Un normale stato di emergenza
L’esercito a Napoli non è più un tabù. Sai che notizia. Al momento però è solo utile per fare un po’ di casino e far litigare gli uni con gli altri, mentre il territorio viene sotterrato dalla merda. La Campania è il terminale del traffico illgale dei rifiuti. Napoli ne è la capitale. Si sa tutto ma si fa come se niente fosse.
Quella che si sta combattendo in questi giorni è una battaglia epocale. La situazione latente da anni, ha ormai preso una piega per cui questo Governo è chiamato a rispondere a una vera e propria offensiva. Perché questo Governo alla camorra potrebbe per ragioni ovvie, anche creare qualche problema. Quindi bisogna che a Roma si capisca bene che i rifiuti non sono argomento di interesse nazionale. Chissà se tra un esercito e l’altro se ne parlerà apertamente e pubblicamente.
Quella dei rifiuti e del suo smaltimento è materia “pubblica” per eccellenza con le sue implicazioni igienico-sanitarie e di civiltà pure, considerati i risvolti positivi o negativi a seconda degli usi adoperati per farvi fronte. Ma il decreto Ronchi funziona dappertutto, fuorché in Campania. Io non so se l’esercito potrà supplire ai compiti che per ragioni di bilancio e organizzative, polizia e carabinieri non possono svolgere.
Ma è devastante che non si prenda atto, almeno a livello di società civile, che non vi è alcun modo di sconfiggere sul territorio chi già lo controlla da anni, che non è l’invocazione di una democratica manu militari che sposteranno di un centimetro le cause che permettono a questa serie di illegalità e enormità delinquenziali di sopravvivere. Ormai la rete di interessi legali e illegali che si arricchisce seminando discariche abusive ma anche disagio, disperazione e disoccupazione è fortissima e radicata. Anni di ipertrofica tolleranza al dio profitto, associato all’ottundimento civile pseudo-garantista hanno permesso ai poteri criminali di approfittare di occasioni eccezionali, anche esterne alle logiche nazionali: prima fra tutte l’alleanza con le mafie di altri paesi.
Se si intercettase il cellulare di un ecomafioso forse si risalirebbe anche a chi, impunito, spara in città, data la considerevole rete tra crimini. D’altronde, se mandiamo l’esercito a Napoli che dovremmo fare a Catania ? Qui non è più un tabù neanche la chiusura per mora di una procura antimafia. Senza soldi, senza benzina, senza fotocopiatrici, senza computer, senza reale protezione, i magistrati si dimettono.
Il problema dei problemi, sfruttato ad arte, ormai è una rendita di posizione per ogni tipo di penetrazione criminale: un potere strutturato come autonomo quale quello della giustizia dipende per la sua sopravvivenza da altri due poteri, quello esecutivo e legislativo, con i quali i rapporti non possono che essere conflittuali. Soprattutto quando si parla di mafia. Un potere che non può comprarsi la carta è un potere che non conta niente. Non si spreca neanche una pallottola per tenerlo a bada.
E’ una storia lunga , sì.
Ma qui i tabù che si smontano sono solo quelli negativi.
Che fare? Riformare la giustizia? Non credo. Fare un piano per il Sud? No. Basterebbe avere il coraggio di rimettre nel cuore delle questioni nazionali la questione meridionale, ma non per parlarne, perché sappiamo già tutto.
Intanto, la prima domanda cui dare una risposta è: vogliamo liberarci dal potere oppressivo delle organizzazioni criminali? Sì o no? Allora credo che non si possa far a meno di fare la guerra alle organizzazioni criminali. Non c’è bisogno di leggi speciali. Abbiamo tutti gli strumenti a nostra disposizione. La guerra significa anche sparare, cioè fare quello che altri sotto i nostri occhi inorriditi fanno, mentre noi stiamo fermi come delle carasse da vigna. Non invoco certo un bagno di sangue. Ne ho orrore quanto tutti. Ma neanche si può ridurre polizia e carabinieri (e il fenomeno non è solo campano) a pensare che non conviene mostrarsi giustamente intransigenti di fronte all’illegalità, tanto è enorme il divario di mezzi tra chi la difende e chi la offende, per pensare invece alla propria incolumità personale.
La seconda è: vogliamo liberarci dalle forme di illegalità diffusa o no? Diano l’esempio coloro che governano.
La terza è: vogliamo cambiare una buona volta la legislazione sugli appalti o no?
La quarta: vogliamo licenziare in tronco i dipendenti pubblici che non fanno il loro dovere e allontanare dalla P.A. i sospetti?
La quinta: vogliamo impedire che imprenditori del Nord prendano denari pubblici per fare finta di aprire aziende al Sud e poi tornino a casa loro con il malloppo in tasca?
La sesta: vogliamo dare denaro e mezzi alla magistratura a partire da questa finanziaria, motivando così in modo serio una tassazione che non può solo servire a tappare buchi, disavanzi o a sanare ingiustize ormai ordinarie, quelle sì, derivanti dall’evasione o dall’elusione fiscale? I mafiosi non amano pagare e non pagano le tasse, tanto quanto onesti e laboriosi cittadini.
La settima: dove sono gli uomini e le donne che avranno il coraggio di fare queste semplici cose rischiando la propria vita o costringendo i propri familiari a sacrificare la loro in cambio di un paese migliore?
E’ la domanda delle domande, ma se non esistono quel tipo di uomini e quel tipo di donne allora non ci sarà nessun piano starordinario che terrà. Qui ci vogliono persone ordinarie che facciano cose ordinarie. Non avere coraggio, in casi come questi, sarebbe invece un evento maledettamente straordinario. Proprio quello che di cui non si sente il bisogno.

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