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Venerdì, 29 Settembre 2006

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Di Telecom me ne sbatto

Archiviato in: Metodo — francesco @ 9:32

Se Telecom non fosse stata privatizzata nel 1997 l’opposizione di allora - che è la stessa di oggi - avrebbe urlato allo scandalo. Oggi che la privatizzazione di Telecom sta diventando l’ulteriore sua svendita, ma soprattutto il solito pasticcio all’italiana, l’opposizione - non potendo mettere il dito nella piaga dell’assistenzialismo indiretto del grande e medio capitalismo nostrano, perché su quella piaga ci campa più della sinistra - urla per lo “scandalo Prodi”. Il despistaggio dal sapore moralistico nasconde malamente l’ipocrisia.
Le privatizzazioni - di Telecom e non solo - sono state la strada maestra dell’impoverimento del nostro paese, oggi più impaurito e più confuso di prima. Vero è che molte di quelle imprese andavano vendute. Il Nuovo Pignone a Firenze era una solida impresa di Stato e oggi è la stessa solida impresa seppur appartenente al gruppo General Electric. Bene si fece a vendere perchè le ragioni di un produttore di turbine e decompressori, in condizioni di mercato mutate non potevano più essere né di pertinenza, né alla portata di uno Stato, ma altrettanto vero fu che da allora passò l’idea che programmare, nel senso anche solo di guardare avanti, o pensare in senso generale, fosse un altrettanto grave bestemmia. Adeguandosi all’uopo, si passò a premiare la cultura d’impresa, segnatamente nella figura dell’imprenditore o del management, inteso come taumaturgo ma molto più osannato quando rivestiva i panni di tagliatore di teste.
Uccidendo la gallina statale (fin dal 1993) si voleva conseguire un altro cospicuo risultato: tirare la mazzata finale a sindacati e sinistra.
Non sono in grado di dirvi quanto i contribuenti italiani abbiamo tirato fuori per la cassa integrazione della Fiat da quando è nato il ricorso ad essa. Acquistarla sarebbe costato assai meno, ma si sarebbe dovuto mandare a casa il management, segnatamente la “famiglia” Agnelli. E sulla “famiglia”, specie se di potere, in Italia, si sa, non si scherza. Non credo che altri alibi abbiano impedito l’acquisto dell’azienda torinese.

Nel ‘97, quando Telecom venne venduta, di acqua sotto i ponti ne era già passata abbastanza, ma non per la sinistra al governo ancora alle prese con la sua falsa coscienza. Volendo dimostrare quanti quarti di “modernità” possedesse nelle proprie vene si mise all’opera per vendere le reti telefoniche. Bisognava così superare una volta per tutte l’esame di ammissione della prova pratica di “cultura di governo”. Nessuno avrebbe mai più potuto accusarla di statalismo.
Nel quinquiennio delle privatizzazioni decisi a smettere di pensare, si è voluto essere più bravi di governi francesi, inglesi e tedeschi, di destra e di sinistra, che gestivano e (ancora) gestiscono più o meno direttamente aziende di ogni tipo tra cui quelle di automobili, cioè ad alto contenuto tecnologico, come la Wolkswagen, la Renault o aziende di infrastrutture come British Telecom.
Non voglio aprire il capitolo “banche” perché nei fatti senza di esse la Telecom sarebbe ancora un’azienda nazionalizzata.
In realtà io vorrei tanto si chiudesse qui anche il capitolo Telecom, perché non ha senso stracciarsi le vesti ora.
Certo, non è un caso che in un paese in cui storicamente il capitalismo è arrivato tardissimo rispetto ai paesi sopra citati, ci si sia potuti ispirare a principi così arditi (e astratti) come quelli del laissez faire. E’ bastato adattarli alla situazione e alla cultura d’impresa nostrana.
Dunque, alla fine ci siamo venduti tutto, a fronte di un debito pubblico nel frattempo cresciuto a dismisura anche per servire industrialmente il paese, ed è andata male. Abbiamo assoggettato a criteri di “economia, efficienza e efficacia” persino le ferrovie. Provate a prendere un qualunque treno.
Il diritto privato e societario era (ed è ancora) il nuovo verbo. Il futuro ci doveva sorridere: noi italiani abbiamo la fantasia, l’estro e anche il know how. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si chiamano: Montedison, Cirio, Alfa Romeo e siamo privi di chimica, farmaceutica di grandi dimensioni, elettronica, aviazione civile, fiori all’occhiello dell’impresa pubblica e privata nazionale fino a vent’anni fa.
C’ è qualcosa che non va. Ma non se ne parla.
Io credo che Prodi non dica la verità oggi quando in parlamento ci spiega la vicenda, ma volete credere che la dica Tronchetti Provera quando verbalizza verità (di comodo ?) e poi si dimette senza spiegarci il perché? Tanto meno mi aspetto di sentire qualcosa di serio dal patetico Tremonti che parla con asmatica insistenza di commistione tra “politica e affari” riferendosi alla vicenda Rovati e sorvolando sul suo padrone.
In realtà a me non interessa nulla di quello che avrebbe fatto questo governo con Telecom. Nessuno di quei signori dentro l’emiciclo di Montecitorio oggi può onestamente dire nulla sul destino di un’azienda. Non è un caso che ne abbia invece parlato solo un “comunista” di nome Giordano.
Non perché manchino gli argomenti, ma perché essi non hanno più legittimità politica. Ci si gira intorno, si parla di regole, magari! ma non si può fare un passo avanti. Le bugie incombono, dunque, ma perché sono figlie della bugia più grande. Una bugia di comodo che sta strozzando il paese.
Una politica e un’economia che si votano al “liberismo”, o a una sua forma più o meno ortodossa, rende lo Stato out. A ruota lo segue la politica che deve agevolare, non tassare, aiutare, ma non “intromettersi”. Ormai questa è diventata un’ovvietà da vendere a quei centomila duecentomila ? che potrebbero determinare l’esito di un’elezione. E per rischiare su un argomento simile ci vogliono leaders e partiti forti. Che non esistono.
Ad ogni modo il progetto è fantastico per chi spera di adoperare lo Stato e i contribuenti per i suoi porci comodi. Out finiscono fatalmente altre cosette. Per esempio anche alcune domande coperte dal nuovo tabu: come chiedersi se i capitalisti ci sono o meno, se sono bravi o scarsi, se sono affidabili o meno, se danno garanzie, se hanno i soldi, specie se i settori in vendita sono di natura “strategica”. (Ma se sono strategici perchè si vendono?)
Chi crede al mercato come regolatore e produttore di scambi virtuosi tra i soggetti economici, crede sostanzialmente (ancora) all’homo economicus - figura del mito - secondo cui la natura delle cose, cioé del mercato, produce il capitalista, attirato dal profitto. Il capitalista cioé c’è, perché c’è il mercato. E tanto basta. Un comportamento frutto di questa idea fu quello tenuto dal governo precedente che non volle controllare i prezzi in aumento dopo il cambio da lira a euro, perché è il “mercato che regola i prezzi” e poi con la coerenza di Giuda attaccava l’euro e strizzava l’occhio agli speculatori (che lo hanno rivotato).
In un sistema come il nostro allora quinta potenza economica mondiale chiedersi chi comprava, pareva - e pare (ancora) - una domanda da diletttanti. E infatti, né prima nè dopo la vendita di Telecom, se lo è mai chiesto nessuno. O quasi. Mica siamo dei dilettanti, noi.
Non credo sia un esercizio di grande intelligenza oggi voler conoscere la verità dei fatti tra Prodi, fino a prova contraria formalmente detentore dell’utilizzo della golden share in seno a Telecom e Tronchetti-Provera, formalmente controllore Telecom attraverso la sua Olimpia, perché entrambi in realtà mentono, insieme con l’opposizione, non sul destino di Telecom ma su quello del mio paese.

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Mercoledì, 27 Settembre 2006

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Ognuno ha le sue croci

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:04

Mentre la Chiesa è alle prese con Milingo arcivescovo e all’uopo sfodera uno strumento nuovo di zecca, frutto della più moderna visione della giustizia terrena nonché divina, cioé la scomunica, noi italiani ieri sera abbiamo scoperto l’Inpu. Un oggetto non così strano, ma il cui nome è la prima cosa che mi ha colpito. Una sigla che lascia il segno, senza dubbio frutto di una malattia che definire sado-masochismo comunicativo è poco. Un difettuccio in cui il centro sinistra eccelle e che ormai non fa più notizia.
Parlando di cose poco impegnative, almeno rispetto a certi immaginari (e immaginati) contenuti, la prima cosa che mi viene in mente è che - se proprio non possiamo fare a meno di parlare di pensioni e annessi, rovinandoci la giornata - sarebbe meglio lasciare le cose come stanno e continuare a dire INPS. Nomen omen, e perciò anche solo per ragioni pratiche si potrebbero evitare le solite serie di appalti dispendiosi e inutili per cambiare le targhe sulle migliaia di uffici già “targati” Inps e aggiungere le nuove su quelle degli immobili degli altri enti previdenziali accorpati. Per non parlare della carta intestata, delle buste e dei software. A meno che non si decida di lasciare tutto com’è ma chiamarlo Inpu, originando il primo sistema pensionistico fantasma, una cosa mai vista, un’evelina direbbero a Blob, la cui astrattezza sembra qualcosa di più di un presagio sulle prospettive del nostro futuro.
Invece, se in linea di principio sembra buona cosa l’accorpamento di vari enti previdenziali, temo che il tutto si risolva in un pasticcio inenarrabile, il cui unico movente è tagliare, tagliare e ancora tagliare.

Tutto il resto dellla manovra, per ora paventata e se così resterà, rientra nella metodica della sopraffina scuola di macelleria sociale tipica di un paese ormai del secondo mondo, che di questo passo nel giro di due annetti diventerà la quindicesima (o giù di lì) potenza industriale del pianeta. Cioè dietro due o tre paesi asiatici. E non c’è sinistra o destra che tenga se quello che conta sono i parametri di Maastricht, la logica demenziale della globalizzazione dell’impoverimento unita ai comportamenti pratici di uno Stato che fa acqua da tutte le parti e ai conclamati limiti di capacità professionale e imprenditoriale del capitalismo familiare.
Infine.
Hanno tagliato tutto, fuorché i costi della politica. Non che mi aspettassi chissà che in Finanziaria, ma un segnale si poteva dare. O no?

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Martedì, 26 Settembre 2006

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Telecom uber alles

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 8:42

La vita più che un dono è un mistero. Ma la vita nella sua particolare incarnazione economica e nella sua specificazione di luogo: l’Italia, ne è priva. Senza mistero niente pietà né per i vivi, nè per i sopravviventi, né per la verità.
Negare sempre, ma con stile, sommerso da decine di microfoni, come totem da rimodellare, lasciati lì in balia del suo volere di capo, solo come un titano che sfida gli dei della verità, della comprensione, del giudizio e del buon senso. In Telecom la verità è stata rivelata ieri in conferenza stampa dal suo ex presidente, ma ancora padrone, Marco Tronchetti Provera.
“Lei non sa chi sono io: una società quotata in borsa. Siamo persone per bene noi, perciò non potete chiederci di dirvi la verità, ne siamo al di sopra e per il vostro bene. Io non nego l’evidenza, cioè che di fatto oggi Telecom abbia più debiti che nel 93, semplicemente vi dico che non è vero. E vi dico anche che neppure mi sfiora il pensiero di assumermi la responsabilità di essermi messo in casa tizi che approfittavano dei miei mezzi per ricattare mezzo mondo. Io so scegliere le persone, le so distinguere, le so valutare: sono un manager. E sono molto offeso, tanto da sentirmi leso nel mio onore per via di questi maramaldi di cui ora non ricordo il nome, così come da tutti coloro che hano avuto l’ardire di fare due più due. Il mio onore è una cosa tale che voi umani nemmeno potete immaginare.”

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Sabato, 23 Settembre 2006

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La pietà di Piergiorgio

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 0:51
Piergiorgio Welby

Avere pietà significa fare un passo in più per andare oltre ciò che è impossibile patire. Nei casi estremi è il gesto di chi rimpiange di non essere cieco e sordo - magari già morto - pur di non dover assistere a quello che lo scuote e gli leva la terra da sotto i piedi. La pietà è, in fin dei conti, un altro modo di scrivere la parola: fine. Nel provare pietà le cause scatenanti l’evento non interessano: solo gli effetti si parano davanti a noi e ci chiedono di avere pudoree al tempo stesso di amare tutto quello che ci giunge inatteso o indesiderato.

Noi che cosa sappiamo - io che cosa so - della vita di Piergiorgio Welby, la cui distrofia non è più controllabile, a dispetto e beffa della sua lucidità di voler morire come ultimo atto pubblico e consapevole della sua vita? Non è già devastante di per sé dover essere costretti a dichiararsi pronti alla morte rinunciando a vivere questo momento al riparo dalla morbosità altrui, dopo aver constatato che la propria condizione di vita dipende da macchinari azionati da mani che non sono le proprie? E non vi sembra veramente allucinante mettervi nella posizione di chi ascolta e giudica?
Io, invece, voglio astenermi il più possibile dal giudicare.
Possiamo risolvere con astratte e anche fuori luogo discussioni sulla naturalità della morte nell’epoca della riproducibilità tecnica del bios, e mettere a tacere la nostra coscienza e voltare lo sguardo altrove? No, ma nemmeno si può voltare la testa dall’altra parte dopo aver provato la pietà che il condannato chiede, foss’anche quella di voler morire.
Avere pietà non è più un esercizio quotidiano, demandato - come molto altro - alla volontà di sapere tutto di tutti senza farsene toccare. Se esiste solo quello che è mediato, il senso di smarrimento che si prova dinnanzi a qualcosa che ci sovrasta nella sua imperscrutabilità, come una malattia in cui il corpo è prigioniero di se stesso e di meccanismi incurabili, svanisce e si corrobora solo di discussioni ideologiche e di tabu spenti.
I tabu esistono solo nel buio della coscienza e dei sensi; argomentandone, avvicinandoli, storicizzandoli, i tabu si infrangono. Gli spiriti che vegliano su di essi si dileguano in silenzio e si vanno a cercare un altro posto in cui agire indisturbati. Ci resta un totem senza anima cui alcuni, o magari molti, praticano una respirazione artificiale in nome di una tradizione, di una verità o di una natura scomparsa.
Noi contemporanei abbiamo il terrore della morte perché in essa vediamo la perdita definitiva delle opportunità. Oggi il tabu si chiama eutanasia perché qualcuno tra noi - invisibile e sconosciuto - osa desiderare la morte come se fosse la migliore e unica delle sue opportunità.

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Mercoledì, 20 Settembre 2006

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Prodi o’ sarracino

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 21:47

Dopo aver sistemato Tronchetti Provera, il nostro primo ministro non ha mandato a dire al sommo pontefice che se si vuole dialogare non si può partire dal presupposto che sono gli altri a fraintendere sempre (come faceva qualcuno di cui ora mi sfugge il nome…) per poi rischiare di mettere in ambasce uno Stato sovrano. A prescindere dalla qualità delle minacce di Ali Agca.
A Prodi stanno girando a mille e ne ha pure qualche buon motivo, ma se fosse vero quello che riporta La Stampa, Prodi commetterebbe un errore a credere che il nemico lo ha dentro casa solo perché in molti della sua maggioranza lo hanno spinto a riferire alle Camere sulla vicenda Telecom. Prodi deve convincersi che era ed è necessario. Dal tono e dai contenuti del suo intervento il 28 settembre alla Camera dei Deputati capirò se non si sentirà “tradito” politicamente - dopo aver messo a riposo la sua suscettibilità -  e soprattutto di che pasta è fatto. E’ il primo vero attacco al suo governo e bisogna essere all’altezza del compito.
  
E poi. I commenti dell’opposizione sul tema dell’Islam con tutti gli annessi polemici ormai noti, sono di un’impostura quasi intollerabile. Se dovessimo dare retta a quello che dicono attraverso la tv, sembrerebbe che alle porte di Roma si siano accampate le truppe del feroce Saladino, pronte a mettere la mezza luna su San Pietro. Ad ogni angolo feroci musulmani si acquattano pronti a sgozzare chiunque non faccia ammenda della sua cristianità. Ogni occasione è buona per affermare che noi siamo noi e loro sono dei pericolosi assassini. Sarà che pensano di essere il Papa. E non vi è dubbio che se il Papa non avesse pronunciato quelle parole ora l’opposizione non troverebbe la forza per sentirsi come la Lega Santa.
Quanta puzza (di medioevo) sento in giro. Come quella che il Guicciardini non poteva fare a meno di sentire ai suoi tempi (gli inizi del ‘500) a ben 30 chilometri di distanza da Roma, quando l’olezzo del piscio lo travolgeva e gli annunciava l’arrivo nella “città santa”. Bei tempi quelli. Mica come oggi che in piena post-modernità ci tocca rispolverare il senso del sacro a colpi di scoop teologici e di gossip giornalistici. Ora che tutti hanno un cesso in casa non c’è più uno che si limiti a farla fuori dal bulacco.

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Lunedì, 18 Settembre 2006

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Libertà e superiorità

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 11:24

La lectio magistralis tenuta dal papa a Ratisbona è un breve ma compatto messaggio tramite il quale si riafferma con schiettezza, ormai abituale, il pensiero della Chiesa cattolica in questo primo scorcio di nuovo millennio. La lettura consente, al di là delle polemiche e soprattutto dell sue interpretazioni, di vedere come per questo nuovo pontificato non esista il dialogo con chicchessia se non partendo dal presupposto che non si è alla pari. Sulla ragione (e i suoi rapporti con la fede) non si può prescindere dal riconoscimento del contesto di superiorità morale e intellettuale della fede cristiana rispetto sia a chi si avvicina alle questioni con argomentato scetticismo sia a chi lo affronta partendo da una posizione di fede alternativa, segnatamente quella islamica.
Niente di nuovo, perciò.
Benedetto XVI parla dei suoi trascorsi da professore universitario a Bonn a partire dal 1959, dei contatti umani e professionali ravvicinati tra docenti, sostenendo che “l’università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche”. Spiritosamente Ratzinger conclude il racconto affermando che la “coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’università, era una convinzione indiscussa.” (grassetto mio)
La prosecuzione della lectio ormai nota a tutti è qui riportata succintamente. Riferisce di un dialogo tenutosi tra l’imperatore di Costantinopoli, Manuele II Paleologo, e un persiano colto non identificato, intorno al 1391 presso Ankara (oggi, guarda caso, in Turchia). Il dialogo venne poi annotato dallo stesso imperatore proprio durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1405. Il pontefice cita il filosofo e teologo Khoury riferendosi ad Allah come di un’entità totalmente “trascendente”, intendendo il nesso tra la “parola rivelata” di Maometto e l’insieme delle categorie logiche (e religiose) non date per deduzione di ragione, ma talmente libere da potersi esimere dal rispetto della ragionevolezza. E’ la volontà assoluta di Allah che decide (anche Duns Scoto, nella cristianità espose con la dottrina della volontà ordinata e che il pontefice ricorda una posizione analoga). Da questo particolare rapporto con l’uomo nella sua interezza l’Islam trarrebbe un certo afflato per la violenza che sotto la forma del jihad (o guerra santa, anche se la traduzione non è esaustiva) sottometterebbe le qualità dell’anima, consacrata a Dio, a vantaggio di quelle del corpo (secondo le parole dell’imperatore Paleologo). Considerato che agire contro Dio significa agire contro la ragione, qui si fonderebbe, secondo Ratzinger, ciò che è greco nel senso migliore (bontà sua) del termine, cioé il logos con la tradizione biblica “rinnovata” che eccehggia in Giovanni l’Evangelista che dialoga e recepisce gli antichi quando inizia il suo Vangelo con il famoso: “In principio era il logos”, nel doppio significato di ragione e parola, cioè comunicabile. Perciò - conclude il papa facendo sue le opinioni di Manuele II - “partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio.” Come a dire senza questo nesso non si dà né fede né ragione e perciò neanche civiltà e Dio vero.
La prosecuzione della lettura è assai istruttiva e procede nel canovaccio descritto inzialmente. Il tasto che il pontefice preme è sempre quello della sintesi perfetta tra il meglio del pensiero che il tempo storico produce e la verità rivelata cristiana.
Non voglio fare polemiche. Solo basta un accenno alla storia dell’Islam trionfante in Europa, con la quale si dimostra che il rapporto tra le fedi durante la dominazione araba in Andalusia prima della cacciata dell’ultimo re di Granada Boabdil (1492) fu e sarà incomparabilmente di qualità superiore per moderazione e tolleranza rispetto a quello che già era capitato e sarebbe nuovamente accaduto di lì a poco a musulmani, ebrei ed eretici negli Stati cattolici. Il che dimostrerebbe e anche pericolosamente che se la conquista europea di El Andalus fu un atto di guerra non tutto fu guerra nel mondo islamico, così come laddove la provvidenziale fusione del sapere di Cristo con quello di Aristotele e Platone non sembra aver dato alle generazioni successive (e neanche a quelle precedenti) dell’imperatore assediato a Costantinopoli abbastanza sapere da contemplare odio verso la guerra e amore verso il diverso nella fede.
Continuare a discutere di fedi in nome della fede e delle teologie facendosi beffe dei fatti è il solito discutibile servizio culturalista, astratto e pericoloso.
Il papa si è scusato ma è del tutto inutile.
Dire a un musulmano che l’Islam dimentica qualcosa della sua relazione con l’Antico Testamento fa tutt’uno con l’idea che i musulmani hanno qualcosa da imparare dall’Occidente per effetto della loro palese inferiorità culturale. E’ a mio parere questa la relazione dominante a livello politico e psicologico tra “noi” e “loro”, non le differenze teologiche. E poichè è vero che noi abbiamo qualcosa da insegnare - e mi riferisco a quel poco che sappiamo e pratichiamo quando parliamo di democrazia e di laicità dello Stato - il servizio reso dal papa a tutti noi, credenti o meno che si sia, con questa lezione non è stato un passo nella direzione giusta.
Proprio la Chiesa cattolica che sui temi della guerra e della pace ha guadagnato una rispettabilità universale può aprire porte fino ad oggi chiuse o quasi. Ma non lo può fare come se l’umanità fosse alle sue dipendenze anziché il contrario. La sua posizione pacifista è del tutto evidente e coerente. Ora c’è bisogno di dimostare che non esiste altro Stato che non sia quello laico, che siamo tutti nudi davanti al nemico e che questo nemico non è Allah ma la mancanza di libertà.

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Sabato, 16 Settembre 2006

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Dimissioni

Archiviato in: Metodo — francesco @ 1:25

Se uno come Tronchetti Provera si dimette vuol dire che qualcosa di potente è accaduto.
Non perché il presidente dimissionario senta il peso di chissà quale sconfitta, ma perché pensa di vincere meglio portandosi dietro qualche cadavere eccellente. Infatti il Tronchetti è ancora AD di Olimpia, la holding che detiene il pacchetto di maggioranza di Telecom. E non a caso è Guido Rossi a essere stato scelto come suo successore.
Se invece Rovati non si dimette vuol dire che Prodi ha preso una tramvata di dimensioni incalcolabili. Intanto perché pare che la Telecom farà proprio quello che ha deciso di fare qualche giorno fa.
Perché qui non è come nel caso Unicoop-Fassino-Sposetti (per altro ancora al suo posto), qui si tratta del presidente del consiglio che non può rispondere come ha risposto ai giornalisti e all’opposizione. Per molto meno Fassino prima e D’Alema poi, mostrarono non solo più sangue freddo, ma anche maggior senso di responsabilità istituzionale, quand’anche non abbiano mai pensato di sollevare il tesoriere del partito dal suo incarico.
Che vada in parlamento e spieghi, il Prodi. Non se lo faccia dire da due come Schifani e Bondi.
Fino a due giorni fa Prodi meditava addirittura far valere la golden share, mentre il suo consigliere, a sua insaputa, gli tagliava l’erba sotto i piedi. A prescindere dal fatto che Prodi menta o dica il vero sul conto delle sue reali conoscenze.
La miglior risposta non è ricostruire i fatti e distinguere quelli veri da quelli falsi. Si tratterebbe solo di chiacchiere inutili, buone per far scrivere ancora per un mese illazioni e farsi coprire di infamità e ingiurie.
La migliore risposta è spiegare che cosa vuol fare da domani in poi con la Telecom e trovare un ruolo alla politica nella vicenda, qualunque esso sia, togliendo il pallino a chi ora lo ha in mano: l’opposizione che ci ha regalato una manovra aggiuntiva da dieci miliardi di euro per Iva non rimborsata e il gruppo dirigente di Telecom, un’azienda con 40 miilardi di euro di debiti.

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Giovedì, 14 Settembre 2006

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Tanto Riotta per nulla

Archiviato in: Metodo — francesco @ 9:35

Cambiare il paese e adeguare le istituzioni alle esigenze di giustizia e di sensibilità che mutano è impossibile. Niente muta se non lo affermano i numeri, in particolare quelli preziosi, delle scorse elezioni. Lo dice anche il valore del contributo di “idee” e il senso delle direzioni da prendere sciorinate da chi si candida a dirigerci e anche da chi ne contesta l’azione. Sempre più insicure e appena vagheggiate, queste idee non sono l’occasione per una pragmatica ma inesorabile opera di riforma, piuttosto il pretesto per dedicarsi alla sospetta arte del compromesso.
C’è il solito nesso del “vorrei ma non posso” tra il nome di Gianni Riotta alla direzione del Tg1 e questi presupposti.
Si dice che il metodo è sbagliato, ma il nome invece è quello giusto. A seconda della convenienza si dirà quindi che il Riotta giusto è quello filo americano, il Riotta sbagliato quello che scriveva su Il Manifesto.

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Martedì, 12 Settembre 2006

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Italiene

Archiviato in: Metodo — francesco @ 18:19

Certo è divertente ammirare i tic e le manie di un popolo.
Domenica pomeriggio per un puro caso mi sono trovato davanti al televisore e ho ascoltato per non più di dieci minuti la Ventura che intervistava Moggi. Devo dire che anzitutto mi sono annoiato e perciò ho cambiato canale. Ho visto e ascoltato per qualche secondo anche l’ineffabile Mastella, il vero cerimoniere di questo indulto ad personam in diretta. In effetti, perché accanirsi? perché non scucire da sotto un bel sorriso sornione un salvacondotto all’eroe che si sacrifica?
Ho così trovato sorprendente il fiume di polemiche che sono seguite al monologo del “capro espiatorio” pallonaro. Una sorpresa frutto di una lontananza sempre più marcata dalle abitudinarie concezioni della realtà di casa mia. Quindi, una mia mancanza alla quale ho rimediato prima di scriverne, riguardando la puntata credendo di essermi perso qualcosa
Senza troppe sorprese ho notato che non mi ero perso nulla.

D’altronde esiste un concetto di giustizia che si appiccica ad ogni situazione precisa. L’anima del popolino che vuole essere accontentato, morta per esaurimento di quella retorica che lo voleva “vivo” quando era utile, ma sostanzialmente fantasmatica, rivive nella post modernità dei poderosi mezzi del consenso e della compiacente imbecillità egualitaria. (Perchè se non si è convinti che quelli che ascoltano sono tutti, ma proprio tutti, deficienti, nemmeno bisogna provare a fare quel tipo di televisione)
E anche in questo caso quella retorica si nutre di sciocchezze inaudite e anche dei sensi di colpa di chi la ammanisce capaci di mascherare, e male, solo una complicità ambientale e l’eterno ritorno dell’identico sotto la forma della faccia da culo.
Ho ancora impresse nella mente le parole infuocate del Galeazzi di qualche mese fa quando commentava i fatti connessi allo scandalo delle intercettazioni. Sembrava Savonarola, domenica sembrava solo un savoiardo pronto per la zuppa inglese.

Dunque. Così Moggi sarebbe quello “che paga per tutti”, come se fosse più giusto che tutti pagassero per uno e non - più semplicemente - che si giudicassero i processi (anche quelli sportivi, per quanto le prove appartengano a una natura diversa) per essere fatti sulla base di prove acquisite con sentenze che rispecchiano la loro importanza. Come se la responsabilità individuale una volta accertata dovesse lasciare il posto alla solita metafisica del “problema che sta sempre un po’ più altrove”.
Come se Moggi debba essere considerato l’unico e ultimo in ordine di tempo a dover pagare per colpe gravi che dal punto di vista sportivo sono indiscutibili. Invece, se una parte del sistema è sempre quello di prima (e lo è) e se l’altra parte continuerà a tutelare i gonzi che ancora ci credono, come ha fatto da qualche mese a questa parte, altri cadranno nella rete e altri pagheranno. Bisognerebbe parlare di questo. O no? perché è proprio questo il progetto che questa assoluzione vuole asfissiare nella culla?
Che mai più accada che un furbo la paghi in qualche modo e con lui chi pensava di essere ancor più furbo affidandogli gli affari sporchi che una benemerita società (per azioni) non si può più permettere di curare per mezzo di quelle figure già santificare di una famiglia di rampolli (che per l’appunto tutto vorrebbero purché passare per dei polli).

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Domenica, 10 Settembre 2006

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Dio

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 17:00

Il Papa ha torto quando dice che l’islam ci teme non perché saremmo (ancora) dei “cristiani”, ma perché saremmo diventati tutti cinici, adombrando il sacro a vantaggio dell’utile. Ratzinger fa bene politicamente a distinguere sacro e profano per evitare di aizzare idiosincrasie, fa bene anche a portare la discussione su un argomento ormai disgraziatamente in disuso: il tema del sacro. Però.
Le religioni  monoteiste occidentali, ce lo hanno già spiegato Nietzsche e Schopenauer - sono tra le più materialiste in senso stretto - compresa quella islamica con il suo paradiso così sensuale - rispetto a quelle orientali, che non si sognerebbero mai di pensare a una trinità di corpo, anima e spirito santo che domina il nostro mondo, così avverse come sono tradizionalmente a questo nostro continuo movimento, alla nostra cultura dell’azione, dell’opera a fin di bene, delle chiese da edificare, del compito evangelizzatore da assolvere, con tutto quello che il progetto in sé significa in termini di organizzazione e sacrificio umano. E sono loro frutti  quegli afflati “protestanti” che hanno saputo coniugare con successo la terra alla promessa vetero e neo testamentaria del regno dei cieli concesso per grazia, promuovendo un’etica ferrea e irreprensibile di uomini e di donne accomunati da un unico destino: partorire la città di Dio con la missione  di civilizzare il mondo, spazzando via i residui della miscredenza e del cattivo selvaggio e chiamarsi Stati Uniti d’America. 
Così come la scìa contemporanea ha partorito l’Iran degli ayatollah - clero in una religione senza clero - per una rivoluzione che ha creato tra i suoi guardiani uomini come Ahmadinejad, anch’essi convinti emissari di una missione sovrumana dettata da imprescindibili ragioni divine.
E l’Islam è anche Bin Laden, rampollo della famiglia di  costruttori edili più ricca dell’Arabia saudita, paese wahabita e anti-occidentale quanto altri mai che chiede agli Usa di cambiare Dio per salvarsi. E anche quel coacervo di armi, lodi ad Allah e opere di assistenza sociale che prende il nome di partito di Dio (Hezbollah), e infine sono i palestinesi di Hamas, o gli shaid che imperversano nel nuovo Iraq “democratico” che dopo aver disarmato Saddam ha armato sciiti e sunniti uno contro l’altro. Potrei continuare adducendo esempi di varia “cristianità”.
Se è alla fine però è impossibile darsi una risposta, forse è perché è sbagliata la domanda che ci si pone.

Dunque, il sacro è scomparso, come schiacciato dalla quotidianità veloce come un missile, avvolto da nuovi dèi a cui si sacrificano ore e ore di tempo della nostra esistenza. Ma anche da dei vecchi che hanno nomi e cognomi noti al mondo intero. C’è bisogno di allargare il pantheon delle divinità malefiche o benefiche che popolano inconscio e consapevolezza quotidiana? Forse sì. Non possiamo dimenticare che le rappresentazioni della mitologia classica (le ultime santificate e tenute ancora in conto dalla nostra cultura) sono più prossime alla psiche e alle esperienze quotidiane di un uomo di cento anni fa che a quelle di un individuo che nascerà domattina.

E’ vero: neppure nel ricordo fanno più effetto i missionari che vanno a benedire le terre sconsacrate con la buona novella e si confrontano con gli indigeni per salvarli due volte: dall’inferno della loro miscredenza e da quello inferto dalla violenza dei loro correligionari “laici” alla ricerca di tesori o terre per sfamarsi. Non fanno più effetto neppure quelli odierni, raggruppati in ong, onlus e altre sigle, tutti travolti dall’indifferentismo della banalità mediatica o dall’obolo annuale del 5 per mille. Oramai le uniche “terre” da esplorare sono chiamate mercati: si rinnovano e si reinventano modellandole su bisogni creati ex novo. La carità è una prescrizione che segue le stesse vie che portano al profitto. (Sarà necessario per la Chiesa anche ripensare certe strategie: prima abbattiamo il comunismo poi il capitalismo … Si trattava di vere strategie politiche o anch’esse solo mediatiche? ).

Ma la violenza dei genocidi dimenticati, dell’ignoranza eletta a sistema, dell’odio e della diffidenza verso l’umanita, la brama e l’avidità di ricchezze e potere non appartengono solo a questa epoca. Il papa lo sa. Ha ragione Dahrendorf quando dice che mai si è stati così bene, almeno in Europa, come da sessant’anni a questa parte.
Un Dio che oggi non sappia uccidere la violenza, l’odio, l’indifferenza, l’invidia, che sta dentro di noi, a che cosa serve? Perchè il sacro serve. Chi crede che esso sia il tempo da relegare all’inutile contrapponendolo all’utile di qualsivoglia natura, sbaglia. E anche cascare in errori di natura semantica è un errore che si ripete troppo spesso.
E’ il tempo da regalare all’eternità semmai quello che il sacro pretende per esistere. Quell’eternità che abbiamo dentro e che si esprime nel nostro Sè con i suoi archetipi e si rinnova giorno dopo giorno nelle esperienze dei singoli individui che a loro volta intessono la trama di una Storia inutile per chi dovrà poi morire e lasciare questo mondo, ma fatalmente necessaria a chi verrà dopo di loro.
A questo Dio possiamo dedicare tutta la nostra vita, ma anche meno. Lo possiamo fare anzitutto praticando il silenzio, strappando alla chiacchiera, già più volte pericolosamente agitata nei secoli passati, della politica la parola Dio, per rivolgerla dentro di noi e vedere di quale luce ci illumina.  
E’ questo il percorso. Chi è disposto a seguirlo senza volerci dire come si fa, abbandonando teologie e fabbriche di pensiero ingessato?   

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