Vorrei proprio sapere, come lo vorrebbero sapere sia Pietro Ingrao che Gian Antonio Stella, chi sono quei semi-criminali che ieri hanno dato fuoco alla bandiera israeliana durante il corteo del 25 aprile di Milano. Avranno un nome immagino e anche una faccia, ma non credo che ne verremo mai a conoscenza (vedi l’update in fondo al post). Meglio prendersela con un pezzo della politica italiana: è assai più comodo, cercando responsabilità “oggettive”, ecc. ecc.
Oggi, al proposito, il Corriere pubblica un editoriale di Della Loggia che attacca i vertici del centro sinistra per “coinvolgimento oggettivo” - diciamo così - nella gazzarra subita dal candidato sindaco di Milano, Letizia Moratti durante la partecipazione al corteo.
Anche Ingrao nell’intervista citata, se la prende con i “falsi pacifisti” che l’hanno fischiata e insultata, accomunandoli nel giudizio severo con quelli che hanno bruciato le bandiere israeliane. Impossibile non essere d’accordo con loro.
Intanto, proprio ieri, nel post dedicato al 25 aprile, non ci sono andato molto per il sottile e ho manifestato, nel mio piccolo, una pesante insofferenza nei confronti di questa destra. Dunque, secondo Della Loggia, potrei essere considerato “oggettivamente” un bruciatore di bandiere e uno zufolatore anti-morattiano, o quanto meno un istigatore.
A dire il vero (anche se non riesco a trovare più il link su Repubblica e Corriere), le cronache riportano che ieri sono stati fischiati e contestati dai centri sociali anche Epifani e Pezzotta: “servi dei padroni e venduti“. Dario Fo, e non solo Ferrante, ha manifestato riprovazione nei riguardi degli insulti piovuti sulla Moratti. Ma non deve essere qualificante per fare un discorso serio, commentare citando anche questi episodi, se come al solito, da qualche anno a questa parte, il corteo del 25 aprile, diventa un campo di battaglia mediatico, sul quale fare le pulci alla nostrana temibilissima sinistra, indebolire il valore dell’evento e dimostrare ancora una volta che il senso di questa data non è proprio così condiviso.
Fermo restando che a un corteo partecipano tutti quelli che vogliono partecipare e che si deve sempre consentire a un ex deportato a Dachau di partecipare al corteo del 25 aprile e farsi accompagnare dalla propria figlia, qualunque cosa ella faccia nella vita - una delle cose più barbare e devastanti è proprio il giochino dei resoconti finali, dei commenti sulla “correttezza” e sulla “bontà” dell’evento, che equivale a una riscrittura del fatto, come se il fatto in sé non fosse mai accaduto.
Forse non è chiaro che gli episodi in questione, tutti riprovevoli, sono da inserire in un contesto che poco ha a che a fare con la “vera e propria demonizzazione ad opera dei settori più beceri e massimalisti della sinistra italiana che da decenni, ahimé, si annidano per l’appunto nelle scuole e negli atenei della Repubblica”, come scrive Della Loggia, riferendosi alla fuga della Moratti. Ieri non c’erano centomila persone che fischiavano la Moratti, sobillati dai massimalisti (ma un altro termine Della Loggia non riesce proprio a usarlo?). E nemmeno si può giustificare l’assenza dei politici di centro destra dalle manifestazioni per il 25 aprile perché, prosegue Della Loggia: “se questa è la fine che li aspetta”, perché mai quelli dovrebbero “superare l’esame di autolesionismo?”.
Eh no. Non è proprio così. Intanto facciamo i conti con la realtà e la sua letteratura revisionista. Provate a chiedere in giro e nel suo stesso elettorato, quanti credono veramente che An sia un partito post-fascista, che abbia rotto i legami col passato, sostituendoli con qualcos’altro.
Quanti si sono accorti del passaggio? Nei fatti è maturato dove e come? Simbolicamente e politiicamente non basta una kippa in testa e un po’ di scuse a Israele con sessant’anni di ritardo (e una minaccia di scissione del prode Storace nel giro di sei ore), se poi si propone la pensione ai repubblichini di Salò equiparandoli ai partigiani.
Quanti pensano che lo sdoganamento berlusconian-cossighiano dell’MSI sia frutto di un’operazione di verità, per quanto politica, e non invece il solito opportunismo delle nostre classi dirigenti, un colpo di coda del sovversivismo che piace tanto al nuovo che avanza, che ora ci propone Andreotti al Senato, per ricoprire, secondo quanto lui stesso dice, senza smentite, un ruolo politico e non istituzionale?
Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con gli insulti alla Moratti, Epifani e Pezzotta e le bandiere israeliane che bruciano. Allora forse c’entra qualcosa che la destra post-fascista e quella democratica vada in silenzio - quasi in penitenza - il 25 aprile a portare corone di fiori nei cimiteri dove sono sepolti sodati americani per ricordare che loro omaggiano i caduti veri e non quelli “finti” della resistenza, sottolinerei, italiana. Eppure la stragrande maggioranza degli italiani, in corteo o meno che vadano, tace e prosegue per la sua strada.
Il peggio però Della Loggia, lo scrive alla fine del suo pezzo, quando ricatta il futuro partito democratico e addirittura indica la strada da seguire: separarsi dall’antifascismo “militante”, quello che fischia e brucia le bandiere israeliane, per intendersi, per raccogliere maggiori consensi. Non sapevo che i centri sociali costituissero una delle anime del futuro partito democratico e sinceramente non mi riesce di capire che cosa altro debbano dire i leaders di centro sinistra per risultare estranei a certe manifestazioni di intolleranza e di odio. Infine, non è proprio un metodo raccomandabile quello di chi si “separa” da chi non è mai stato unito.
Della Loggia lo sa: quella che vive il nostro Paese è una fase delicata, segnata da una certa provvisorietà. E’ partito da una dozzina di anni un processo “rivoluzionario” che si basava sul nulla, cioé su una serie di illusioni post industriali, senza una base intellettualmente forte, senza un progetto che non fosse un certo velleitarismo che coniugava buoni propositi anti burocratici con cattivi revisionismi. Fatto centro su Silvio Berlusconi, l’uomo nuovo, in cinque anni di governo, nel turbine di decine e decine di riforme che da sole avrebbero dovuto consentirgli di bissare il mandato senza neppure l’ausilio di una campagna elettorale, quel progetto ha perso, seppur di poco, dando fondo a non si sa neppure quante risorse economiche, muovendo tutte le pedine e gli strumenti di ricatto mediatico a disposizione, imbastendo una campagna di odio senza pari.
Tutte le rivoluzioni cambiano i simboli che li precedono. Ci si è così spinti in là da voler cambiare il perno del nostro sistema simbolico: prima insultando la Resistenza italiana, riducendola a episodi marginali e contestabili, poi a colpi di maggioranza si è cercato di cambiarne il suo risultato politico e culturale: la Costituzione.
Nonostante questo, se mai vi fosse un nesso tra quello che descrivo e quanto è accaduto bisognerebbe dedurre che solo pochi e sconosciuti imbecilli abbiano fatto ricorso a forme di becera contestazione, quella sì, autolesionistica. Non bisognerà, invece, cercare altrove le ragioni di tanta idiozia?
Ancora. Succede che i simboli di ieri, se le “rivoluzioni” languono, tornino in auge, forti in un modo che pare inversamente proporzionale a certe maniere, senz’altro spregevoli e contradditorie. Succede poi che le “rivoluzioni”, nel loro spegnersi invece di cambiare il corso della storia, meschinamente tentino di cambiare un corso universitario di Storia. E questo alla fine risulta imperdonabile, senz’altro assai più degno di rimprovero della presunta mollezza del centro sinistra verso fischiatori e affini.
Sono pronto a chiedere scusa a tutti quelli che in vario modo interessati, possano pensare a un mio “coinvolgimento oggettivo” per quanto accaduto ad opera di un centinaio di imbecilli. Ben sapendo che nessun altro farà altrettanto per i suoi coinvolgimenti che paiono assai più oggettivi dei miei. Nei confronti dei quali io e moltissimi altri ci siamo limitati a scrivere della nostra insofferenza e indignazione.
Non sembri una ripicca o un’impostura. Scriverei oggi quello che ho scritto ieri.
[Update: sono sempre il solito diffidente. Si sa chi ha dato fuoco alle bandiere israeliane. Si tratta, dice il Corriere, di un "Coordinamento di Lotta per la Palestina" formato da extra comunitari marocchini e palestinesi. Che, senza far ricorso a troppo rigore, con il 25 aprile non c'entrano nulla. Il senso del post adesso è ancora più chiaro di quanto non lo fosse prima di avere questa notizia.
Naturalmente ora mi aspetto che la destra dica che questo prova le commistioni politiche tra la famiglia di Bin Laden e la famiglia di Prodi]