si sancirà la grande sconfitta della politica estera della CdL. Forse aspetteranno invano, i pacifisti: mancheranno le immagini e anche la spudoratezza di contrapporre quel ritorno a casa al clamore della manifestazione anti governativa. Va inteso come sollievo il fatto puro e semplice che all’uopo non si muovano dei Fede e dei Belpietro di sinistra e pacifisti. Sempre che non ci mettano lo zampino gli asini del quartierino.
Perché non c’è da essere allegri se si considera la situazione dell’area a mille e trecento e passa giorni dall’inizio del conflitto e quindi alle conseguenze di quel micidiale errore strategico che va sotto il nome di Seconda guerra irachena.
Lo schiaffo che il mondo occidentale ha preso vincendo una guerra facile per perdere la pace e creare tutti i presupposti per una guerra civile, sta tutta in una frase ascoltata ieri in un servizio di Rainews 24. Mentre noi torniamo a casa - diceva il servizio - l’esercito americano resta “perché Bush non vuole andarsene, ma neanche può dare l’ordine di ritirarsi”. Poche idee, ma confuse, insomma.
Di fronte a questa situazione la piazza berlusconiana sarà un ottimo diversivo: una scampagnata senza armi è sempre meglio di una missione con morti e feriti che sono stati utili solo alle pretese dell’Iran, all’emersione della Siria, all’inverosimile e resistibilissimo successo del partito di Dio del libanese Nasrallah e, naturalmente, ad Al Qaeda.
Utili a tutti, fuorché agli iracheni (e agli israeliani).

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Sabato, 25 Novembre 2006

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Barare

Archiviato in: Metodo — francesco @ 10:29

Se per caso si dimostrasse che Forza Italia ha barato, che si fa?
Li si aspetta in piazza il 2 dicembre? Saremmo autorizzati a prenderli, come minimo, a calci in culo fino a consumare le suole delle nostre scarpe? Bastasse, lo farei.

Io dico che la catena delle enormità se questa cominciasse con la prova di brogli informatici da parte del partito che ad aprile del 2006 aveva un suo rappresentante al Ministero degli Interni, non potrebbe fermarsi alla semplice (sic) ripetizione delle elezioni.
Le conseguenze di un simile evento sarebbero senza precedenti.
Le cose sono assai complicate. Già Al Gore dinnanzi ai più che certi brogli orditi a suo danno e a favore di George W. Bush nel seggio della Florida per la corsa alla Casa Bianca, si rese conto di non poter aprire un contenzioso di quella portata per invalidare un’elezione presidenziale, pe di più della più grande democrazia del mondo. Così Bertinotti ha già detto che il voto è legittimo e nulla cambierà da qui alla fine della legislatura, qualunque cosa emerga dall’esame delle schede, seppur l’Italia sia priva del blasone democratico statunitense.
Faccio notare che Forza Italia e il suo leader non hanno mai chiesto in nessuna sede, veramente e formalmente, il controllo delle schede e che sempre si sono limitati a chiedere il controllo dei voti validi, omettendo, tra l’altro, di fare analoga richiesta a proposito delle schede bianche.
Ma la domanda resta lì per aria. Che si fa se domani qualcuno apre bocca pubblicamente e spiega dettagliatamente quello che oggi difficlmente potrà essere verificato?
Perché se una scheda era bianca ora non essendolo più, dubito che si possa risalire al suo  stato di originaria verginità, a meno che non si risalga a errori nella falsificazione (secondo sic) nei verbali.
Ma c’è una cosa che francamente offende: è assistere agli show di parlamentari di Forza Italia che addirittura attaccano il centro sinistra perché non vorrebbe fare chiarezza, sproloquiando di commissioni parlamentari e ricorsi della CdL sull’argomento, ad oggi, inesistenti.
Per far partire l’indagine della magistratura è bastato un dvd. Non aver prodotto nulla di simile per un partito che possiede tre televisioni, un direttore di quotidiano come Belpietro e un avvocato come Ghedini accampato in tutti i Palazzi di Giustizia d’Italia, vorrà pur dire qualcosa.

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Venerdì, 24 Novembre 2006

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Quando di radici non si vive

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 11:30

Credo che nei prossimi mesi, in conseguenza delle difficoltà che qui si è dichiarato subito essere enormi, della misione in Libano, non potremo esimerci dall’ascoltare, tra le contumelie piene di livore, le omelie sulle negate radici giudaico-cristiane nell’ambito del progetto, per altro bocciato, di Costituzione Europea.

Poiché quasi tutti gli Stati che gravitano nell’ambito del mondo musulmano hanno nelle loro carte costitutive un riferimento all’Islam, che varia di livello e grado, parrebbe ovvio che chi si straccia le vesti oggi per quel preambolo negato, ponesse la questione anche all’interno della propria nazione. Ma così non è. Laici a casa propria, giudaico-cristiani in Europa: una bizzarria inspiegabile se non con la schizofrenia più acuta.
Ieri, uno dei più accesi avversari dell’oltraggiosa omissione - Carlo Panella - sosteneva a Porta a Porta la tesi suggestiva di sempre: “se non dici chi sei non puoi trattare da pari con il mondo islamico”, senza distinguere in quest’ultimo tra chi chiede e pratica la sharia, chi cerca in qualche modo di laicizzare le istituzioni, dimenticando il problema politico dello Stato palestinese, oltre che dello sfruttamento dell’unica risosrsa per cui quel mondo ci interessa veramente. L’Islam è la nazione islamica, gli stati non esistono: Panella e Bin Laden sull’argomento, non di poco conto, la pensano allo stesso modo.
L’omissione sta invece nel non voler dire che quei riferimenti da soli non spiegano davvero chi siamo. E nel volerli affermare si ammette una pericolosa sudditanza culturale al concetto dell’identità immobile che scaturisce da una particolare interpretazione della rivelazione religiosa.
Se lo sguardo è rivolto al passato e non vi è intenzione di tracciare un filo rosso che si congiunge all’oggi, il riferimento è pura pericolosa retorica, se invece alle radici corrisponde un progetto che si è dispiegato nella storia, allora mancano quanto meno i riferimenti all”aristotelismo, al neo-platonismo e alla filosofia laica che da Spinoza giunge per mille rivoli fino a Habermas, Gadamer, ecc. ecc. L’invadente illuminismo, in realtà, ha un peso solo marginale se lo si intende storicamente.

Con la stessa foga con la quale trent’anni fa si sostenevano Mao Tze Tung, Lin Piao, magari l’extra parlamentarismo di casa nostra, i movimenti terzomondiali senza sapere nulla di nulla degli obiettivi dei loro leaders, il marxismo-leninismo, il libertarismo ecc. ecc. i protagonisti di mille sconfitte si rituffano a capofitto nell’avventura di sempre.
Stessa foga, stesso senso critico demenziale. Il nemico galvanizza e aiuta a ritrovarsi, qualche volta a perdersi definitivamente.
Ma il nemico non è idiota. Sa chi siamo e che cosa vogliamo. Lo sa perché per chi vive in quei paesi, sa che l’Occidente da sei secoli domina il mondo e segnatamente anche quello islamico, dopo aver capovolto i rapporti di forza che dal VII secolo alla fine del XV determinavano una superiorità politica, civile e militare del mondo di propria appartenenza.
A che cosa servono i richiami alle radici - dico io - inserite in un preambolo di Costituzione continentale e non nel suo progetto - come si affanna a dire Panella ? A che cosa servono se la totalità dei cittadini occidentali vive come se non fossero mai esistiti?
Servono a costituire un alibi per l’assenza di un progetto presentabile: una specie di senso di colpa per non aver prodotto fedi laiche sostituive delle precedenti dopo essersi impegnati a demolirle, corteggiandole prima e respingendole poi. Tutta roba da piani superiori delle istituzioni. Paccottiglia propagandistica suadente per le emotive orecchie delle masse di televisionari delusi e incerti.
Così si moltiplicano per partogenesi gli ossimori dell’ateo devoto: come monadi infinite ci ritroveremo domani teorie sugli ipocriti onesti e forse anche sugli imbecilli intelligenti.
Se per inseguire il nemico tocca continuare a non dire chi si è, ma solo riferirsi a una tradizione incompleta, perché la strada che l’Islam come connotato politico-culturale a tutto tondo ha scelto, cioè quella del proprio suicidio, dovrebbe allettarci al punto da tale da permettergli di sperare in una cerneficina reciproca per salvarsi almeno parzialmente agli occhi della storia?
Perché l’Europa è vecchia. E non perché non si produca abbastanza come in Cina, e neppure perchè sia demenzialmente illuminista, ma per un colossale deficit di classe dirigente: uomini e donne ancora giovani, già rotti ad ogni compromesso, già dispersi più volte dagli eventi, mai stati capaci di riposare la propria mente e buoni per tutte le stagioni continuano a sbagliare allo stesso modo, rinnovando appelli ideologici, dopo essersi cambiati di cappello.
Ieri sera persino il senatore Giulio Andreotti, zittito più volte da quell’energumeno del pensiero che corrisponde al dato anagrafico di Roberto Castelli, ha dovuto ricordare che Hitler non era né islamico, né turco. Si è dovuti arrivare a questo. Eppure tanto poco ha fatto sembrare un gigante un individuo assai discutibile come Giulio Andreotti.
Chi ottenendo questo risultato ha reso un servizio simile alla sua intelligenza dimostra il suo valore reale. Nessun valore compensativo potrà ottenere dalla rivendicazione “preambolesca” delle radici giudaico-cristiane.

P.s.: Ieri sera a Porta a Porta ho ascoltato sciocchezze di vario tipo sulla missione Onu lungo la Linea Blu del confine israelo-libanese e mi è dispiaciuto che il pacifismo di Giordano, scelto - credo - non casualmente tra gli ospiti di centro sinistra, abbia fatto velo a una spiegazione esauriente della vicenda. Le obiezioni degli “iracheni” erano due: il mancato disarmo di Hezbollah e la sicurezza del suo non approvigionamento di armi, considerati punti deboli della risoluzione. Due elementi che, se realizzati dal personale dell’Onu avrebbero significato - lo capirebbe anche un bambino - guerra sicura. Una nuova guerra dopo quella già fallita mossa da Israele contro gli sciiti libanesi.
Però a proposito di guerra e possibilità di intervento delle forze Unifil basterebbe ricordare che l’articolo 12 della risoluzione di fatto prevede anche il conflitto armato “nelle aree in cui tutte le forze sono presenti e nelle loro capacità, a assicurare che questa area non sia utilizzata per operazioni ostili di nessun tipo, a resistere ai tentativi di impedire con l’uso della forza dallo svolgere i suoi compiti come da mandato del Consiglio di Sicurezza, e a proteggere il personale delle Nazioni Unite, le strutture, le postazioni e gli equipaggiamenti, a garantire la sicurezza e la libertà di movimento del personale delle Nazioni Unite, gli operatori umanitari e, senza pregiudicare la responsabilità del governo del Libano, a proteggere i civili da minacce contingenti di violenza fisica.”
Ho ascoltato invece Frattini (vice presidente Unione europea, ndb) e Panella discettare con ngravità sull’impossibilità di effettuare check point su veicoli per la verifica del passaggio di eventuali armamenti alla frontiera, come se fosse auspicabile un autobomba esplosa in servizio, piuttosto che per attentato predisposto.
Il disarmo di Hezbollah nemeno lo spiego: non c’è riuscita Israele a sradicare le “armate” di Hezbollah, ora secondo gli “iracheni” ci dovrebbero riuscire i carabinieri o i San Marco italiani, mitra in spalla, casa per casa. Come a Baghdad, magari.
Si chiedeva un cambio del mandato (ormai auspicabile) come se fosse il governo a doverlo prospettare, si mormorava di guerra, salvo poi smentirsi, si sentiva insomma un certo desiderio di vedere finalmente qualche morto per pareggiare il conto aperto a Nassirya, aleggiava una certa soddisfazione tra gli “iracheni” per i pericoli incombenti. Come se fosse già passata in cavalleria la questione politica di una missione di pace in un paese occupato dagli anglo-americani, dopo essersi dichiarati favorevoli a quell’occupazione, piuttosto che in un paese semi distrutto e ostaggio della politica medio-orientale, nel quale noi cerchiamo di risolvere problemi aperti da anni e squarciati da una guerra sbagliata.
A questa serie di mistificazioni e miserie non si è risposto con la dovuta durezza.

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Mercoledì, 22 Novembre 2006

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Bugiardi in Europa, santi in Italia

Archiviato in: Metodo — francesco @ 15:35

Fini è al palo. Per Martens, presidente del Partito popolare europeo, non basta governare in Italia con Berlusconi per esser considerati di centro e aderire così al gruppo popolare europeo. An è un partito di “estremisti di destra”.
Parole come pietre: “An è un problema innanzi tutto in Italia. Bisogna stabilire se ci sarà un’evoluzione politica in Italia, se si va verso la costruzione di un partito che accetti i principi del Ppe e il nostro programma di base. Ci vuole un nuovo partito di centro, l’An di oggi è esclusa, la prima fase passa in Italia. Senza un nuovo partito di centro non è possibile”.
Che dire? Che gli esami non finiscono mai, che quelli passati in Italia non contano niente e che essere post-fascisti è un non senso politico. Anche se fa tanto rassicurante.

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Lunedì, 20 Novembre 2006

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Salvate i bambini dal prime-time

Archiviato in: Metodo — francesco @ 10:51

Bisogna capire che cosa è il popolo bue, come se lo immaginano i pastori di anime o di voti. Come lo si addestra, che cosa gli si fa mangiare di giorno e di sera. Che idee gli si mettono in testa, che cosa gli si vuole far fare, come gli si infilano dogmi indimostrabili nel cervello in nome di una purezza verbale, quali turbe non solo sessuali vengono privilegiate e mantenute come valori. E poi, quali tabe mentali emergono e si travestono di virtù, mentre si nasconde la monnezza sotto l’abito e si gioca pericolosamente con gli istinti bassi e ottusi di una nazione, fomentandoli.
Ecco perchè bisogna far notizia urlando al guaio se passa sul primo canale nazionale pubblico una fiction in cui due lesbiche si amano e si sposano, mentre il padre di una delle due alla fine arriva persino a capire, a farsene una ragione. Per amore filiale.

Se durante un programma in prima serata vedessi immagini in cui un prete sodomizza un bambino direi che quelle immagini a quell’ora sono sbagliate, ma essendo vere non chiuderei gli occhi che mi servono per giudicare. Se, sempre in prima serata una fiction mi raccontasse, senza farmi vedere nulla di scabroso, una vicenda che descrive il medesimo gesto, qualcuno chiederebbe lo spostamento di quella fiction in seconda serata? Se sì, per salvare chi?
O per par condicio qualcun altro chiederebbe una storia verosimile in cui protagonista siano, chessò, un muftì musulmano o un trinariciuto comunista? Il clima è così istericamente cupo che sarebbe possibile.
Porsi qualche domanda, farsi venire qualche dubbio, mai.
Però, se io fossi un padre di famiglia, dopo aver visto le prime, o anche solo le seconde serie di immagini, e pensassi proprio come pensano gli scandalizzati di oggi, mi sentirei autorizzato sì a pedinare mia figlia, ma anche a raccomandare a mio figlio i preti come tra i soggetti pericolosi da cui non accettare caramelle. Almeno a titolo cautelativo. Soprattutto se poi la tradizione vuole che da essi derivi un’autorità morale, pedagogica, ispirata da Dio.
Siccome per certa suicidiaria (e autolesionista) cultura bacchettolica (per distinguerne i tratti da quella di chi, pur fedele, ama giudicare con la propria testa e anche perché il link dei bacchettoni è inattivo) omosessualità e pedofilia sono esecrabili e condannabili entrambe, voler negare la prima serata a una fiction in cui protagoniste sono due donne lesbiche è solo un lapsus freudiano e alla fine è un po’ come mettere le mani avanti.
Ma non per salvare i bimbi dal prime-time.
Chissà come e chi salvò dal prime-time quel prete diventato pedofilo. O era già tutta colpa di Google?
Capire non è proprio impossibile anche se non sai che cos’è la natura umana e non te la fai spiegare da un prete, magari giovane e fresco di studi, proprio quando tu hai sette anni.

Si inizia con il chiedere oggi la seconda serata per la storia di due lesbiche, domani per quella di un prete pedofilo andrà bene anche YouTube.

Compilate questo modulo e mandate a nanna senza cena quelli che si scandalizzano davanti a due lesbiche che non fanno l’amore come natura comanderebbe.
Non se ne può davvero più. Persino la voce di Crozza in confronto alla curia da un lato e a questa banda di assatanati moralisti del prime-time dall’altro, sembra quella di Bertrand Russell.

[Grazie a Pennarossa]

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Domenica, 19 Novembre 2006

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Le cose che cambiano

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 11:04

Quando gli eventi che attendi giungono, nel loro evolversi e spandersi dentro e fuori di te, si materializza sempre la sorpresa di “osservare” come vivi realmente il loro annuncio e il loro arrivo.
E’ quasi un’esigenza, anche scaramantica, tanto dentro di te tieni al riparo la novità e ne parli il meno possibile per non banalizzare l’evento.
I pensieri negativi che hai fatto fino a quel giorno, quando pensavi che nulla sarebbe cambiato, mentre il destino “cinico e baro” si accaniva contro le tue legittime aspettative, diventano impresentabili. Ogni tanto affiorano, quando l’incredulità del cambiamento prossimo venturo scala le montagne della coscienza, ma pudore e volontà li ricacciano indietro.
Tutto deve tacere. Dentro e fuori cerchi l’equilibrio che non hai mai avuto, perché è nuovo l’equilibrio che devi trovare. E se quell’equilibrio sarà nuovo, anche tu, se quella scelta è adatta a te, sarai nuovo. Nel silenzio, tutto questo viene meglio.

Il 6 dicembre sarò già  altrove. Un nuovo lavoro e (come vorrei) una nuova vita mi stanno aspettando.
Però, non ditelo troppo in giro.

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Giovedì, 16 Novembre 2006

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Comunicare quello che si è

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 1:21

Ci sarà pure un deficit di qualità mediatica del premier, non vi è dubbio, ma ci sono elementi che agiscono in modo tale da produrre effetti a cui non si può mettere la sordina. Né si può credere che da qualche parte stia l’ennesimo colpo di fantasia per dribblarne gli effetti politici.

Questo governo è unito da un programma firmato alla viglia delle elezioni di aprile. Le formazioni sono all’incirca nove ma i “club politici”, cioé quelle che un tempo si chiamavano correnti, molti di più. Sono per lo più escrescenze tormentate costruite sulle speranze senza progetto del post-89, e mai emerse definitivamente dal disfacimento della prospettiva progressista italiana, costruita sul sogno (equivocato e maladattato dopo il crollo delle forze politiche della cosiddetta “prima repubblica”) dell’incontro delle culture “socialista, comunista e cattolica”, di togliattiana memoria.
In questo arco di forze che oggi compone la maggioranza, non a caso, è venuta crescendo l’idea di una formazione politica che a quell’ispirazione si richiama, data allo statu nascenti da almeno un anno e mezzo. E, nella migliore delle ipotesi, ancora è attestata su quelle posizioni. E’ il segno della sua impossibilità e sarebbe ora di prenderne atto.
Il leader dell’odierna maggioranza non è a capo di nessuna forza politica, ancorché maggioritaria, all’interno dell’alleanza, differenza cruciale rispetto alla posizione di Berlusconi rispetto all’ ex CdL. Faccio un passo indietro. La creazione del duopolio televisivo, da più di vent’anni, ha permesso a Berlusconi di entrare in un agone mediatico già politicizzato (e come poteva essere altrimenti?) in cui il servizio pubblico, diviso in tre reti, era di fatto “appaltato” ai tre partiti maggiori di quei tempi, due di governo, Dc e Psi e uno di opposizione, il Pci. Berlusconi vi si frappose assumendo il ruolo non solo di “competitore” del servizio pubblico, ma nel corso del tempo, in perfetta aderenza con i sommovimenti politici internazionali e interni, bisognerebbe ammettere, il moloch mediatico andrà ad assumere un ruolo di “quarta forza”, aspetto su cui spesso si sorvola, investendo su performatività e informazione e coprendo tutta la gamma di palinsesti possibili, aprendo nuove e inedite prospettive comunicative, tra cui collaborando a creare quella nuova, fiammeggiante, articolata e complessa antropologia, detta dell’individuo proprietario. Proprietario del suo tempo, del suo futuro, non solo dei suoi averi, dotato di un nuovo linguaggio e nuovi simboli, “deideologizzato”. Il sogno giusto (nella Milano da bere) per gli esseri della società affluente, quella felicemente globalizzata; il famoso nuovo che, fino alla fine dei ‘90, avanzava.
Poteva esserci un rappresentante migliore dell’attuale Berlusconi?
Che ai tempi della legge Mammì frullasse nella testa di Berlusconi l’idea di un partito lo escluderei, ma la tessera della P2 e la contiguità con la politica che conta non era solo il frutto di convenienze contingenti o estemporanee. Che quell’idea sia venuta avanti è invece stato possibile per effetto di cause interne e conosciutissimi meccanismi della società dinnanzi alla comunicazione di massa, lasciati da noi a briglia sciolta da una classe dirigente impreparata, insensibile, ma soprattutto autoconvinta della propria invincibilità.
Con Tangentopoli e il vuoto di rappresentanza politica determinatosi nello schieramento “moderato”, la sua discesa in campo provocò di fatto lo stabilizzarsi del confronto su due forze, anziché quattro: il vecchio e il nuovo, i comunisti sconfitti dalla storia e i liberali vincitori, ecc. ecc. Non più partiti, ma forze della storia. Questo è il messaggio centrale di Berlusconi. Mentre la destra ne acquisiva uno, la sinistra perdeva il proprio, a portata di mano, per andarsi a infilare, alla fine, in un imbuto di nome partito democratìco, seguendo un’idea pasticciata, figlia di analisi del passato.
Berlusconi ha cercato di costruire un nuovo contenitore, generalista, una matrioska di nome Forza Italia, dentro un’altra matrioska di nome Cdl, che avrebbero dovuto stare dentro una matrioska più grande di nome Italia, guidata dall’italiano nuovo.
“Forza” è l’istinto, l’urlo che piega e non un semplice invito a uscire dal senso di inferiorità verso qualsivoglia crisi. E’ il corrispettivo di “Mi consenta”, un imperativo declinato in forma di richiesta.
Forza Italia è un ossimoro, ma anche un’anima e una faccia. Una faccia che tra l’altro scivola su mille altri volti: quelli di tutti coloro che bene o male possono essere aggregati alla sua individualità di proprietario buono, aperto, liberale.
Forza Italia è il nome di un partito ma anche un modo per dire Italia. Berlusconi è un ideologo, ha raccolto ciò che c’era e gli ha dato legalità politica.
Berlusconi è il pluralismo in sé, Prodi il pluralismo che va da sé. Il primo controlla e maltratta, il secondo no. Il primo taglia i nodi gordiani, il secondo sembra che se ne debba divincolare ogni giorno da uno nuovo. Il primo è disinvolto, il secondo è pensoso e impacciato. Ma non vuol dire nulla di nulla. Nessuno dei due è oggi così convincente come vorrebbe essere.
Se qualcuno pensa che Prodi possa farsi carico da solo di questo significa che non si è capito molto della situazione. Prodi ha il torto di non avere alcuna carta in regola per provarci, ma non di non riuscire a farlo. Il cuore della questione è politica, la comunicazione ne abita il piano terra, non è lo scantinato da cui far uscire il coup de teatre. Non bisogna farsi ingannare dalle performances in quanto tali. In realtà non c’è nulla di improvvisato.
Prodi e la sinistra non hanno le leve su cui agire che ha avuto a disposizione Berlusconi, se non lavorando bene e passare il guado del 2007.
Per ora all’orizzonte non si avvista niente altro.

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Martedì, 14 Novembre 2006

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I libri sotto la specie delle vibrisse

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 2:03

Non so che cosa non mi trattenga dallo scrivere su un blog, ma so che cosa mi trattiene dallo scrivere un libro.
In blogosfera posso anche finire dimenticato. Quei due-trecento lettori quotidiani non sono la molla del mio scrivere ma mi conforta sapere che ci sono. Tutto sommato qui organizzo i miei pochi pensieri e rispondo ai miei tic che da un anno e mezzo sono quasi tutti dedicati all’attualità politica. Punto.
Anche dei miei 50 - 60 libri che leggo ogni anno non scrivo quasi più. E’ il periodo: non voglio farvi entrare troppo in casa mia.
Scrivere un libro oggi mi sembra così difficile. Da qualche tempo, entro in libreria e non compro più niente. L’allegra sfilza di copertine colorate e profumate dopo qualche minuto mi fa girare la testa. Quanti sono. Con un po’ di angoscia mi chiedo: ma vogliono essere tutti comprati e magari anche letti. Che paura.
Così, ormai compro solo su Ibs.

Perciò se c’è qualcuno che sai come scrive e ha deciso di continuare a farlo in modo inedito, coraggioso e intelligente lo stimi ancor di più. Allora, tanto di cappello. E in bocca al lupo, Demetrio. Te lo meriti.
Ora, se questo qualcuno scrive dentro un luogo nuovo, abbastanza da essere curioso scoprire il come e il perchè è nato, che cosa fa, come lo fa, beh … è ancora meglio. Se poi il libro in questione è sans papier allora viene voglia di capire di che si tratta.
In breve, è nato Vibrisselibri, un progetto di editoria on line, frutto dell’intuito di Giluio Mozzi, scrittore e notissimo personaggio della rete.

Giovedì 16 novembre alle 11,30 presso il Caffé Fandango a Roma verrà presentato il progetto. Insieme con Mozzi, ne parleranno lo scrittore Filippo La Porta, saggista e critico letterario, Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, Lucio Angelini, scrittore, traduttore e coordinatore del comitato di lettura di Vibrisselibri, Gaja Cenciarelli, scrittrice, traduttrice e coordinatrice della redazione di Vibrisselibri e Demetrio Paolin, appunto.
Vale la pena scoprirne le potenzialità.

Il 12 dicembre, invece, a Milano, presso la Libreria Feltrinelli di Via Manzoni, alle ore 18,00 verranno presentati due vibrisselibri: la prima parte del romanzo di Andrea Comotti, L’organigramma (un’investigazione fantastica sulla strage di Piazza Fontana) e il saggio di Demetrio Paolin, Una tragedia negata (ricostruzione dell’immagine che in questi anni la narrativa italiana ha proposto degli “anni di piombo”).
Andate, ascoltate, tornate e parlatene bene.

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Sabato, 11 Novembre 2006

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Il grande semaforo

Archiviato in: Metodo — francesco @ 12:03

Tra otto giorni lo psicodramma sulla Finanziaria, auspicabilmente, dovrà terminare. Da qui al 19 novembre non mancheranno gli aut aut e i manrovesci, ma alla fine il governo esaudirà le richieste (anche quelle sulla ricerca, tanto doverose quanto imbarazzanti sono state le proposte di tagli) e porterà a casa le quattro cose per le quali si è battuto contro “amici” e “nemici”: rientro dal debito contratto dal precedente governo (per sforamento dei tetti di spesa) con l’Ue per 15 miliardi di euro, inserimento a bilancio delle poste di 3 miliardi di euro ciascuna per Ferrovie e Anas, il cuneo fiscale e il Tfr all’Inps per i restanti 13-14 miliardi di euro. Da un numero imprecisato di anni, la finanziaria non viene approvata nei tempi previsti e questo accadrà nonostante i mal di pancia del ministro Ferrero sul tfr o di Pecoraro Scanio sul Mose. E nonostante le crisi di nervi della CdL che sulle tasse sta facendo di tutto per stornarne ogni responsabilità indiretta, dopo cinque anni di governo.
Ma d’altronde che si tratti di tentativi maldestri, e forse anche un mezzo boomerang, lo dimostra il fatto puro e semplice che la manifestazione contro il governo si farà il 2 dicembre, abbastanza dopo l’approvazione della finanziaria e non prima quando si cerca di pesare sui contenuti…

Una domanda però, sorge spontanea: ma dov’è Prodi, che cosa fa, come passa le sue giornate?
Se un ministro del precedente governo di centrodestra si fosse comportato come fa ora uno dei quelli del centro sinistra l’effetto politico e mediatico dei suoi atti sarebbe stato percepito in modo assai differente. Pur essendo stati licenziati, o dimessi, in quei cinque anni almeno una dozzina di ministri, tra cui il nuovo vate dei dazi Giulio Tremonti - sbattuto fuori dopo una lunga lotta intestina contro Gianfranco Fini - oggi dinnanzi a manifestazioni di aperto dissenso avremmo pensato a un problema del leader, a un suo indebolimento e a un sensazionale atto di coraggio politico. Invece la dimensione bulgara del centro destra ha sempre evidenziato una forza notevolmente composta e una solida fedeltà al potere costituito, pur di mantenere saldo il governo e abbarbicarsi al feticcio dell’unità della CdL. Poi, è bastato un mesetto per veder concludersi il condominio della libertà, anche se, per la verità, non ne sono bastati cinque per capire che cosa voglia fare Casini da grande. E il sospetto è che ci si trovi nel bel mezzo di un gigantesco gioco delle parti.

Ma lo psicodramma lascerà le scene assai presto per far spazio a un conflitto tutto politico e maliziosamente tentatore: all’ombra della riforma della legge elettorale potrebbe accadere quello che sulla finanziaria non sarebbe mai potuto accadere. Prodi sul dpef ha dato il meglio di sé. Ma il suo coinvolgimento nella costituzione del partito democratico potrebbe metterlo fatalmente in rotta di collisione con qualche suo alleato.
Per alcuni in gioco è la sopravvivenza politica, non un provvedimento o un posto del governo. All’insegna del non avrai altro Prodi all’infuori del “semaforo” di Guzzanti, sostenuto dalla sua ineffabile bonomia, il presidente del consiglio sul dpef ha lasciato esplodere tutte le contraddizioni della maggioranza, come se neanche lo sfiorasse il pensiero di avere qualche responsabilità nel doverle contenere e nell’intervenire con autorevolezza. Ma, barcamenandosi tra le promesse del programma, l’inconsistenza e il duro propagandismo dell’opposizione e l’assenza di alternative all’interno della maggioranza, Prodi è riuscito a inchiodare quest’ultima su di una finanziaria “epocale”, di quelle che proprio per il suo carattere ciclopico non si scordano, soprattutto per i sei mesi a venire.
Abbastanza per impedire che la foga suicidiaria del centro sinistra potesse esprimersi con pensieri di improvvisa sfiducia, per lucrare su (im)possibili rendite di posizione (con minori perdite elettorali) in caso di furbeschi smarcamenti dell’ultimo minuto.
Il 19 novembre Prodi dunque avrà portato a casa la sua vittoria (la maggioranza e i partiti che la compongono non si sa), suggellata dall’approvazione della più aperta e discussa finanziaria di sempre. Perché non vi è dubbio che i più esposti mediaticamente allo scontro siano stati proprio i leader di partito, i ministri, molto meno Prodi, e anche altri come D’Alema che forse ha capito per tempo il gioco del professore.
Una paradossale finanziaria di massa, sì, ma sia chiaro con un padre, una madre e qualche zia piuttosto certi: Prodi, Confindustria, Ue e sindacati dei lavoratori.

Sulla legge elettorale la musica potrebbe essere un po’ diversa. Intanto è un dovere morale cambiare quella legge. E lo è anche politicamente parlando, anche se si dovesse ripetere il film di qualche mese fa e confezionare una legge stabile per gli avversari che potrebbero prepararne una con gli stessi difetti di quella odierna tra cinque anni.
Lo ha detto bene il presidente del Senato Marini: perché l’idea che i partiti possano decidere con quasi matematica certezza chi sarà senz’altro eletto significa scippare i cittadini del diritto di scegliere, e poi, perché i computi si basano su capziose distinzioni tra liste apparentate e compagnia bella, perché il proporzionale incentiva la proliferazione non tanto dei partiti, quanto delle loro pretese, ecc. ecc.
Pensando al desiderio suicidiario, una sua modifica in tempi brevi vorrà dire che non appena realizzata qualcuno potrà pensare di adoperarla subito? E che qualche oligarchia di partito vecchio, o che verrà, potrebbe anche apparecchiarsi a perdere pur di semplificare e uscire da una situazione incerta come quella che sta vivendo oggi ? Oppure chi urla (come Di Pietro) sta chiedendo fin da subito qualcosa in cambio - magari al futuro partito democratico - per non trovarsi smutandato?
Non lo so, però se con nove partiti in maggioranza si è vinto a stento e si è costretti a governare nello psicodramma, non è con la diminuzione del numero di attori che diminuirà la centrifuga perenne del centro sinistra e che si diverrà, come si dice oggi, più competitivi. La cosa peggiore sarebbe infine usare la volontà di riforma per imporre in qualche modo la nascita di nuovi soggetti politici per forzare la mano a riluttanti protagonisti. In ispecie, dopo che Rutelli ha ribadito con nettezza che il partito democratico non entrerà mai nell’Internazionale socialista. E’ chiaramente un dialogo tra sordi e tale è destinato a restare. Perciò non si insista. A meno che anche in questo caso non ci si stia baloccando in un immenso gioco della parti.
Ma Prodi che ruolo sta giocando al proposito? Dov’é, che fa, come passa le sue giornate?
Se c’è una cosa di cui non si sente il bisogno è proprio qualche stupido machiavellismo, magari adoperato in nome dell’andare avanti, del superamento delle forme storicamente determinatesi della politica europea, senza averne mai fatto parte, senza indicare concreti approdi, ma fumosi post modernismi e perpetuare la solita anomalia e peculiarità italiane.

Ci sarebbe bisogno di un leader, perché le idee, le passioni, i presupposti culturali ci sono già. Anche di uno che spacchi tutto e che con decisione porti uomini e donne consapevoli verso una riva chiara, radicata, senza fronzoli e con prospettive future. Vorrei sentire una sintesi, vorrei anche leggere di pensieri e atti conseguenti, vorrei la stessa animosità di oggi, anche gli scontri, i dissensi, ma poi qualcuno che si prende la responsabilità di quello che accade, che lo sa leggere, insomma vorrei potermi fidare. Un semaforo non mi serve.

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