Dispacci al vento
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Venerdì, 28 Luglio 2006

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28 luglio

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 1:31

Oggi su un’iscrizione della Concergerie c’era scritto che proprio il 28 luglio 1794 (IX Termidoro, anno II) ghigliottinavano Robespierre. Ho provato un certa sorpresa nel constatare la coincidenza del mio soggiorno e della ricorrenza. Altri tempi: da noi leggo che hanno aperto le gabbie in cambio della buonuscita per qualche ladro.
I ladri non finivano in galera neanche ai tempi del Terrore. A parte qualche figura eccellente, tra i meno di duemila giustiziati passati dalla Concergierie, abbondavano le figure di secondo piano.
I ladri hanno qualcosa di affascinante che noi normali nemmeno ce la sogniamo. Per questo ci arrabbiamo e li facciamo tornare a lavorare.

Oggi una zingara mi ha chiesto: “Do you speak english?” La pronuncia era buona.

Ieri su Le Figaro campeggiava un titolo a sei colonne sul sogno mondiale andato in fumo. Ancora. I francesi se ne sbattono, ma la stampa, essendo universalmente stupida, insiste. Dipendesse dall’opinione dei media francesi, Materazzi, per le masse di italiani che di calcio seguono ogni fotogramma, passerebbe per un intellettuale gandhiano.

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Lunedì, 24 Luglio 2006

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Parigi

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 19:40

Appena arrivato in hotel ho acceso la tv. Ho cercato la Rai e l’ho trovata. Andava in onda il telegiornale di Rai news 24 e con un certo raccapriccio ho visto una sequenza filmata nella quale Calderoli stringeva la mano sorridente a un D’Alema abbastanza sorpreso dell’evento. Pensavo che il caldo facesse male ma non che provocasse incubi di imbarazzo (il mio - che sono un ingenuo - di sicuro). Ho ancora presenti nella memoria gli ultimi scambi di battute fra i due. In breve, quell’indecisione del cosiddetto “freddo” D’Alema ha restituito un po’ di umanità e sincerità all’individuo e alla politica. Nelle immagini si sono visti sorrisi di circostanza e qualche battuta. Poi, cambiato il soggetto filmato, è stata scandita la notizia che la maggioranza dovrebbe essere autosufficiente sul voto delle missioni in Afganistan.

Ero appena passato davanti a place de la Concorde, già place de la Revolution e prima ancora place Louis XIV. Ho visto il boia rivoluzionario Calderoli spiccare di netto la testa di Re Luigi XIV D’Alema e poi con un nuovo piano sequenza ho visto il parlamentare robespierrista D’Alema leggere la sentenza di condanna a morte del vandeano Calderoli, ma non sono riuscito a immaginarmeli tutti e due sulla stessa piazza della Concordia a festeggiare qualcosa insieme.
Inutile lamentarsi dello sciovinismo francese. Noi una sequenza toponomastica come quella ce la sogniamo. Oppure vediamo cose vere che assomigliano a incubi. Piccoli quanto si vuole, in fin dei conti solo dei giudizi. Giudizi che astraggono dalla considerazione che quelle strette di mano appartengono alla “normalità” dei rapporti politici, ma capaci, grazie a uno scarto improvviso di uno dei due protagonisti, di suscitare un pensiero e anche una provinciale irritazione perché nel complesso la scena sembra essere davvero il frutto di tutt’altra storia e io non dovrei fare troppo il filo francese dopo che per colpa di una certa testardaggine calciofila (il tifo è una malattia mentale), persino Materazzi sta passando per un intellettuale gandhiano.
(Stasera Quartiere Latino)

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Sabato, 22 Luglio 2006

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D’Alema

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:25

Avere una politica estera significa guardare con l’occho destro la cartina geografica e con quello sinistro la propria storia (non preoccupatevi: se volete cambiare occhio il risultato non cambia).
Può succedere allora che anche un governo con dei parlamentari sull’orlo di una crisi di nervi, riesca a combinare in poco meno di dieci giorni (la durata attuale del conflitto israelo-libanese) qualcosa di decente, per sé e per il proprio paese. E’ vero che il bello arriverà proprio il 26 luglio, ma il ruolo dell’Italia nella politica estera internazionale ora è palese e visibile, riconosciuto anche da Stati Uniti e Israele.
Certo, dubito che nel frattempo arriveranno le scuse di quanti ironizzarono o denigrarono apertamente le richieste di Prodi all’Iran di mediare tra le parti in conflitto, mentre tralascerò di infierire sulla facile ironia ad opera di Fini sul ruolo di “facilitatore” di questo governo nella crisi mediorientale.
Non ho alcun leader di riferimento, però, non fosse altro che per il gusto e per la mancanza di provincialismo, meglio avere un Ministro degli Esteri antipatico ma intelligente, piuttosto che uno con la kippah sulla testa e i “repubblichini” in tasca, che si affida al cabaret e fa finta di ignorare che la compattezza di una maggioranza non costituisce elemento intelligente per una politica estera di un paese. Sono sue le parole secondo cui: “Il governo di Romano Prodi ”ha spezzato quel rapporto di fiducia” che si era instaurato con Israele durante il governo Berlusconi. ”Abbiamo un esecutivo irresponsabile che non si rende conto che il suo atteggiamento allontana la pace”.
Come dice Massimo Giannini, solo otto candidati alla “neuro” potrebbero avere la meglio. Il ché è tutto dire circa le (credo) involontarie compagnie della destra italiana.

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Mercoledì, 19 Luglio 2006

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Libano e nuvole

Archiviato in: Metodo — francesco @ 13:08

Ieri i quotidiani hanno scritto che ci sono 500-700.000 libanesi in fuga dalle aree meridionali del paese. Molti di quelli non colpiti dalle bombe sono stati “invitati” ad andarsene dagli israeliani, mediante apposito lancio di volantini dagli aerei.
Strano che ancora nessuno si chieda se questo esodo non assumerà nell’arco di poche settimane l’aspetto di un’emergenza umanitaria. Mi auguro che in questo caso non sia più interessante dire che è tutta colpa del terrorismo. L’operazione militare israeliana, per la cronaca, si chiama Giusta retribuzione. A pensarci bene non voglio commentare il nome scelto per l’occasione di questo nuovo conflitto, maturato dopo il rapimento di alcuni soldati israeliani. Tutto ciò, anche se penso al passato degli ebrei in Europa e a Israele come a una democrazia europea e uno Stato con tutto il diritto di difendersi e anche di attaccare.

C’è una parte di me che pensa sarebbe cosa buona e giusta tirare una bomba atomica sul Medio oriente, ma temo che questo sbrigativo modo di pensare sia solo il riflesso della mia impaurita falsa coscienza di pacifico cittadino europeo; ce n’è poi un’altra che pensa ai morti, feriti e distruzioni di questi ultimi sessant’anni in quell’area e ne deduce che il Medio Oriente ne abbia ricevute e digerite anche più di una.
C’è una parte di me che pensa sia un bene per tutti che Israele e quanti altri lo possano fare (anche noi per esempio), ripuliscano la terra da tutti quei gruppi politici e/o paramilitari che ispirandosi alla jihad vorrebbero imporre la sharia alla umma musulmana per poi estenderla al mondo intero con la forza. Ce n’è un’altra che pensa all’anacronismo della guerra e alle violenze inaccettabili che questa esercita, senza riuscirne a cavare un ragno dal famoso buco. Temo che la diplomazia internazionale si faccia domande analoghe per dibattere impotente e scontrarsi nei medesimi rebus senza soluzioni, a patto poi di uscirne con slogan buoni solo per questioni di politica interna.
Naturalmente, le nazioni, come le civiltà, possono estinguersi per errori madornali compiuti con le proprie mani. Senza l’uso di preservativi. E anche in questo caso la diplomazia può fare meno di niente.

Gli hezbollah sono un gruppo politico-religioso sciita (”fondamentalista”, come diciamo noi) che conta un numero non certo di aderenti, ma non superiore alle 10 mila unità. Sono senz’altro finanziati dall’Iran, paese che con la Siria ha interessi nell’area, spesso contrapposti, ma unificati dalla lotta contro il nemico “sionista”.
Potrà sembrare un’oziosa questione di legittimità internazionale, ma non riesco a capire a chi Israele abbia “dichiarato guerra”. E’ vero che le dichiarazioni di guerra sono demodé, perché la guerra ormai non la fa più nessuno. Oggi si fa la jihad, si pratica l’autodifesa, il peace keeping, la lotta al terrorismo, al massimo la guerra quando è politically correct è di bassa intensità. Ad ogni modo, gli hezbollah appoggiano l’attuale governo di Fouad Siniora, ma non sono il Libano e neppure ne sono la forza armata. Inoltre, dalle cronache, a me non sembra che il Libano ne abbia una schierata a difesa del suo territorio. Ma le cronache sono complete?
Ammettendo di aver scritto giusto, la questione - è vero - è oziosa perché se il diritto internazionale più volte è risultato inapplicabile, mai come in Medio Oriente risulta impossibile anche solo prenderlo in considerazione. La democrazia di tipo confessionale libanese non fa eccezione con il suo Sud “appaltato” agli sciiti del “partito di Dio”.
Però a me sembra che una democrazia medio-orientale in cui arabi, europei, cristiani di tutte le confessioni, musulmani sunniti e sciiti, atei e agnostici riescono a trovare un accordo per vivere insieme, senza più spararsi, tanto da riuscire a non cadere nel trabocchetto della lotta armata intestina dopo l’assassinio del presidente Hariri, sia da salvare*. E non vedo come si possa fare se non azionando tutte le leve che il diritto internazionale offre.

P.s : Sarebbe bene prendere atto che in Medio oriente, il presupposto affascinante e funzionante in Occidente, secondo il quale le democrazie non si fanno la guerra tra loro non ha funzionato. Per gli estremisti che invocano società islamiche “dimostrarlo” e predicarlo sarà come vedere la manna della Bibbia scendere dal cielo una seconda volta. E’ l’ennesimo fallimento della “scienza” occidentale. Anche se si trattava di sociologia da giardinaggio era una delle tesi centrali della dottrina Bush ed è un concetto centrale della diplomazia europea. Il suo opposto è, invece, benzina sul fuoco propagandistico degli ayatollah e dei mujaeddin del popolo.
Buona notte.

*Il primo che dice che anche Israele è da “salvare” è un cretino ed è in malafede. Almeno su questo blog, la questione mai si è posta in altri termini.

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Martedì, 18 Luglio 2006

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Il partito mediocre

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:21

«Direi di passare da “proletari di tutto il mondo unitevi” a “utenti, cittadini di tutto il mondo unitevi”». E’ Francesco Rutelli che lo dice, l’aspirante leader del partito democratico in gestazione.
Non voglio fare il guastafeste, considerato che si parla di un partito che non mi vedrà tra i suoi iscritti, però lo strumentalismo della contrapposizione, il senso smargiasso e fuori tempo, più che fuori luogo, del termine di partenza: i “proletari”, topos che non fa più parte da decenni del linguaggio della sinistra, neanche di quella radicale, usato per giungere a uno slogan da azienda che somministra “tariffe”, mi sembrano la foto di un progetto nano per un paese che in fondo se lo merita.
Questa mediocrità paragonata alla grandezza di quello slogan che affonda le sue ragioni e le sue radici tra i trionfi e gli orrori di un sogno tragico, e ormai inservibile come parola d’ordine, al confronto con quello che ci dovrebbe unire come un sol uomo, fa persino tenerezza. Riaffiora quel senso della passione civile, umana e anche “utopica” che fa della politica un bene commestibile.
Chi formulò per primo quello slogan è studiato ancora oggi da quasi duecento anni in tutte le migliori università del mondo come un classico del pensiero contemporaneo, mentre noi qui siamo alle prese con un tipo che rifiuta persino di prendere atto che senza quella parola d’ordine, - allora e per molto tempo potentissima - noi staremmo ancora qui a scappellarci davanti a Ruini e Berlusconi.
Eppure, qualcuno dei Ds potrebbe spiegare a quello lì, prima di farci un partito insieme, che dai suoi albori ad oggi il capitalismo non è stato riformato né da Maritain, né dal piano Marshall. Potrebbe essere utile a fargli sillabare in futuro qualcosa di meglio.

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Lunedì, 17 Luglio 2006

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Tra Iran e Afghanistan

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:50

Adesso che persino Bush e Olmert stanno a guardare Prodi che chiede all’Iran (così facendo, stanandola) di mediare con gli hezbollah libanesi, a quel che resta della Casa delle libertà non resta che sperare in otto senatori pacifisti al Senato.
Ora che la politica estera statunitense è al palo e tutti (Corea del Nord, Istraele, estremisti sunniti e sciiti) ne approfittano, l’immagine plastica del centro destra che accogliesse come suoi i voti dei senatori che in Afghanistan no, no no, si staglierebbe in tutta la sua ineluttabile comprensione. Sarebbe la fotografia di una classe dirigente di un paese del secondo mondo chiusa in alchimie da opportunisti e slogan frusti.
Naturalmente qui si spera che quegli otto azionino il cervello prima della manina che gli servirà per votare contro, mettendo a tacere le vocine insistenti delle contorsioni ideologiche.
Avere una politica estera non significa automaticamente stare dalla parte del più forte. E non se ne ha una solo perché ne ha una il più forte, quasi fosse uno scudo dietro cui fare la voce grossa. Neppure avere ragione o essere maggioranza nel paese è sufficiente a costrurne una.
Il potere politico non prevede proprietà transitive all’interno della dialettica padrone-servo, neppure in modo farsesco.

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Sabato, 15 Luglio 2006

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La mamma dei tifosi è sempre in cinta

Archiviato in: Metodo — francesco @ 3:00

Ovviamente non c’era nessuna cupola e neanche un sistema a presiedere il circuito di malefatte del mondo pallonaro professionistico di serie A, ma l’atmosfera sul campionato era inquinata da individui e società che la sentenza definisce “vari protagonisti”. Questi «erano animati da istinti, sentimenti e intenti non sempre comuni, tesi com’erano ora al mero protagonismo ora all’egemonia, personale o di gruppo, ma talvolta spinti anche da pura e semplice preoccupazione di difesa, reale o putativa; comunque ben lontani, tutti e sempre, da quello spirito di lealtà e correttezza che deve stare a base dello sport». Se leggeste la sentenza vi accorgereste di come i particolari abbondino, di come siano circostanziate le motivazioni, della premura nell’eslcudere dalla valutazione fatti o atti che non possano essere considerati prove e infine che non solo di intercettazioni telefoniche ci si è serviti per formulare i giudizi.
Per fugare ogni dubbio sulle responsabilità dirette e oggettive, il dispositivo esclude l’ipotesi di qualunque reato “associativo”, non previsto dal codice di giustizia sportiva, e chiarisce come “i vari protagonisti” fossero «in realtà non un unico reticolo abbracciante tutti i rapporti denunciati dalla Procura federale, bensì tanti reticoli quante erano le squadre del campionato attualmente deferite, le quali si attivavano, ciascuna nel proprio interesse, al fine appunto di «alterare i principi di terzietà, imparzialità e indipendenza del settore arbitrale». Cioé: Moggi e Meani, per esempio, non potevano essere i referenti delle alterazioni, perché l’obiettivo del reticolo era che se ne giovassero le squadre, quindi le società, i loro bilanci e le loro azioni quotate in borsa. A meno che non si pensi che siamo tutti scesi dalla montagna con la piena, è la Juve che “fa” Moggi e Moggi lavora per la Juve, non viceversa.
Ma, attenzione, i “protagonisti” non ci stanno. E neppure i tifosi.
E certo, adesso cominceranno le litanie e le discussioni sui punti di penalizzazione alla Juventus, sul trattamento punitivo riservato a Fiorentina e Lazio, sul particolare riguardo rivolto al Milan che pur sempre resta in A e che se l’Empoli rinunciasse alla Uefa potrebbe pur giocare in Europa. Last but not least, qualcuno chiederà a Berlusconi come farà a dire che la sentenza è “questione politica” contro di lui, visto che tra tutti è quello che ha pagato meno, che le difrese non hanno avuto i tempi giusti, che il “giustizialismo” è la trimurti che ha trovato una sua veste sportiva, ecc. ecc.
Come al solito, invece di guardare la luna si guarderà il dito che la indica.
Invece io vorrei sapere qualcos’altro. Ai “vari protagonisti” chiederei di leggere ad alta voce in pubblico i passi della sentenza che li riguardano e provare a smentire.
E poi, vorrei sapere come fa un “tifoso” a sentirsi offeso da una sentenza sportiva e protestare per eventuali “ingiustizie” insieme con le società colpite, proprio ora, dopo mesi e mesi di intercettazioni spiattellate sulla stampa, seguìte da indignazione morale, sfottò, processi dal barbiere, ecc. ecc.
Chiedo: non è giunta l’ora per gli ultrà di levarsi di torno l’alone di minus habens, come arnese di comodo che presidenti e società sono sempre pronti a utilizzare ogni volta che serve strumentalizzarne la fede (buona o cattiva che sia)? Non ci si sente presi in giro due volte quando presidenti di società incriminate di reati anti-sportivi si ergono a difensori dei loro presunti diritti per difendere i propri comportamenti illeciti?
Vorrei sapere che differenza fa, per un tifoso viola sapere che il Milan giocherà in serie A, invece che in serie B. Si pensassse alla proprie disperazioni. Andassero, i signori tifosi, a prendere a calci nel sedere i presidenti delle proprie società e cambiassero, di grazia, squadra. Oppure accettassero il verdetto e con compostezza. Ora ne sarebbero autorizzati. I colpevoli ci sono e portano la loro stessa maglia. O è chiedere troppo al cerebro di ebeti accecati dalla fedeltà alla bandiera, un comportamento serio e dignitoso?
Da milanista e non da “tifoso” io chiedo ai Gattuso, ai Pirlo, i “campioni del mondo” (ma anche ai Kaka, ai Dida e ai Cafu) di dimostrarmi che loro non c’entrano nulla con il famoso “reticolo”. Chiedessero di essere lasciati liberi sul mercato, di non volersi mischiare con dei “disonesti”, facessero anche in modo che le loro quotazioni, aumentate dopo il successo tedesco, non avvantaggiassero società che devono accordarsi con gli arbitri per vincere una partita e accaparrarsi i denari che provengono dai diritti televisivi. Andarsene sarebbe un comportamento lineare contro chi ha giocato sporco con la loro immagine e onorabilità.
Piuttosto all’Inter, ma lontano da questo tipo di società e da uno sport che produce (tifosi) imbecilli.

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Giovedì, 13 Luglio 2006

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E’ ritornato Berlusconi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 15:22

Nascosto per tutto il Mondiale, Silvio Berlusconi, ritorna al mondo tentando di “espropriare” il calcio dei suoi nuovi strumenti, allineandosi, senza mai nominare la parola “amnistia”, alla lunga lista degli indulgenti. Un allineamento da par suo, in verità un proclama di battaglia per riacquisire il “campo” che gli era valso il successo politico, dopo quello economico-sportivo. E’ un ritorno alla verve populistico-vitimistica dei giorni migliori, dopo lo “schiaffo morale” del Mondiale.

Vorrebbe che nessuna squadra pagasse, in nome e a risarcimento del tifoso bastonato, invoca “certezza dei fatti” che alla giustizia sportiva interessano relativamente, essendo chiamata questa a valutare sostanzialmente la lealtà nei comportamenti, confonde volutamente i piani con la giustizia ordinaria, pretende che si distingua tra dirigenti e giocatori, distinzione non prevista nel codice di giustizia sportiva (come del resto non è prevista alcun tipo di “amnistia”, che potrebbe essere posta in essere solo e comunque facendo seguito al riconoscimento dell’esistenza di un reato commesso dall’amnistiato) e che farebbe saltare qualunque forma di cogenza sanzionatoria, si erge a paladino dei tifosi, ma, richiesta non nuova e davvero miserrima, vorrebbe che gli scudetti degli ultimi due campionati venissero assegnati al Milan. Sulla base di quale “certezza dei fatti” non è legittimo però sapere.
Ne voglio fare una questione di fede pallonara e non politica. Gli interisti rinuncerebbero a qualunque scudetto non fosse assegnato dal campo. Perché noi milanisti dovremmo sperare di vederci assegnati scudetti non vinti per davvero, per di più grazie a decisioni maturate senza che alla base vi sia quella “certezza dei fatti” da lei invocata? Non si capisce.
Signor presidente, sono due mesi che sfottiamo gli juventini. Lei non ha idea della soddisfazione. Ce la lasci e ritorni a fare il presidente del Milan, senza fare la squadra. Faccia invece quello che sa fare: usi bene il denaro, anche se ho qualche dubbio che sia tutto suo.

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Mercoledì, 12 Luglio 2006

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Testate

Archiviato in: Metodo — francesco @ 9:20

Della testata di Zidane e delle sue eventuali cause me ne importa davvero una cippa. Volete mettere quella con questa di Renato “Betulla” Farina?
La prima ha preso in pieno petto alla fine di una partita di calcio un’amabile testa di c***o, la seconda, con quel nome presuntuoso, sembra averci preso per il c**o fin dall’inizio.
Materazzi non gioca “libero” e Lippi non fa il catenaccio. Prendiamo esempio da Gattuso: chi sbaglia, paghi senza che si sollevino emerite cortine fumogene o equazioni da ammannire ai fessi.
Il governo si svegli e non si faccia vincere dall’oblio, allineandosi a interpretazioni di comodo sul lavoro degli uomini dello spionaggio e del controspionaggio, che dimostrano ancora una volta di avere il vizio di moltiplicarsi e dividersi in spezzoni che si spiano a vicenda, lavorando non si sa bene per chi.
Per esempio quelli dell’exit strategy dall’Afghanistan, che reclamano discontinuità con il governo della Cdl, potrebbero più proficuamente occuparsi di come fare uscire per non far più rientrare logiche claniche all’interno del nostro Stato, cominciando a dare loro per primi l’esempio, invece di continuare a predicare l’”exit strategy” dell’Italia dalla politica internazionale e ricattare il governo come farebbe uno sceicco iracheno o una capo banda afghano.

(Per capire bene che cosa sta accadendo, leggere Giuseppe D’Avanzo)

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Martedì, 11 Luglio 2006

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Fine della festa perfetta

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 12:17

L’euforia è finita. Le strade di casa mia ieri a mezzanotte sembravano quelle di un day after. Il clima era vagamente surreale, se paragonato all’inverosimile carosello dei giorni
scorsi. Al Circo Massimo intanto era appena andato in scena l’atto conclusivo di concelebrata ebbrezza collettiva nazional popolare. Una festa perfetta.

Ora, nella classifica pallonara, siamo secondi solo al Brasile. Una cantilena che sentiremo recitare fino a che non lo avremmo raggiunto o - speriamo di no - fino a quando i carioca non allungheranno le distanze. Abbiamo vinto uno dei mondiali meno esaltanti dopo non aver vinto niente negli anni 90 quando avevamo la Nazionale di calcio più esaltante del mondo. Abbiamo chiuso i conti con la sorte e con la Francia.
Ora dobbiamo chiudere i conti con i “furbetti del colpo di spugna”. Speriamo anche di chiuderli con Mastella.

La cronaca di ieri registra fatti inconsueti. La Melandri, nell’euforia generale, non è passata inosservata beccandosi ripetuti “faccela vedè, faccela toccà”. Fatto a pezzi in cinque minuti il mito “estetico” (e da chirurgo estetico) delle donne di destra, ieri il mio pensiero è andato a Silvio Berlusconi. Godo un po’ nell’immaginarlo accigliato sulla poltrona del suo mausoleo di Arcore, mentre guarda i rappresentanti del governo accogliere i campioni della Nazionale, e si chiede perché se ci fosse stato lui le cose non sarebbero andate lisce come vanno con questi “usurpatori imbroglioni”. Sicuramente avrà rimuginato sulle parole di Gattuso che manda a dire a lui e a Galliani che chi sbaglia, paga; lui il vero leader della Nazionale che si riscopre “operaio” al momento opportuno, forse troppo, pur essendo tra i pochi a poter vantare (insieme con Cannavaro) natali davvero proletari.
Seduto su una poltrona e invecchiato di altri dieci anni, l’ex premier si sarà passato la mano sulla cute per controllare che anche il cuoio capelluto nuovo di zecca non lo avesse abbandonato, mentre si sarà consolato con Bondi e Ciccchitto al ritmo di “chi non salta comunista è”.

C’è la foto in cui Prodi tiene in mano la coppa e la guarda con la stessa espressione con la quale Materazzi guarderebbe la Treccani che farebbe impallidire un watusso abbronzato. Un’onta che Berlusconi avrebbe lavato col sangue se di quell’espressione si fosse reso responsabile uno dei suoi. Ma i tempi cambaino. E noi a Prodi perdoniamo qualunque espressione ebete, perché non gli perdoneremmo un Dpef fatto a sinistra e sognato a destra.
Ma la perfidia delle immagini e il mio desiderio di ironia su un clima che non è trasceso nella retorica della troppo facile “fierezza di essere italiani” non basta però a spegnere l’eco di questa festa liberatoria. Se l’esaltazione per ogni vittoria della Nazionale in questi trenta giorni di mondiali non è stato solo un grande desiderio di fare casino - come io penso - non è finita qui.

Mai come ieri in quel tripudio di bandiere lungo il percorso che da Palazzo Chigi portava al Circo Massimo, la televisione con le sue proprietà tattili ci ha fatto quasi toccare la proprietà “vuota” di un simbolo, attorno a cui forse per la prima volta da molti anni si riuniva una comunità indistinta. E’ legittimo attendersi che chi ha goduto direttamente di quell’euforia attorno a una bandiera, che fosse in piazza o attaccato al televisore, consideri quell’evento come unico nel suo genere oppure come una specie di battesimo, un atto da cui non si torna indietro. Per andare dove, non so e per chiedere, fare o “essere” che cosa, neppure.
Ma non resta che aspettare per vedere.

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