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Mercoledì, 31 Maggio 2006

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Dalla parte della Carfagna

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 11:40

A me la Carfagna non piace. Dico fi-si-ca-men-te. E’ un periodo che mi piacciono solo le bionde. Sarà l’andropausa. Come se non bastasse posso dire di averne conosciuto di assai meglio. [Fine del preambolo].

La Carfagna però parla. Sta in parlamento apposta, no?
A proposito delle quote rosa: “Io sono l’esempio che non servono”. E come si fa a darle torto? A lei l’incarico di responsabile delle donne della Campania per Forza Italia due anni fa “glielo hanno affidato”. Mica ciccioli. Roba seria. Perché in certi partiti si diventa responsabili di qualcosa per cooptazione, la democrazia è roba da maneggiare ogni cinque anni senza abusarne e lasciandosi guidare dal manovratore. E poi insomma era solo la responsabile delle donne. Robetta da quote rosa.
E’ vero quello che pensa la neo-deputata forzista: molto di più contano le quotazioni delle quote. E si sa che le frequentazioni servono. Così come si sa che le prime aumentano se il salotto che si sceglie è abbondantemente popolato da maschi. Nel secondo caso il salotto si popola “di poche privilegiate che si incontrano e parlano tra di loro senza riuscire a incidere realmente nella vita dei partiti e del Parlamento”. A me piace la destra quando fa la “proletaria”, la “paladina dei diritti delle oppresse”. Però ce la manderei la Carfagna in un call center di Misterbianco a parlare di lavoro e dire alle laureate ventiseienni progettiste: “A me il contratto a tempo indeterminato non è servito. E neanche la laurea”.

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Martedì, 30 Maggio 2006

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Avevo uno zio

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 11:33

Di elezioni ho scritto qui.

Avevo uno zio, sedicente anarchico (però sposato con una fascista doc, la sorella di mia madre) con vari gusti da soddisfare, tra cui quello della battuta tagliente. Nulla passava indenne sotto la sua lingua e il suo sguardo scettico che armava la sua immaginazione corrosiva si animava al pensiero del bersaglio individuato e da abbattere. Quando sapevamo del suo arrivo a casa nostra, lo aspettavamo con una certa ansia gioiosa. Quando compariva senza preavviso era sempre un piacere vedere sbucare quel sorriso da dentiera perfetta a precedere la sua voce così flebile che salutava con un volume quasi irreale. Con quella faccia grande su un corpo tanto smilzo, corto e già un po’ ricurvo, il naso alla Totò, la signorilità del vecchio barone siciliano senza la sua affettazione, Zio Giulio è stato un vero personaggio della mia giovinezza.
Autentico “costruttore”, aveva le mani d’oro: edificava mobili incollando tasselli di legno di vario pregio della larghezza di due cm per due, accuratamente tagliati in forme romboidali o rettangolari, si dedicava al modellismo navale, era stato ufficiale in Grecia durante la seconda guerra mondiale: là aveva imparato l’arte dell’infermiere, qui in Italia si era chiuso per trent’anni in un ufficio da capo stazione. Soffriva di problemi allo stomaco e aveva una digestione compromessa da una serie di ulcere irrisolvibili. Il bicarbonato era il suo Ramazzotti. Nevralgie al trigemino e emicranie completavano un quadro clinico poco rassicurante.
Invecchiando, però, il meccanismo mai subì inceppamenti. I suoi obiettivi continuavano a scorrergli davanti e senza preferenze erano indefessamente fatti oggetto di pirotecniche metonimie. Il sorriso stupito da attore che cerca il tuo coinvolgimento non mancava mai e verso la fine dei suoi giorni, forse consapevole di quanto stava per accadere, la vena caustica aveva lasciato il posto al fiumiciattolo carsico della residua bontà, il famoso agape, da dedicare ai suoi cari.
Morendo sembrò morire tutto consumato eppure ringiovanito.

Ecco. Io non ho capito perché continuino a intervistare Oriana Fallaci. Non è nemmeno spiritosa. Solo un po’ più penosa di sempre, sembra una Calamity Jane incartapecorita, con le sue “nuove” manie bombarole, sola contro tutti, la “famosa” scrittrice insiste in un canovaccio incendiario e sterile, con il grave difetto di non fa neppur ridere.
Non è bello vedere una donna che invecchia così. Mio Zio Giulio la spernacchierebbe da mattina a sera. Qualche volta, quando leggo i suoi commenti tranchant, le sue teorie belluine, i suoi contorcimenti logici, i suoi facili disprezzi, la mia memoria torna ai gorni in cui bastava una vocina flebile a piombare come una mannaia per far sussultare tutta la casa e soprattutto tutti i cervelli dotati di vita propria.
P.s. Casualità della storia. L’intervista arriva a 24 ore dall’annuncio del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq.

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Lunedì, 29 Maggio 2006

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Conti che tornano, filosofi che vanno

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 14:40

In questi giorni mi è tornata in mente l’esecrata battuta di Prodi rivolta a Berlusconi nell’ultimo duello elettorale. Quella in cui l’attuale primo ministro, citando Andrew Lang, dava al cavaliere dell’ubriaco che si regge ai conti pubblici come a un lampione non per vedere meglio ma per non cadere per terra. Dunque, o sono tutti ubriachi quelli che lavorano nei dipartimenti economici dell’Unione europea, oppure aveva ragione Prodi.
In compenso l’ex ministro dell’economia si dà alla filosofia. Non è in assoluto una buona notizia. La sintesi è un dono se si capisce di che cosa si parla e lo si fa capire anche ai non iniziati. Tremonti digiuno di filosofia, forse sotto dettatura, ha ammannito una lezione di filosofia da Bignami, pur facendoci intendere senza equivoci di essere uomo tutto di un pezzo: poche cose, ma confuse. Come per i conti pubblici.

Update: vi segnalo la garbata e spiritosa risposta di Massimo D’Alema al “filosofo” Tremonti (e a Riotta).
Quattro righe comprensibili con una citazione corretta. Come si dovrebbe sempre fare.

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Domenica, 28 Maggio 2006

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Che cosa non vuole la borghesia italiana

Archiviato in: Metodo — francesco @ 12:17

C’è un articolo polemico e intelligente di Eugenio Scalfari sull’ultimo “matineé” della Confindustria, che si intitola con una domanda, fa un pezzo di strada condivisibile e resta volutamente senza risposta. (Qui trovate la relazione del presidente Luca Cordero di Montezemolo). Forse perché si spera che qualcuno da Via dell’Astronomia prenda carta e penna e risponda nel merito anche solo per il piacere della cortesia. Forse perché Scalfari, autore con Giuseppe Turani, più di un trentennio fa, di un testo che dovrebbe essere studiato nelle scuole, Razza padrona, sa che cosa vuole e riconosce a naso umori e ragioni profonde di quelli.
Che cosa vuole la borghesia italiana? è in realtà la solita domanda che ci poniamo da un secolo e mezzo a questa parte, non senza aver dovuto spesso prendere atto della sua spregiudicatezza e anche inaffidabilità. Non voglio ricordare né la simbiosi con il fascismo, che è roba di altri tempi. Almeno per noi, che siamo di sinistra. Voglio solo ricordare che il programma della Confindustria era “lo stesso” del governo di centro destra ai tempi della guida di D’Amato che risale a soli due anni fa. Eppure nessuno sembra avere avuto nulla da dire in merito fino ad oggi.
Badate che la relazione del presidente, al di là delle soliute richieste, in materia di fisco e di “autoattribuzione” di una proposta politica di riduzione del carico contributivo promossa da Prodi, è solo lacunosa e in qualche caso anche condivisibile: quando parla di burocrazia contro le imprese e di costi troppo elevati per l’energia, per cadere puerilmente sulla politica. Sul referendum per la devolution si spendono anche parole corrette nel metodo, ma si ipotizzano scenari impensabili alla luce delle dichiarazioni del centro destra che non vuole discutere un bel niente in nessun caso e si aspetta invece di dare la spallata al governo, organizzando manifestazioni dal sapore eversivo allo scopo di costringere il presidente della repubblica a fare quello che desidera, in caso di affermazione alle urne.
Uno scenario che sembra costruito apposta per non dire da che parte si sta, dopo aver deprecato le riforme costituzionali fatte a colpi di maggioranza non è un segnale di maturità e neanche di senso istituzionale, a fronte della deprecabile “idea che la politica - nel senso della gente che vive di politica a tutti i livelli - sia ormai di gran lunga la prima azienda del Paese.” O del fatto puro e semplice che non è moderno “ avere una ventina di gruppi parlamentari quando negli altri paesi europei si possono contare sulle dita di una mano”. Tutto vero e se c’è da fare un appunto a questo governo è proprio quello di essere caduto, a tutti i livelli, nella trappola delle tentazioni proporzionalistiche innescate dalla riforma calderoliana. E di non continuare a difendere con forza sia l’elezione di Napolitano che il metodo per il suo conseguimento. Metodo “imposto” dalla campagna del centro destra che dalla bufala sui “brogli” fino all’anticomunismo di facciata, aveva come unico scopo la delegittimazione del centro sinistra.

In realtà quello che più ha colpito gli osservatori sono stati gli applausi non equamente distribuiti ai partecipanti. La standing ovation per Gianni Letta suggerisce a Scalfari la “nostalgia” degli industriali per il cavaliere. Eppure, dice Scalfari, la questione settentrionale non è nata il 10 aprile e non è stata risolta in cinque anni di governo.
Anzi (riporto testualmente):
1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po’ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d’un governo munito d’una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell’Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell’Anas.

2. Nel 2001 l’avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.

3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007. La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l’intera Eurolandia.

4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.

5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.
E infine “le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell’immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla. Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l’antiparlamentarismo e l’antipolitica, ma poi, d’un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema.”
Elezioni subito significa altri sei mesi senza governo, Camere latitanti, Italia con un rating sul debito ai minimi termini. Alla borghesia non interessa nulla? No.

Perché in questi anni c’è chi ha guadagnato speculando sull’euro, senza controllo dei prezzi e chiede che si continui così. Si è approfittato della gigantesca redistribuzione dei redditi grazie alla modifica della aliquote irpef, non sentendosi per questo impegnati né a investire, né a cambiare i propri comportamenti in fatto di evasione e elusione fiscale. Mentre gli imprenditori chiedono una scuola che aiuti e “insegni a intraprendere” (secondo quanto la Moratti si apprestava maldestramente a fare) dimenticano che la scuola anzitutto deve insegnare a essere dei cittadini; che se, come dice Montezemolo, “gli italiani ce l’hanno fatta ora ce la deve fare l’Italia”, allora conviene continuare a farcela con una “politica” o amica oppure debole e ricattabile che non può permettersi di imporre dei comportamenti “virtuosi” anche se “costosi”. Allora si può anche sorvolare sul carattere “ereditario” del capitalismo italiano e chiedere meritocrazia nella pubblica amministrazione e insieme dimenticare le balle sparse a piene mani sulla meraviglia della “globalizzazione” che vent’anni fa catechizzava folle di imprenditori sul lavoro sempre più facile, sulla ricchezza affluente, sulle mirabili sorti del capitalismo senza lacci, persino sulla fame nel mondo pronta a scomparire.
Dalla confindustria vorrei sapere quanto è costato e costa al paese tutto questo.

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Sabato, 27 Maggio 2006

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A Parigi, a Parigi

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 10:53

Qui si sta organizzando una visitina a Parigi dal 25 luglio fino a fine mese.
La città non può essere visitata solo una volta e mi manca da sempre. A voi no?
Comunque, già ci siamo messi avanti col lavoro e si è trovato il modo per spendere poco. I biglietti di volo e l’hotel sono stati selezionati. Ma se ne può discutere.
Purché non russino, si accetta anche la compagnia di comitive juventine.

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Giovedì, 25 Maggio 2006

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Super partes, super boiata

Archiviato in: Metodo — francesco @ 9:36

Ho ancora buona memoria per ricordare le presidenze della repubblica di Sandro Pertini e Francesco Cossiga. Due che, durante il loro mandato, non le hanno mai mandate a dire a nessuno, nè ad amici, né ad avversari. Due politici schietti e di parte che hanno saputo e voluto interpretare come pochi altri i cambiamenti della società e indicare, ognuno a modo proprio, percorsi e indirizzi nel merito e anche nel metodo.
Questa storia avvilente del presidente super partes così’ come la vulgata propagandistica attuale vorrebbe farci credere debba essere, è una boiata senza pari. Intanto, nessuna parte della nostra Costituzione sfoggia pezzi di “latinorum” per definire il ruolo del presidente della repubblica. Solo la mezza cultura può concentrarsi su aspetti interpretativi tanto deboli e dare il tono esatto del parvenu che entrato in un luogo fisico sconosciuto lo trasforma nella sua tavernetta da bauscia. Un’ignoranza anche benedetta se si pensa che ancora il parvenu non ha alzato gli occhi alle pareti per trasformare un arazzo in una stuoia per sandwiches.
Se l’analfabetismo istituzionale è più comprensibile e giustificabile tra chi non pratica la politica e tanto meno si sogna di modificare la Costituzione, la colpa e il dolo sussistono, laddove invece si fa e si è istituzione.
E’ inutile che ci si soffermi sulla differenza che passa tra personalità come Parri, Einaudi, Terracini e De Gasperi, rispetto a quella dei Calderoli, Berlusconi e Bossi in voga oggi.
Ca va sans dire.
Però basta leggere l’attuale Costituzione, tanto semplice, quanto chiara, per fugare qualsiasi dubbio a proposito di interpretazioni di assoluto comodo.
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Lo dice l’art. 87.
L’unità nazionale è l’insieme degli interessi, della parti e degli individui che compongono una nazione, in vista di un obiettivo comune. Se questa definizione vi sembra debole o incompleta potrete compulsarne un’altra a piacimento, ma mai alla fine rinverrete elementi che potranno ricondurvi all’idiozia del super partes di cui si ciancia oggi, il cui unico scopo è mettere la mordacchia a protagonisti legittimi della scena politica nazionale o silenziarne di ingombranti.
Se il presidente della Repubblica pensa che il clima di odio sia oltre il livello di guardia e si debba ricomporre lo deve dire, non solo lo può. Se pensa che l’attuale capo del governo sia in grado di assolvere il compito di pacificare, altrettanto non può esimersi dal dirlo e dal pretenderlo. Così facendo, indica una strada che è anche un impegno che il presidente della repubblica intende far assumere al governo in carica, gravandolo quindi di precise responsabilità istituzionali e impedendogli di scegliere la china dello scontro frontale. Tutto questo in nome dell’unità nazionale che il presidente della repubblica rappresenta ma non può esercitare politicamente.
Ciò che al presidente della repubblica davvero non compete è esprimere giudizi sulle politiche dei partiti o sui suoi leaders, sia che occupino ruoli di maggioranza, che di opposizione. Glielo proibisce la sua imparzialità rispetto al Parlamento e soprattutto al Governo al cui riesame può rinviare leggi e decreti che ritiene non controfirmabili. La sua funzione di imparzialità è resa esplicita dall’essere capo delle Forze armate e del Csm. Che sono due compiti precisi e non di facciata.
Ciò che si può rimproverare al presidente della repubblica è assai grave nella sua fattispecie e sta scritto con chiarezza all’art. 90: Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
Il presidente della repubblica non è dunque una suppellettile cui attaccare qualsiasi cappello a seconda del gradimento delle sue affermazioni. La sua funzione di garanzia si riferisce all’unità nazionale e non a una prassi frutto di fantasie strumentali e di propaganda semi armata. Chi cerca lo scontro con Napolitano sarà perciò servito, così come lo furono Craxi e Occhetto ai tempi di Pertini e Cossiga, senza che questo abbia mai tolto nulla alle loro prerogative di rappresentanti dell’unità nazionale.

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Mercoledì, 24 Maggio 2006

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Borrelli, come minimo

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:55

Che calcio ci raccontano i rinnovatori? Gli scandalizzati ex padroni delle ferriere nelle mani di “quelli lì” (come ebbe e a dire Gianni Agnelli riferendosi con disprezzo a Moggi) hanno deciso di voltare pagina. E dunque si apprestano a dare a Fabio Capello pieni poteri in campo e fuori campo dentro la società bianconera, nello stesso momento in cui anche l’ex presidente del consiglio rientra in servizio permanente effettivo nel suo Milan. La Juve che aveva proposto come proprio direttore generale l’altro ieri Franco Baldini, ex dg giallorosso, stroncato proprio da Moggi, può proporre Fabio Capello come se fosse la stessa cosa, come se il messaggio fosse il medesimo?
Non ci si può affatto stupire dell’arrivo di Francesco Saverio Borrelli all’ufficio indagini della Figc. A me sembra che i segnali di “rinascita” siano assai preoccupanti. I messaggi sono sempre gli stessi: nessuno ci può giudicare se non che noi stessi. Anzi ci difenderemo fino alla fine. Capello con pieni poteri alla Juve significa che la Juve non andrà in serie B. O meglio: che la sua proprietà non è disposta ad andarci.
Anche il calcio adotta il ritornello borrelliano: Resistere, resistere, resistere?
Gli sviluppi dello scandalo del calcio italiano di queste ultime ore sembrerebbero illuminarci sul ventre molle della passione pallonara, immersa e più che mai compromessa come altri settori della vita italiana nella patologia tutta italiana che sussume il nostro rapporto con la legalità. Tanto che sarebbe anche legittimo maturare il sospetto che la vera passione sia sempre stata fottere piuttosto che giocare.
Se qualcuno crede davvero che ci fosse una cupola con a capo il cattivone Moggi a guidare il calcio alla presenza passiva di famiglie e poteri della forza di Agnelli e Berlusconi (Juve e e Milan sono state le due uniche società tra le grandi a cascare dalle nuvole davanti allo scandalo) che lasciavano fare perché non ne ne sapevano nulla, allora significa che il vituperato Moggi è il male minore e noi dei minus habens.
Ora Borrelli troverà gli illeciti sportivi. Poi ad ognuno di noi spetterà riflettere sulle responsabilità dei cointestatari del potere di Moggi, su come veniva gestito il quarto settore nazionale per importanza economica, cioé il calcio, e rendersi conto della qualità della sua gestione e anche dell’assurdità della sua importanza.

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Martedì, 23 Maggio 2006

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Blog al governo

Archiviato in: Blog & similars — francesco @ 13:27

Se non è raccomandabile certo è abbastanza superbo scrivere per anni su un coso come un blog convinti di avere qualcosa da dire. E alla fine è ovvio che ti chiedano di prenderti le tue belle responsabilità e magari di entrare a far parte della squadra di un governo che non c’è.

Per la cronaca: mio padre faceva il poliziotto, io oggi faccio il Ministro degli interni.
Sono soddisfazioni.

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Lunedì, 22 Maggio 2006

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Cose nuove dal mondo

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 11:29

La Bindi può essere favorevole alle unioni civili anche perchè non ha una famiglia. E potrà svolgere bene il suo compito come Ministro per la famiglia proprio perché non ne ha mai avuto una. Non avendo mai sentito il peso estenuante della vicinanza di un individuo con le sue richieste martellanti anche nel silenzio quasi tombale delle mura domestiche, né avendo mai maturato il senso di colpa per aver deciso di accoppiarsi con uno sconosciuto che scopre dopo alcuni anni essere desideroso della nipotina o della figlioletta, non avendo mai dovuto riflettere con cognizione di causa sulla sua supposta indispensabilità teologale - e per altre ragioni non meno serie - il ministro potrà finalmente occuparsi di cose semplici ma utili, facendo tesoro della sua esperienza di libertà e di solitudine senza paura, priva del dubbio di far eccessivamente felice qualche deficiente dello stesso stampo di suo marito o della sua petulante amante.
La Bindi favorevole alle unioni civili è davvero un colpo basso per i cattolicisti della Cdl. La Rosy però può stare tranquilla. Le scomuniche sono ormai tramontate e relegate a strumento del passato remoto.
Il tandem Curia-Cdl pare parzialmente azzoppato dopo che di là del Tevere in settimana si è fatto capire che di questioni inerenti la sessualità “deviata” e sue conseguenze pratiche ci si può seriamente occupare in camera caritatis, tanto che se il papa ha potuto punire con qualche padre nostro e una minestrina in brodo la sera e a tempo da determinare uno stupratore maiale pedofilo, benché legionario e di Cristo (belìn), per la Bindi al massimo si potranno prospettare punizioni corporali con cene a base di pasta e anche ceci, ma questi ultimi usati solo come materiale per riempire uno speciale cuscino penitenziale su cui prostrarsi sempre fino a che non suoni il gong.
La Bindi poi potrà continuare a dormire sonni tranquilli. Da sola.

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Domenica, 21 Maggio 2006

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Italia ai mondiali. Siamo già fuori?

Archiviato in: Metodo — francesco @ 0:00

Diciamo la verità. Non è che ci voglia un genio o un indovino per pensare alla nostra partecipazione ai Mondiali 2006 come a un passaggio sotto le forche caudine.
Ve l’immaginate Lippi che protesta con l’arbitro per un fallo, magari dubbio, commesso da Cannavaro? E poi più dei fischi, degli striscioni e degli sfottò, varranno gli sguardi, anche impostori, dei giocatori delle squadre avversarie, i commenti acidi di qualche cronista straniero ripresi dalla nostra stampa e catapultati nello spogliatoio e altre cosette antipatiche che si sommeranno agli echi delle sentenze sportive che giungeranno dall’Italia.

Però Beckembauer la sua dichiarazione se la poteva evitare: “L’Italia - ha sentenziato il Kaiser a Dribbling - pagherà in campo, ai Mondiali, il risvolto psicologico dello scandalo che l’ha coinvolta”. “Sono certo - ha aggiunto Beckenbauer - che il caos che è scoppiato danneggerà la squadra azzurra durante il prossimo mondiale. Avranno la testa altrove, è uno scandalo troppo grosso che condizionerà sicuramente i giocatori italiani. Non si può far finta di nulla e cancellare mentalmente una cosa del genere… è la cosa più grave che si sia mai vista nel calcio mondiale”. Insomma, detto dal padrone di casa della Coppa del Mondo, non è esattamente un “in bocca al lupo”.
In realtà, sembra un’avvertimento minaccioso appena velato.
Se si pensa che la nazionale di calcio italiana non debba giocare, lo si dica subito. E lo si motivi, senza sentenziare a sproposito, nascondendosi dietro analisi psicologiche da giardinaggio. Non si ripaghi il nostro immoralismo eretto a sistema con la moneta di un immoralismo di pari fattura: la sentenza “politica” comminata fin nei preliminari, ancora da arbitri, ma accaniti contro di noi, dopo essersi costruiti l’alibi della presunta “debolezza psicologica” degli azzurri.
Un’eliminazione sospetta costituirebbe un atteggiamento stupidamente punitivo, prefabbricato ingiustamente e soprattutto un pretestuoso incentivo al fronte dell’omertà, dei finti tonti e degli insabbiatori di professione nostrani che non aspettano altro che rialzare la testa e compiangere l’ingiustizia della “piazza” o del “processo mediatico”, subìto dagli intrepidi “eroi” di questo pezzo di capitalismo pezzente italiano.

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