Dispacci al vento
www.flickr.com
foreyesonly
Home

Venerdì, 30 Giugno 2006

p

Il compagno Huang

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 12:06

Ho scoperto il nome della voce della rete pubblica sportiva cinese CCTV5. Si chiama Huang Jiangziang. Non che, seguendo le partite, io avessi mai compreso una sola sillaba di quello che dicesse però il giornalista tifa Italia. La tifa così tanto che in Cina è scoppiato il caso. Dice che siamo i più simpatici, ma poi precisa che detesta l’Australia perché i suoi giocatori giocano in Europa e poi al momento opportuno si appicciccano addosso la maglietta della Nazionale. Nazionale che dall’anno prossimo giocherà nel raggruppamento asiatico per la qualificazione ai campionati del mondo, proprio contro la Cina.
Ad ogni modo, pare che la cosa non sia piaciuta ai capataz dell’emitente e che il giornalista rischi il posto.
De Santis, invece, l’arbitro, (disoccupato?) non lo storico della letteratura, l’Italia non la guarda. Ha visto Italia-Ghana ma senza emozioni. Ormai. Più niente. Poverino.
Ma De Santis non tifava Juventus?

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Giovedì, 29 Giugno 2006

p

Governi

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 11:01

Un governo privo di una politica estera non è un governo propriamente detto.

Un governo che ha una politica estera non condivisa dai suoi componenti è un governo propriamente a stento.

Un governo che ha un politica estera meno otto è un governo che può accadere solo in Italia.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Mercoledì, 28 Giugno 2006

p

Suca suca

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 11:33

Si sa che la tv più che un magna-magna è tutto un fikki-fikki.
Tu dai quella cosina a me e io dò il programmino a te. Così recita la vulgata che serve al gossip per autoalimentari e giustificare le sue incursioni spericolate nell’ex morale pubblica; così ci piacerebbe che fosse anche per sopire le invidie di meritevoli e sfigati o di sfigati e talmente poco meritevoli da non aver capito che neppure potrebbero concorrere per una comparsata dietro l’oblò di una nave in crociera. Ma - si dice - la tv è facile, mica devi sapere fare qualcosa. Beh qualcosa devi saperla fare. Sempre, altrimenti come fanno a darti un soprannome?
Poiché è legittimo dubitare dei presupposti se questi sono adoperati da individui che di professione fanno dire cose insulse e qualche volta pure dannose a sedicenti vip di cui in realtà ce ne può fregare di meno, a pensarci bene sappiamo poco o nulla. Perché se il livello dello scambio è quello, il tutto sarebbe così kitsch e banale da farlo sembrare improbabile.
La cosa peggiore che assicura durata all’evento, unico vero risultato raggiunto da tutta l’intreccio spiattellatoci dalla stampa, è che ancora non riusciamo a formulare una risposta all’unica domanda assillante e davvero seria. Ma Sottile la Gregoraci se l’è fatta o no?

P.S.: Se alla fine risultasse vero che basta un signor quasi nessuno, come un portavoce,  per far avere un posto in tv, contro la supposta inutilità del peso di un “compagno di vita” tanto potente come Flavio Briatore, tutta la vicenda assumerebbe connotati da fiaba del grottesco.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Lunedì, 26 Giugno 2006

p

La Carta costituzionale non è stata uccisa

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 22:48

Ieri si è deciso che una riforma organica che riscriva la carta costituzionale non si farà. Con essa ha perso l’idea del premierato forte e del federalismo che “reinventa” centralismi a discapito del regionalismo che è la forma del decentramento che l’Italia ha scelto nel 1945 e attuato solo trent’anni dopo.
Ha perso anche l’idea di un Italia “paese federalista” e di un Nord con la baionetta tra i denti pronto a chissà quali battaglie pur di avere maggior potere e peso politico attraverso la rimodulazione dello Stato.
Al Nord l’affermazione del Sì non c’è stata, anzi. Lombardia e Veneto sono state le due regioni del Nord dove il Sì ha vinto, altrove ha prevalso il Sì.
Il risultato politico è questo.
Ma quello che maggiormente preme dire è che qualunque riforma che verrà, non potrà prescindere dai dati puri e semplici che sono emersi da questo referendum. Il “leghismo” ha perso e con esso si è spezzato il grimaldello con il quale si cercava di smontare la carta del 48 anche per ragioni ideologiche, legate alle origini di quel dettato costituzionale.
Gli italiani hanno detto che le questioni legate alla modifica della carta non sono da rubricare tra i progetti “rivoluzionari”. Il che significa pure che la Carta non si rivoluziona insieme, perchè da soli non è educato. La Carta non si rivoluziona per niente. Questo è l’esito del referendum e gli esiti del referendum si rispettano.
Si cambia su quello su cui si è d’accordo oppure non si cambia. Punto.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


p

Stupidi

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:15

Le sceneggiate rifondarole sul ritiro delle nostre truppe in Afghanistan sono la riprova che questa sinistra nel suo complesso merita di farsi del male e di perdere. E non conta nulla che anche la Cdl sia divisa al suo interno. Non si può sperare che la destra sia sempre prigioniera di enegumeni del pensiero come La Russa e Calderoli per facilitarci il compito, così come è inutile farsi scudo delle dichiarazioni di tutti i leaders dell’Unione durante la campagna elettorale (più che del programma della coalizione) in merito al nostro impegno in Afganistan per fare quelli che cadono dalle nuvole e mostrare sorpresa per la disinvoltura con cui si cambiano posizioni che avrebbero dovuto essere maturate collettivamente e con convinzione.
Accettando anche l’idea barbara secondo cui le le elezioni sono solo ed esclusivamente un “gioco” senza attinenza alcuna tra la promessa, la sua realizzabilità e la sua obiettiva onestà, se sempre deve prevalere la propaganda e la sua efficacia, il popolo bue non sempre si lascia trascinare dove si vorrebbe. Potrebbe giocare qualche scherzo.
Se oggi prevalesse il Sì ce lo meriteremmo. Noi di sinistra e anche questo paese. L’unica speranza è che a votare l’elettore vada considerando il proprio futuro di gran lunga più importante di quello di chi pretende di guidare un paese senza avere idea di che cosa sia un impegno in qualunque campo lo si sottoscriva: dalla politica estera alle cariche istituzionali, ripetendosi, senza vergogna, nelle stesse vituperate scene di pochissimi anni prima; quelle che condussero all’opposizione la propria coalizione, le stesse che si spergiurava aver abbandonato in nome di una lealtà nuova di pacca e inossidabile. Ma sia chiaro: oggi è il turno di Rifondazione, come ieri lo è stato di un tal De Gregorio e domani lo sarà di altri. Politicamente non è cambiato nulla: né in Afghanistan nè in Italia. Consoliamoci.
Probabilmente il voto premierà solo una certa casualità statistica per un numero di elettori inferiore alla minima quantità di dignità civile, dimostrando ancora una volta che all’italiano medio dei principi che principiano gliene può fregare di meno. Come del resto frega assai poco a chi su quei principi gli propone opzioni apparentemente apocalittiche.
All’ottusa e immarcescibile sordità di questi dilettanti ma strapagati esponenti del centro sinistra che non sanno più nè mobilitare, né prevedere, ma sanno mentire e in nome di poste sempre sbagliate e controproducenti, bisogna armare il salvagente del proprio sano egoismo.
Mica si può votare No per l’Italia. Che si fotta l’Italia di Prodi, Giordano e Sentinelli, Berlusconi, Cicchitto e Fini. Io non c’entro nulla con questa gente. Si può votare No solo per se stessi, per difendersi meglio anche e soprattutto da quelli che vinceranno questo referendum e le prossime elezioni.
Però io questi non li voto più. Mai più.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 25 Giugno 2006

p

Crisi di sistema

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 12:12

Qui si pensa da tempo che il nostro paese sia attraversato da una crisi di sistema senza ritorno. Come ne ha scritto Scalfari oggi, però, non ne aveva ancora scritto nessuno.
Se questo è un luogo in cui ballerine, calciatori, vescovi, governatori di banche centrali e capi uffici stampa sguazzano e governano occupandosi principalmente di andare in giro con il prezzo scritto in fronte non c’è alcun modo di uscirne se non disanimando l’animato bordello spiccando di netto teste dai maledetti colli che le sorreggono. E questo lo dico io.
Non avvertire anche da lontano, pur sopito dalle nostre regole del buon vivere, il richiamo robespierrista o cromwelliano significa non credere a niente, non avere sangue nelle vene, un’anemia preoccupante che prima o poi rischia di diventare una leucemia oppure un’esplosione inconsulta di reazioni spropositate. Ma anche continuare a credere che si possa vivere di rendita. Che tutta vada bene, madama la marchesa.
Dinnanzi alla totale assenza di senso del ridicolo e di correlate assenze delle minime nozioni di rispetto pubblico si può ben intendere come le accuse di “giustizialismo”, ogni volta che stampa e magistratura affondino le loro dita nelle piaghe scoperte del nostro paesello, rivolte da sedicenti liberali a destra e a manca siano solo l’ennesimo sberleffo al popolo bue. Non ci possiamo proprio più permettere di essere dei liberali alle vongole. C’è questa maledetta idea del liberalismo inteso come un’insieme di regole e di inesplicabili ingegnerie istituzionali studiate a tavolino, promosse dall’alto, come se vivessimo una situazione di transitorietà ovvia dall’anormale al normale, cui può riparare solo chi sta seduto al posto giusto, in un’atmosfera di estraneità generale, come se fosse cosa che non ci toccasse da vicino.
Chi potrebbe essere un liberale, cioè persone come me, sente il vento della stupidità passargli addosso di fronte all’ineffabile impresentabilità di precetti spacciati per risolutivi e giusti, in realtà solo paraventi dietro cui riparare i propri privilegi, complice il silenzio circostante.
“Liberalismo” fa rima con “socialismo” ormai; nell’accezione più ampia dei termini entrambi sono i portati profondi della nostra cultura occidentale e europea. Dimenticare questa fusione storica e “antropologica” è un’imbecillita totale che stiamo già pagando a caro prezzo con le improbabili teorie e pratiche della globalizzazione economica e finanziaria. Ancora più di fronte al desolante quadro di immoralità pubblica, ancorchè espresso in perfetto blazer e faccia acqua e sapone, si intuisce facilmente come Prodi rappresenti l’aspirina per una polmonite. E come il pacifismo non rappresenti alcuna soluzione “radicale”. Non è colpa né di Prodi né del pacifismo: è solo la fotografia della stupefacente lontananza della politica reale, anche di buona volontà, dal paese reale e anche dei danni che la politica reale fa al paese reale.
Il nostro inconscio collettivo è privo di quel sano terrore che prescrive il disprezzo nei riguardi dello Stato e della collettività come un peccato mortale da punire con la morte anche subito. La nostra memoria non riserva nulla o quasi di soprusi civili e politici pagati a caro prezzo, quello giusto.
La nostra classe dirigente odia i “processi” della stampa (però ha imparato a usarli per auto-assolversi) e della magistratura solo perchè questi offrono urbi et orbi un’idea di giustizia che queste desiderano al massimo dipinta su una diapo di un convegno. Siamo in realtà un popolo cinico senza uno straccio di fede o di religione, anche civile. Siamo passati dalle guarentigie a un posticcio sistema liberale, in realtà parassitario di virtù pubbliche e private. Non ci siamo mai conquistati la libertà di cui per l’appunto non sappiamo godere. Anche per questo il 25 aprile non può che essere una festa per pochi. Se avessimo avuto il coraggio dei giusti, maturato in qualche secolo di volontà di riscatto popolare e sociale, avremmo fatto come De Gaulle che, in continuità con le norme della religione civile di un paese che crede di avere delle norme ininterpretabili, passò per le armi decine di migliaia di fascisti collaborazionisti di Vichy che meno dei nostri si macchiarono di infamità e atrocità senza appello.
Non so se ci si rende conto che senza fare la spia Fazio sarebbe ancora dov’è, Fitto e il vescovo concupirebbero il voto delle suore perché così fan tutti, il reuccio, il signor Sottile e i dirigenti Rai si spartirebbero le grazie di qualche procace ballerina, usando denaro pubblico e piazzando tangenti. Insomma, l’unico modo per sterilizzare gli effetti del ciarpame andandone alla radice in questo paese è fare i ficcanaso, i voyeurs. Certo, si può dire che si tratti di un metodo ben poco degno a fronte della straordinaria potenza e nonchalance del sistema di riprodurre comportamenti illegali. Quanto potrà essere efficace il metodo della soffiata contro questo levantinismo da paese mediorientale, poi, è facile a dirsi. Più la magistatura continuerà a supplire i compiti della politica, più la politica diventerà un orpello inutilmente costoso a danno dei cittadini. Ma più la magistatura solleverà il coperchio del vaso di Pandora dei nostri abituali sistemi di governo e più si dimostrerà al mondo intero di essere un paese da direttorio. Senza nessuno che ne sia legittimato a prenderne parte.
Un comitato di salute pubblica sarebbe auspicabile se non fosse irrimediabilmente in ritardo con la storia e, quel che è peggio, inspiegabile alle labili energie degli italiani, la cui coscienza civile non riesce a sollevarsi dall’area del proprio orticello anche quando questo è secco come un deserto.
Non mi faccio illusioni: voterò No a questo referendum per evitare che il peggio prenda forma e consapevole che il Sì, essendo espressione di una cultura apertamente legittimata in questo paese non smetterà di fare danni. E certo che anche chi governa questo paese non potrà che lottare contro i suoi limiti numerici e anche politici. Però non è colpa del destino cinico e baro. A sinistra non ci si è ancora decisi a fare la sinistra e si continuano a fare e a vincere le guerre per il re di Prussia.
A destra si persevera nel considerare lo Stato come un’immondizia necessaria, una banca senza sorveglianza da rapinare in ogni momento, tanto da affidare a scorte di palesi minus habens la formulazione di leggi e “costituzioni”, considerate sostanzialmente inutili, essendo ben altra la consistenza e l’efficacia di leggi e costituzioni reali.
Vincere un referendum non basterà di sicuro. Sarò anch’io, come Scalfari, eccessivamente pessimista, ma da qualunque lato osservi la situazione, mi sembra che lo scivolo si inclini sempre di più ogni giorno che passa.
L’aut aut è: o il cambio di tutta la classe politica di questo paese o la sua accettazione con connessa ricerca dei suoi favori e prebende.
In ultimo, per i deboli di stomaco, non resta che andarsene da questo paese.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Sabato, 24 Giugno 2006

p

L’esilio

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 12:15

L’esilio non è una fuga, né tanto meno una condizione che possa prescindere da una precisa condizione fisica di lontananza. Non si è esuli in patria: senza l’ansia per il proprio ritorno, sapendo che quel ritorno non sarà mai e che da quel ritorno ormai imposto non si può prescindere, non si può dare vero esilio. L’esilio non è amore per un paese diverso dal proprio: è odio del proprio verso di sé. E’ l’oblio comminato al traditore, il silenzio perenne, l’ìnesistenza, infine. Un odio persistente, incancellabile, anche quando viene rimosso ogni ostacolo per fare ritorno allo statu quo ante.
La condizione esule non sempre ha termine quando l’ansia smette di agire, vuoi perché davvero si ritorna, vuoi perché del ritorno non si sente più alcun bisogno. Ma anche di nuovo nel proprio spazio abituale si continua a vivere le ragioni del distacco e a cercarle fino alla fine. L’esilio vale solo per il biglietto di andata. Su quello di ritorno pesa sempre quella certa vergogna che si patisce quando ri-esserci esige una spiegazione che è un fatto privato e pubblico insieme.
Più il senso e il “controsenso” sulla libertà, di movimento, di opinione, aumenta intorno a noi, meno è semplice spiegare l’ostracismo. Le sue cause non sono più le stesse di una volta, anche se facciamo riferimento a periodi lontani non più di un solo trentennio.
Quando i nostri re vivevano in esilio - e la norma transitoria imperava - il peso della lontananza subita per errori commessi nella storia da altri e ancora pagati da una generazione successiva e “incolpevole”, si poteva anche sentire salire alla coscienza un certo senso di colpa, un’interrogazione sul senso di giustizia e sul passato che è davvero passato.
Benché segnata inequivocabilmente da pochezza intellettuale, cui si sommavano una certa fastidiosa arroganza e, cosa ancor più grave, una sostanziale dimostrata incapacità nell’essere sempre in possesso delle proprie capacità “spaziali”, nel saper tenere un ruolo e vivere in consapevolezza il proprio passato che non fu da re, ma da esuli, per meritarselo costantemente in un presente reale (nel senso di vero), la famiglia Savoia ha sempre agevolato il compito di noi italiani, facendo assumere a quell’esilio il senso di una passeggiata dorata o anche il dono che si concede a individui in qualche modo speciali, che speciali saranno sempre, in virtù di speciali e sempre meno comprensibili lasciapassare. Non tanto le vicende da sporcaccioni ipocriti cui il nostro re in pectore è andato con tanta disinvoltura incontro, insieme con sodali rappresentanti della repubblica, in particolare della seconda, quanto il modo di affrontarle, di viverle senza mostrare neanche un po’ di quella forza che gli sarebbe dovuta provenire dall’essere stato tanto tempo allenato all’incomprensione o al mancato ascolto, rendono queste povere figure reali (nel senso di nobili), delle ombre pallide e meschine.
Oggi, in realtà, l’esilio si può pure desiderare. Non perché prima non lo si potesse scegliere in presenza di alternative assai più crudeli, ma perché oggi il desiderio di incomprensione è giustificato pure nella direzione opposta, che va dal singolo alla collettività e non solo come tradizionalmente si usava prima dalla collettività al singolo. Oggi è accettabile odiare le famose “radici”, strapparle da se stessi e anche ucciderle: come in un patricidio simbolico.
Gli stimoli provengono proprio dalla presenza di alternative che si immaginano assai meno crudeli dello stato vissuto nel proprio spazio abituale.
E’ una regola sempre più costante: vale per l’extra comunitario che si impone la fuga per sfuggire a condizioni di invivibilità o per quello assai più fortunato che non proveniendo da condizioni altrettanto impossibili sceglie di andare via da quel paese per ragioni le più diverse; vale cioé per chi vive in paesi in cui la libertà di movimento e opinione è garantita, così come anche per chi mai si è dovuto porre la questione di essere in regola con le norme della comunità di pertinenza.
Oggi l’esilio è una maniera accettabile di vivere il resto della propria vita, interrogandosi sulle ragioni del non ritorno per non tornare mai più. Una scelta volontaria con la quale consapevolmente ci si mette fuori dal proprio contesto, portando via tutto se stesso, per poter essere libero, perché tanta parte della nuova libertà è sconfiggere le ragioni della propria patria.
Alla famiglia Savoia tocca scontare così anche la sfortuna di essere tornata dall’esilio, proprio quando questo va assumendo la forma di un atto di coraggio, di indipendenza e di autodeterminazione, per sprofondare senza vergonga in una vicenda triste e decadente che vale almeno quanto una condanna all’oblio. Come se l’esilio non fosse bastato.

Immagine 100.jpg
(Dall’aereo: nuvole sul Marocco)

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Giovedì, 22 Giugno 2006

p

Si torna a casa

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 9:37

Il viaggetto è finito. Molte le emozioni raccolte, altrettante quanto quelle che restano da raccogliere in un futuro che credo sia molto prossimo. Ora posso anche dire apertamente che non si è trattato di un viaggio il cui scopo era quello solito di rubare una serie di sensazioni, in questo caso da far scaturire colloquiando con la natura e la placida furia dell’Oceano.
Mi aspettava la “prova” di una conoscenza vera che a partire dai primi casuali scambi di email fino alle lunghe chiacchierate via messenger e skype di questo inverno, era diventata una compagnia, un confessionale, un’occasione di spensieratezza e una spalla concreta su cui ho potuto far conto per circa otto mesi, per moltissime delle mie sere di ritorno a casa.
E’ andato tutto bene. Ad agosto, benché non rinuncerò alla settimana di luglio a Parigi, dando fondo a qualche risparmio, ritornerò nell’isola di Gran Canaria.
Non sono riuscito a vedere tutto quello che volevo vedere e che ho spesso visto solo quando si è materializzato davanti ai miei occhi, o in seguito a una serie di letture tardive.
Sono partito impreparato sui luoghi e sulla storia dell’arcipelago perché in realtà avevo come primo obiettivo quello di conoscere e ringraziare una persona a cui dovevo molto della mia attuale tranquillità e forza.

Sì, ci sto pensando a levarmi da qui. I motivi non mancherebbero. Ma non posso partire con lo sguardo di un post-adolescente. Quegli occhi li ho persi. Li ho ritrovati nei discorsi di lei che con solo pochi anni meno di me, l’aspetto di una ventenne, due laureee in tasca, due figli a casa a studiare e lavorare, già nonna di una nipotina, ha varcato quello stesso oceano su cui poggia gli occhi ogni giorno e a 37 anni, un anno fa è atterrata in Europa dal Venezuela. Quanta forza, quanto coraggio in una squaw di un metro e sessanta.
So che non si dà come obiettivo il voler cambiare vita, semmai è per sé solo una motivazione.
Più di ogni cosa oggi mi frena là paura che anche là possa provare il senso di sconforto e di semi paralisi che provo qui per il solo fatto di avere quasi 45 anni: la colpa cioé di vivere nel pieno delle proprie capacità e maturità mentre quasi tutto ti dice che sei vecchio.
Qualcosa ancora deve passare sotto il ponte. Forse un “cadavere”.

Sono molto contento di essere partito, ma, per ora, anche di ritornare a casa.

Roque Nublo, Roque Bentaiga, Monte Teide (Tenerife)

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Mercoledì, 21 Giugno 2006

p

This is, and this is not

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 1:13

This is not a dog

Immagine 052.jpg

This is a cat

Immagine 003.jpg

This is not a church

Immagine 090.jpg


This is really a canyon

(ma il thumbnail non lo posso inserire, quindi se proprio volete vedere la foto dovete entrare sul foto blog)

Hasta luogo.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 18 Giugno 2006

p

Il deserto

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 23:59

Se non fossi venuto qui mi toccherebbe anche commentare l’inguacchio monarchico-aennino.
Re finti, ex fascisti per finta, finalmente un deserto vero.


Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Pagina successiva »
Disegnato da H P Nadig e Weblogs.us, modificato da Insolitacommedia e Fermate la pioggia. Curato da eyesweb. XHTML valido.