C’è un articolo polemico e intelligente di Eugenio Scalfari sull’ultimo “matineé” della Confindustria, che si intitola con una domanda, fa un pezzo di strada condivisibile e resta volutamente senza risposta. (Qui trovate la relazione del presidente Luca Cordero di Montezemolo). Forse perché si spera che qualcuno da Via dell’Astronomia prenda carta e penna e risponda nel merito anche solo per il piacere della cortesia. Forse perché Scalfari, autore con Giuseppe Turani, più di un trentennio fa, di un testo che dovrebbe essere studiato nelle scuole, Razza padrona, sa che cosa vuole e riconosce a naso umori e ragioni profonde di quelli.
Che cosa vuole la borghesia italiana? è in realtà la solita domanda che ci poniamo da un secolo e mezzo a questa parte, non senza aver dovuto spesso prendere atto della sua spregiudicatezza e anche inaffidabilità. Non voglio ricordare né la simbiosi con il fascismo, che è roba di altri tempi. Almeno per noi, che siamo di sinistra. Voglio solo ricordare che il programma della Confindustria era “lo stesso” del governo di centro destra ai tempi della guida di D’Amato che risale a soli due anni fa. Eppure nessuno sembra avere avuto nulla da dire in merito fino ad oggi.
Badate che la relazione del presidente, al di là delle soliute richieste, in materia di fisco e di “autoattribuzione” di una proposta politica di riduzione del carico contributivo promossa da Prodi, è solo lacunosa e in qualche caso anche condivisibile: quando parla di burocrazia contro le imprese e di costi troppo elevati per l’energia, per cadere puerilmente sulla politica. Sul referendum per la devolution si spendono anche parole corrette nel metodo, ma si ipotizzano scenari impensabili alla luce delle dichiarazioni del centro destra che non vuole discutere un bel niente in nessun caso e si aspetta invece di dare la spallata al governo, organizzando manifestazioni dal sapore eversivo allo scopo di costringere il presidente della repubblica a fare quello che desidera, in caso di affermazione alle urne.
Uno scenario che sembra costruito apposta per non dire da che parte si sta, dopo aver deprecato le riforme costituzionali fatte a colpi di maggioranza non è un segnale di maturità e neanche di senso istituzionale, a fronte della deprecabile “idea che la politica - nel senso della gente che vive di politica a tutti i livelli - sia ormai di gran lunga la prima azienda del Paese.” O del fatto puro e semplice che non è moderno “ avere una ventina di gruppi parlamentari quando negli altri paesi europei si possono contare sulle dita di una mano”. Tutto vero e se c’è da fare un appunto a questo governo è proprio quello di essere caduto, a tutti i livelli, nella trappola delle tentazioni proporzionalistiche innescate dalla riforma calderoliana. E di non continuare a difendere con forza sia l’elezione di Napolitano che il metodo per il suo conseguimento. Metodo “imposto” dalla campagna del centro destra che dalla bufala sui “brogli” fino all’anticomunismo di facciata, aveva come unico scopo la delegittimazione del centro sinistra.
In realtà quello che più ha colpito gli osservatori sono stati gli applausi non equamente distribuiti ai partecipanti. La standing ovation per Gianni Letta suggerisce a Scalfari la “nostalgia” degli industriali per il cavaliere. Eppure, dice Scalfari, la questione settentrionale non è nata il 10 aprile e non è stata risolta in cinque anni di governo.
Anzi (riporto testualmente):
1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po’ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d’un governo munito d’una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell’Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell’Anas.
2. Nel 2001 l’avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.
3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007. La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l’intera Eurolandia.
4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.
5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.
E infine “le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell’immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla. Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l’antiparlamentarismo e l’antipolitica, ma poi, d’un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema.”
Elezioni subito significa altri sei mesi senza governo, Camere latitanti, Italia con un rating sul debito ai minimi termini. Alla borghesia non interessa nulla? No.
Perché in questi anni c’è chi ha guadagnato speculando sull’euro, senza controllo dei prezzi e chiede che si continui così. Si è approfittato della gigantesca redistribuzione dei redditi grazie alla modifica della aliquote irpef, non sentendosi per questo impegnati né a investire, né a cambiare i propri comportamenti in fatto di evasione e elusione fiscale. Mentre gli imprenditori chiedono una scuola che aiuti e “insegni a intraprendere” (secondo quanto la Moratti si apprestava maldestramente a fare) dimenticano che la scuola anzitutto deve insegnare a essere dei cittadini; che se, come dice Montezemolo, “gli italiani ce l’hanno fatta ora ce la deve fare l’Italia”, allora conviene continuare a farcela con una “politica” o amica oppure debole e ricattabile che non può permettersi di imporre dei comportamenti “virtuosi” anche se “costosi”. Allora si può anche sorvolare sul carattere “ereditario” del capitalismo italiano e chiedere meritocrazia nella pubblica amministrazione e insieme dimenticare le balle sparse a piene mani sulla meraviglia della “globalizzazione” che vent’anni fa catechizzava folle di imprenditori sul lavoro sempre più facile, sulla ricchezza affluente, sulle mirabili sorti del capitalismo senza lacci, persino sulla fame nel mondo pronta a scomparire.
Dalla confindustria vorrei sapere quanto è costato e costa al paese tutto questo.