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Sabato, 29 Aprile 2006

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Se mi chiamate Franco, non mi offendo

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 2:12

Fossi Storace controllerei l’avviso di garanzia. Ci fosse scritto “Franco” anziché “Francesco”, sarebbe fatta: avrebbero “linciato” un altro.

Però, al termine di questa ennesima giornata di passione,  alcune cosette vanno dette.

Primo: ritornerei a votare domattina, come già detto nel primo post sul’esito del voto.
Non è una valutazione politica. Forse è solo una vocazione a stare all’opposizione, quasi una liberazione. Mi spiace, ma non ho il fisico di Schifani. Ma non credo che neppure lui e i suoi desiderino correre alle urne. Mica gli conviene.

Secondo: vorrei sapere come si fa a preparare in questo modo penoso un evento di questo peso. Il fatto che Prodi, dice la tv, sia stato seduto a  casa a seguire le elezioni per televisione, dimostra che i tempi del “semaforo” di Guzzanti (Corrado) non sono passati.

Terzo: fa invidia questo centro destra che in barba a qualunque coerenza, si blinda intorno alla figura di Andreotti e lo vota come fosse il salvatore. Noi non abbiamo più fede. E ne avremmo tanto bisogno.

Quarto: Scalfaro è anche un autorevole sostenitore del Comitati per la difesa della Costituzione. Con la sua performance molto “provvisoria” e non proprio lucida, è meglio che lo mettiamo in formalina e lo facciamo santo subito, purché non si faccia vivo fino al 27 giugno.

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Giovedì, 27 Aprile 2006

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Lasciare l’Iraq non è un disonore

Archiviato in: Metodo — francesco @ 23:41

Parola di Carabinieri. La nostra “missione di pace” è agli sgoccioli. Da quando il debole ma esistente processo democratico è stato avviato, la mia avversione a questa guerra non ha mutato di segno. Diverso, a quel punto, è stato il mio atteggiamento nei riguardi della missione in oggetto che ci vedeva coinvolti. In un primo momento ho pensato che da “un male ne potesse nascere un bene” e perciò si dovesse prendere in considerazione l’evento in sè come qualcosa di più di un buon auspicio, fino al punto di quasi convincermi che anche le truppe potessero restare al loro posto. Poi l’esplosione della guerra civile mi ha fatto cambiare idea.
Sta andando peggio del previsto. Muoiono militari italiani e anche la sorella del neo vice presidente iracheno. Lo stesso davanti al cui portone di casa qualche giorno fa veniva fatto recapitare l’ostaggio Jill Carroll. A voi sembra normale?
La verità è che non ci capiamo nulla. Mentre la minaccia incombe, non sappiamo chi spara e perché, perciò siamo all’oscuro del cui prodest. Questa strage dimostra che non possiamo affrontare un nemico invisibile nelle condizioni in cui siamo dopo ben tre anni di permanenza in suolo iracheno. Dovremmo ormai essere certi che, volendo, in un qualunque momento potrebbe saltare per aria tutto il contingente.
Dobbiamo mettere nel conto che, se questa eventualità non è ancora accaduta, possa essere solo per uno spregiudicato calcolo politico. Gioco in cui i paesi che inviano le forze militari non hanno un ruolo definito.
Siamo il “nemico” che fa da sponda a tutte le possibili “cause” del paese. Utili idioti su cui a turno, bande di cui non sappiamo nulla o quasi si esercitano per mandarsi messaggi di forza e di morte. In un area in cui i rapporti di clan e parentali, i legami religiosi hanno soppiantato quel poco Stato di diritto pre-esistente alla prima Guerra del Golfo una strada, una linea elettrica costruita e concordata con le “parti” di ieri potrebbe essere considerata uno sgarro o anche un attentato alla propria sicurezza dalla parte subentrante.
Non dobbiamo dimenticare che siamo una forza straniera in quel paese; esimendoci pure da considerazioni sul nostro effettivo ruolo di “occupanti” o “salvatori”. Non ha alcuna importanza ormai il nostro ruolo militare. Abbiamo, al proposito, anche dei limiti da rispettare. Dobbiamo semmai recuperare su quello politico, ma bisogna resettare la macchina.
Quel che è peggio è che si brancola nel buio. A tre giorni dagli attentati in Egitto, quelli in cui il potente Mukhabarat è stato preso per il naso l’ennesima volta, noi inseguiamo le rivendicazioni sul web, come se queste potessero rivelarci qualcosa di serio per affrontare il nemico che ci uccide e perché; gli egiziani, qualche ora dopo, dieci persone le hanno arrestate, segno che se non hanno potuto evitare le stragi, sanno almeno chi devono andare a prendere.
Se poi non troviamo nulla che ci aiuti per davvero, crediamo che “terrorismo” possa diventare da sostantivo, nome proprio e ci tappiamo gli occhi. Non funziona così, se “funziona” sempre così. Se ci ammazzano i carabinieri sempre con la stessa tattica, significa che quella tattica funziona. I nostri occhi e le nostre orecchie sul territorio non arrivano dove dovrebbero. C’è da credere che ci provochino per restare anziché per farci andare via. Ma anche questo è un ragionamento dentro una logica sbagliata.
Il punto di partenza è: che cosa facciamo là, che cosa costruiamo cosa, per chi e con chi. Individuati quegli elementi potremmo anche giudicare il senso e il valore di ogni sacrificio, anche il peggiore di tutti.
Anche se ammettessimo che gli autori della seconda strage di Nassirya sono le “cellule” di Al Zarqawy, il mistero sul nostro ruolo in quel paese non sarebbe meno fitto. Ammettendo pure che faccia differenza l’esistenza di un governo legittimo post-Saddam, mentre infuria la guerra civile, bisogna che ci diciamo le cose come stanno: è ancora molto diffciile andare in guerra per salvare i popoli e riuscirci.
Specie quando si fanno guerre completamente sbagliate sia per obiettivi politici che per strategie militari applicate sul campo, si costruiscono i presupposti per guerre infinite e i popoli soccombono. Semmai allora non si dovrebbe continuare, ma espiare.

Ragazzi, tutti a casa. La missione è fallita. Bisognerà riprogettarne un’altra. Perchè ormai il danno è fatto e non possiamo fare finta di nulla, neanche volendolo.
Se portiamo a casa le truppe, non è mica detto che, nel frattempo, risparmieremo altre vite, ma non faremmo pagare a degli italiani il prezzo di una lotta di potere che abbiamo parzialmente provocato.
E’ questo l’aspetto tragico e anche grottesco della vicenda. Noi non siamo stati neutrali. E non è vero che la realtà è illeggibile secondo i nostri parametri.
Nell’anno di grazia 2006 per salvare i popoli non abbiamo che le Ong, gli aiuti internazionali e gli ospedali di Emergency e di Medecins sans Frontieres. Se vogliamo decidere del futuro di quei popoli, cioè della politica, invece, abbiamo come sempre le guerre, gli aiuti militari per la sicurezza o i sostegni politico-militari e di intelligence ad una delle parti in lotta. Il mondo civile si è inventato le missioni di pace per mettere insieme elementi contraddittori; di fatto, si è messa a sostegno della politica estera statunitense che dagli inizi degli anni 80 ha inteso la “democratizzazione” dell’aera medio-orientale come la panacea che salva da tutti i mali. Ma la “democratizzazione” non è una politic, semmai una policy, e in politica si deve sapere individuare chi è mio alleato e chi no, che cosa sa fare, quanto conta, come si muove, che obiettivi ha, se lo posso controllare: senza concedersi troppi errori, più o meno come in guerra.
Noi non sappiamo ancora chi è il nostro amico: se qualcuno lo sa non me lo ha ancora detto e io non l’ho capito. Ho capito però che il cavallo si muove a L, la torre in linea retta orizzontale e verticale, l’alfiere in diagonale, il Re di una sola casella, ma in tutte le direzioni. E questo accade in tutte le scacchiere del mondo.

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Mercoledì, 26 Aprile 2006

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Bandiere

Archiviato in: Metodo — francesco @ 14:21

Vorrei proprio sapere, come lo vorrebbero sapere sia Pietro Ingrao che Gian Antonio Stella, chi sono quei semi-criminali che ieri hanno dato fuoco alla bandiera israeliana durante il corteo del 25 aprile di Milano. Avranno un nome immagino e anche una faccia, ma non credo che ne verremo mai a conoscenza (vedi l’update in fondo al post). Meglio prendersela con un pezzo della politica italiana: è assai più comodo, cercando responsabilità “oggettive”, ecc. ecc.
Oggi, al proposito, il Corriere pubblica un editoriale di Della Loggia che attacca i vertici del centro sinistra per “coinvolgimento oggettivo” - diciamo così - nella gazzarra subita dal candidato sindaco di Milano, Letizia Moratti durante la partecipazione al corteo.
Anche Ingrao nell’intervista citata, se la prende con i “falsi pacifisti” che l’hanno fischiata e insultata, accomunandoli nel giudizio severo con quelli che hanno bruciato le bandiere israeliane. Impossibile non essere d’accordo con loro.
Intanto, proprio ieri, nel post dedicato al 25 aprile, non ci sono andato molto per il sottile e ho manifestato, nel mio piccolo, una pesante insofferenza nei confronti di questa destra. Dunque, secondo Della Loggia, potrei essere considerato “oggettivamente” un bruciatore di bandiere e uno zufolatore anti-morattiano, o quanto meno un istigatore.

A dire il vero (anche se non riesco a trovare più il link su Repubblica e Corriere), le cronache riportano che ieri sono stati fischiati e contestati dai centri sociali anche Epifani e Pezzotta: “servi dei padroni e venduti“. Dario Fo, e non solo Ferrante, ha manifestato riprovazione nei riguardi degli insulti piovuti sulla Moratti. Ma non deve essere qualificante per fare un discorso serio, commentare citando anche questi episodi, se come al solito, da qualche anno a questa parte, il corteo del 25 aprile, diventa un campo di battaglia mediatico, sul quale fare le pulci alla nostrana temibilissima sinistra, indebolire il valore dell’evento e dimostrare ancora una volta che il senso di questa data non è proprio così condiviso.

Fermo restando che a un corteo partecipano tutti quelli che vogliono partecipare e che si deve sempre consentire a un ex deportato a Dachau di partecipare al corteo del 25 aprile e farsi accompagnare dalla propria figlia, qualunque cosa ella faccia nella vita - una delle cose più barbare e devastanti è proprio il giochino dei resoconti finali, dei commenti sulla “correttezza” e sulla “bontà” dell’evento, che equivale a una riscrittura del fatto, come se il fatto in sé non fosse mai accaduto.

Forse non è chiaro che gli episodi in questione, tutti riprovevoli, sono da inserire in un contesto che poco ha a che a fare con la “vera e propria demonizzazione ad opera dei settori più beceri e massimalisti della sinistra italiana che da decenni, ahimé, si annidano per l’appunto nelle scuole e negli atenei della Repubblica”, come scrive Della Loggia, riferendosi alla fuga della Moratti. Ieri non c’erano centomila persone che fischiavano la Moratti, sobillati dai massimalisti (ma un altro termine Della Loggia non riesce proprio a usarlo?). E nemmeno si può giustificare l’assenza dei politici di centro destra dalle manifestazioni per il 25 aprile perché, prosegue Della Loggia: “se questa è la fine che li aspetta”, perché mai quelli dovrebbero “superare l’esame di autolesionismo?”.

Eh no. Non è proprio così. Intanto facciamo i conti con la realtà e la sua letteratura revisionista. Provate a chiedere in giro e nel suo stesso elettorato, quanti credono veramente che An sia un partito post-fascista, che abbia rotto i legami col passato, sostituendoli con qualcos’altro.
Quanti si sono accorti del passaggio? Nei fatti è maturato dove e come? Simbolicamente e politiicamente non basta una kippa in testa e un po’ di scuse a Israele con sessant’anni di ritardo (e una minaccia di scissione del prode Storace nel giro di sei ore), se poi si propone la pensione ai repubblichini di Salò equiparandoli ai partigiani.
Quanti pensano che lo sdoganamento berlusconian-cossighiano dell’MSI sia frutto di un’operazione di verità, per quanto politica, e non invece il solito opportunismo delle nostre classi dirigenti, un colpo di coda del sovversivismo che piace tanto al nuovo che avanza, che ora ci propone Andreotti al Senato, per ricoprire, secondo quanto lui stesso dice, senza smentite, un ruolo politico e non istituzionale?

Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con gli insulti alla Moratti, Epifani e Pezzotta e le bandiere israeliane che bruciano. Allora forse c’entra qualcosa che la destra post-fascista e quella democratica vada in silenzio - quasi in penitenza - il 25 aprile a portare corone di fiori nei cimiteri dove sono sepolti sodati americani per ricordare che loro omaggiano i caduti veri e non quelli “finti” della resistenza, sottolinerei, italiana. Eppure la stragrande maggioranza degli italiani, in corteo o meno che vadano, tace e prosegue per la sua strada.

Il peggio però Della Loggia, lo scrive alla fine del suo pezzo, quando ricatta il futuro partito democratico e addirittura indica la strada da seguire: separarsi dall’antifascismo “militante”, quello che fischia e brucia le bandiere israeliane, per intendersi, per raccogliere maggiori consensi. Non sapevo che i centri sociali costituissero una delle anime del futuro partito democratico e sinceramente non mi riesce di capire che cosa altro debbano dire i leaders di centro sinistra per risultare estranei a certe manifestazioni di intolleranza e di odio. Infine, non è proprio un metodo raccomandabile quello di chi si “separa” da chi non è mai stato unito.

Della Loggia lo sa: quella che vive il nostro Paese è una fase delicata, segnata da una certa provvisorietà. E’ partito da una dozzina di anni un processo “rivoluzionario” che si basava sul nulla, cioé su una serie di illusioni post industriali, senza una base intellettualmente forte, senza un progetto che non fosse un certo velleitarismo che coniugava buoni propositi anti burocratici con cattivi revisionismi. Fatto centro su Silvio Berlusconi, l’uomo nuovo, in cinque anni di governo, nel turbine di decine e decine di riforme che da sole avrebbero dovuto consentirgli di bissare il mandato senza neppure l’ausilio di una campagna elettorale, quel progetto ha perso, seppur di poco, dando fondo a non si sa neppure quante risorse economiche, muovendo tutte le pedine e gli strumenti di ricatto mediatico a disposizione, imbastendo una campagna di odio senza pari.

Tutte le rivoluzioni cambiano i simboli che li precedono. Ci si è così spinti in là da voler cambiare il perno del nostro sistema simbolico: prima insultando la Resistenza italiana, riducendola a episodi marginali e contestabili, poi a colpi di maggioranza si è cercato di cambiarne il suo risultato politico e culturale: la Costituzione.
Nonostante questo, se mai vi fosse un nesso tra quello che descrivo e quanto è accaduto bisognerebbe dedurre che solo pochi e sconosciuti imbecilli abbiano fatto ricorso a forme di becera contestazione, quella sì, autolesionistica. Non bisognerà, invece, cercare altrove le ragioni di tanta idiozia?
Ancora. Succede che i simboli di ieri, se le “rivoluzioni” languono, tornino in auge, forti in un modo che pare inversamente proporzionale a certe maniere, senz’altro spregevoli e contradditorie. Succede poi che le “rivoluzioni”, nel loro spegnersi invece di cambiare il corso della storia, meschinamente tentino di cambiare un corso universitario di Storia. E questo alla fine risulta imperdonabile, senz’altro assai più degno di rimprovero della presunta mollezza del centro sinistra verso fischiatori e affini.

Sono pronto a chiedere scusa a tutti quelli che in vario modo interessati, possano pensare a un mio “coinvolgimento oggettivo” per quanto accaduto ad opera di un centinaio di imbecilli. Ben sapendo che nessun altro farà altrettanto per i suoi coinvolgimenti che paiono assai più oggettivi dei miei. Nei confronti dei quali io e moltissimi altri ci siamo limitati a scrivere della nostra insofferenza e indignazione.
Non sembri una ripicca o un’impostura. Scriverei oggi quello che ho scritto ieri.

[Update: sono sempre il solito diffidente. Si sa chi ha dato fuoco alle bandiere israeliane. Si tratta, dice il Corriere, di un "Coordinamento di Lotta per la Palestina" formato da extra comunitari marocchini e palestinesi. Che, senza far ricorso a troppo rigore, con il 25 aprile non c'entrano nulla. Il senso del post adesso è ancora più chiaro di quanto non lo fosse prima di avere questa notizia.
Naturalmente ora mi aspetto che la destra dica che questo prova le commistioni politiche tra la famiglia di Bin Laden e la famiglia di Prodi]

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Martedì, 25 Aprile 2006

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Buon 25 aprile

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 1:42

Il 25 aprile non può essere la festa di tutti. E’ la festa di chi si riconosce in valori non mutuabili a seconda delle convenienze. Non è un dramma e noi ci abbiamo fatto l’abitudine. E’ accaduto che questa abitudine si sia rafforzata proprio in questi ultimi cinque anni; anni in cui il centro-destra e il suo leader non hanno mai partecipato a una sola ricorrenza del 25 aprile. I primi a dirci che questa non è la festa di tutti sono stati, perciò, proprio loro, che non sanno di averci fatto un piacere.
Il nesso tra 25 aprile e Costituzione non lo ha stabilito Prodi, ma la storia; chi ha stabilito un nesso tra nuova costituzione e intento di cancellare l’antifascismo, invece, sono stati loro.
Che vadano dunque a cagare.
E ci lascino questa festa. La nostra festa.

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Lunedì, 24 Aprile 2006

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La forma perfetta del liberale

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 13:00

Noi qui siamo in perfetta forma. Dimagrimenti neanche a parlarne. Però neanche ci si schiera con gli urli da chiagnazzare o eventuali musi lunghi. Bertinotti ha detto una cosa che a me non convince, ma non ha detto niente di terribile, tanto meno di illiberale. La lettura del messaggio bertinottiano è almeno duplice: ha detto a Mediaset e soprattutto al suo gruppo dirigente che qualche giorno fa si diceva proccupato per le proprie sorti, di tacere e di stare coperti perchè il gioco delle parti è finito, le rendite di posizione pure. Un messaggio chiaro è giunto anche alle redazioni: se ne avete abbastanza di fare propaganda spudorata al vostro padrone, beh, sappiate che ne ho abbastanza anch’io.
Ma ha anche messo i piedi nel piatto di un ormai annoso problema nazionale. Partiamo da un esempio classico: nel 1906, cioè quasi cento anni fa, il presidente degli Usa, Theodore Roosevelt denunciò la Standard Oil , il colosso pterolifero di John Rockfeller, detentore di quasi il 90% del potere di mercato, di cospirazione contro il libero commercio americano e violazione dello Sherman Antitrust Act e nel 1909 la corte federale ne ordinò lo smembramento. Rockfeller si oppose strenuamente ma nel 1911 fu proprio l’azienda a presentare il piano di riassetto. Nella stessa identica situazione incorsero anni dopo la AT & T e la Bell e stessa sorte potrebbe capitare a Microsoft.
Il caso Standard Oil ha fatto scuola: i legami tra le aziende cambiarono ma non cambiò la loro politica industriale e così il nuovo assetto da cui nacquero 33 nuove compagnie tra cui la Exxon (Esso), la Mobil, la Chevron, la Amoco e la Comoco, permise al capitale di quelle aziende di crescere ancora.
In Italia la situazione del mercato televisivo è di duopolio, con il contrassegno del tutto particolare di un palese conflitto d’interessi incombente nella figura del capo di uno dei due poli, leader di partito e due volte presidente del consiglio, quindi responsabile diretto anche dell’altro polo.
Se smembrassimo Mediaset si potrebbero verificare due casi: si chiudono o si ridimensionano alcune delle reti, e/o un terzo soggetto le acquista. Il fatto è che l’altro polo è un soggetto pubblico anch’esso con tre reti, fotocopia per vari aspetti di quello privato. O si ipotizza in dimagrimento e una conseguente vendita di pezzi anche di questo, oppure il disegno complessivo risulta squilibrato. Ma ancora: dimagrire sembra voler indicare una direzione, un destino, che per esempio qiuello della Standard Oil sì è rivelato di segno opposto, suggerendo un passaggio quasi punitivo.
Le questioni sono tre, ed è importante partire con il piede giusto: prima dovrebbe essere (ri)fatta una legge sul conflitto di interessi che non può e non deve limitarsi alla figura di un ex presidente del consiglio, poi una legge davvero antitrust del settore televisivo e industriale e infine una legge sulle lobbies ben più approfondita di quella promossa dalla Regione Toscana (che intanto però ne ha una), nella quale, sulla falsa riga di quella britannica, vengano previste norme di comportamento per parlamentari e personale pubblico rigorose che preservino la separazione tra politica ed economia a qualunque livello.
Dimagrire in realtà giova agli obesi: e in Italia di obesa c’è solo la disinformazione. Chiudere Rete4 (per la quale comunque era già pronto il satellite, previsto dalle norme precedenti la Gasparri), non cambierebbe di molto il verso o il senso delle cose.
Serve molto più coraggio: un piano preciso, norme chiare e prescrizioni severe. A cominciare dalla politica. Che deve proibire a un parlamentare di farsi offrire una cena da un industriale per una cifra superiore ai 50 euro, di accettare regali a Natale superiori ai 400 euro e di mandare la propria figlia a lavorare in una multinazionale che ha appena stipulato un contratto con un Ministero del governo di cui è parte. Pena, il decadimento dalla carica elettiva. Bisogna, insomma, dare esempi chiari.
Anche la politica diventerebbe un lavoro durissimo e parecchi di quelli che girano per Montecitorio oggi, opterebbero di gran lunga per un lavoro alle Poste. E anche la soluzione dei conflitti di interesse verrebbe percepita e soprattutto attuata con meno angosce.

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Domenica, 23 Aprile 2006

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Andreotti: un lubrificante al Senato

Archiviato in: Metodo — francesco @ 13:02

La perfezionerei così: ad Andreotti al Senato, farei seguire Badoglio alla Difesa, Emanuele Filiberto di Savoia agli Esteri, Casini e Mastella ai turiboli.
Ma non siamo su Scherzi a parte: siamo (ri)entrati nel magico mondo del Grande Gioco della politica italiana. Immarcescibile nelle sue estenuanti contorsioni matematico-intellettuali, recupera la monade Andreotti con il suo stile di ineffabile neutralità: “Sarei felice di accettare la presidenza del Senato se me lo daranno. In questa situazione di muro contro muro dei due schieramenti, anche una goccia di olio (riferendosi alla sua figura) potrebbe servire a sbloccare la situazione.”. E ieri aveva detto: “Accetto solo se è per il dialogo. E’ scontato che io sono fuori dai due schieramenti, e infatti ho apprezzato la proposta di Letta e Casini perché non è una proposta di barricata. E agli amici del centrosinistra voglio ricordare che sono fuori dagli schieramenti ma non provengo dalla luna. Provengo dalla Democrazia Cristiana. Tutto qui”. Tutto qui? Avevo ragione nel dire, il giorno dopo le elezioni, che sentivo la voce della Dc uscire da sotto il pavimento. Il proporzionale è stato il rito vodoo con cui si va materializzando l’ipotesi. Un’ipotesi da macchinista con la peretta dell’olio in mano.
Prodi gli ha già risposto: “
Io lavoro per il governo”. Cioè, non ci penso neppure. Si vedrà.
Lasciamo stare le speculazioni sul futuro prossimo venturo. Mettiamo, invece alcune carte in tavola. In un paese serio, Andreotti non dovrebbe stare neppure comodamente seduto sullo scranno del Senato della Repubblica. Lo vorrebbe la decenza e anche una certa indisponilbilità del potere istituzionale. Ma lui ci rassicura: “Se vivo la candidatura come una rivincita dopo il lungo calvario giudiziario? No, non la vivo come una rivincita ma è sicuramente una grande soddisfazione”.
Ha ragione, anch’io sarei soddisfatto, se nessuno mai, o pochi, hanno ricordato in passato e tanto meno ricordano ora, che se l’appello del processo a suo carico si fosse concluso cinque mesi prima del 20 dicembre 2002, il presidente del Senato in pectore della Cdl, sarebbe stato condannato in base all’articolo 416, cioé all’associazione “semplice”, visto che quella aggravata di stampo mafioso (416 bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre, per i fatti di cui al capo “a”: che fanno riferimenti agli eventi accaduti prima del 1980, anni in cui Andreotti ebbe con certezza “rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra pre-corleonesi, con la mafia di Stefano Bontate e Tano Badalamenti”.
E’ l’efffetto dell’olio: lubrifica e scivoleggia.
Iniziare la legislatura con un presidente del Senato come Andreotti sarebbe il suggello della fine della Seconda Repubblica, del suo fallimento, o meglio della sua colossale inconsistenza politica. Il disinganno potrrebbe anche essere salutato felicemente, ma la via d’uscita dal fallimento sarebbe quella che passa dal verso sbagliato. Accadrebbe proprio al cospetto di una vittoria, seppur risicata, del centro sinistra. Con un presidente del Senato che, per l’occasione, si inventa un ruolo speciale, extra-istituzionale. 

L’esperienza del senatore nell’assolvere il ruolo non c’entra un fico. La peretta, Andretti la usa nella maniera canonica: prende la mira per infilarla nell’orifizio desiderato, che ne abbia o meno bisogno. C’entra invece il rigurgito di neo centrismo che potrebbe allettare Mastella, i cui parlamentari sembrerebbero coinvolti, insieme con quelli dell’Svp, proprio dall’ineffabile senatore, in un futuro gruppo autonomistico al Senato. C’entra l’inevitabile senso di rivalsa verso chi come me, ma assai più decisivo di me, a sinistra, magari su certi argomenti tace, ma sa. Più semplicemente per la Cdl è una zeppa nelle maglie dell’Unione. Ma per la coalizione di centro destra è anche il proprio definitivo biglietto da visita. Forse l’unico a non esserne proprio felice è Fini.

Vale la pena ricordare che Andreotti è senatore a vita, una carica antiquata e inconcepibile, così come quella di tutti gli altri che ricoprono lo stesso ruolo. In Inghilterra la Camera dei Lord è praticamente composta solo di figure simili che ormai discettano solo di caccia alla volpe. A un re o a un primo ministro inglese non verrebbe mai in mente di assegnare a uno di loro neppure uno spillo in concessione. Qui da noi, quasi quasi salvano la patria.

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Sabato, 22 Aprile 2006

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Calci nelle palle (presunti)

Archiviato in: Metodo — francesco @ 0:36

“In mattinata, riferiscono fonti uliviste, ci sarebbe stata anche una telefonata tra D’Alema e Bertinotti. Poi il colloquio tra il segretario del Prc e il leader dell’Unione e infine la decisione di D’Alema di tirarsi fuori dalla mischia. Fonti d’alemiane confermate da fonti prodiane, riferiscono che ‘la goccia che ha fatto traboccare il vaso’ sarebbe stata l’irremovibilita’ di Bertinotti unita all’ipotesi di un appoggio esterno del Prc al governo nel caso il segretario del partito non possa salire sullo scranno piu’ alto di Montecitorio”. (repubblica)

Mettiamo che questa notizia sia falsa. Perchè non ci si crede alla minaccia di appoggi esterni sulla testa degli elettori e da Rifondazione, poi. La classificherei, comunque, come una proposta di suicidio. Il modo è talmente settario da sembrare mastelliano.
Diciamo che invece non è falsa. E non lo è. A vicenda parzialmente risolta (e auspicata), diremmo che si tratta quanto meno di una serie ben assestati di calci nelle palle. Fanno male, ma non ammazzano (non necessariamente e non subito). Assestati a chi? Un po’ a tutti. A cominciare da noi elettori del centro sinistra che cominciamo ad avere sempre meno pazienza e rimpiangiamo sempre di più le ferree segreterie di una volta, visto che non sopportiamo il potere monarchico di un capo. Ma c’è dell’altro: sempre i Ds in mezzo a fare la parte dei famelici insieme con i “comunisti”, mentre pare “ovvio” che la fame se la possano tolgliere altri che alla maledetta tradizione della sinistra non fanno capo.
E’ questo il problema: e non è di pura e semplice comunicazione. E’ politico. Si guarda all’oggi, ai numeri conquistati sul campo e anche avanti: si fanno progetti per il futuro, pensando già alle prossime elezioni, o ai partiti che verranno.
Sia chiaro che qui si parla con la luce spenta. Si sa nulla di quello che frulla nell’organigramma prodiano. Però, un “comunista” presidente della Camera non è mica una parentesi di quelle di cui ciancia il Berlusca. E’ una mezza rivoluzione di questi tempi, che intanto leva visibilità e parzialmente annulla patenti di affidabilità ai futuri “democratici” (non più di sinistra) e rilegittima i “comunisti” agli occhi del mondo. Apparentemente, tanta roba buona per la propaganda berlusconiana, in realtà una trappola, purché si fosse cominciato col piede giusto, quello che porta a fare quadrato. Speriamo che si recuperi.
Non a caso i Ds parlano di “sacrificio” e mentre la Quercia si sta trasformando in un salice piangente, prima di scomparire, ho la vaga sensazione che si stia perdendo di vista un elemento cruciale. Si parla di “partito democratico”, ma nulla si sa di candidature per la leadership. Nessuno sembra interessato, come per le presidenze delle camere.
Non sarà certo un elemento secondario quello del leader e nemmeno indolore.
Dovremmo metterci le mutande di ferro o invece potremmo aspettarci, e in sufficiente anticipo, delle candidature serie su programmi seri?

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Venerdì, 21 Aprile 2006

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Fare presto e dare segnali di vita

Archiviato in: Metodo — francesco @ 0:12

In merito alla vicenda sulle nomine dei presidenti delle Camere mi sembra di veder sbucare dagli archivi Rai la caricatura di Guzzanti. Vi ricordate il Prodi semaforo? Spero che Prodi abbia capito che le decisioni si prendono in tempo reale. Va bene fare le cose per bene, però si conceda qualcosa anche a noi povere bestie di elettori. Vorrei rassicurare il professore: a noi che la Cdl riconosca il risultato importa il giusto. Anzi, sarebbe buona regola che a uno schiaffo si cominciasse a ripondere con uno schiaffo e mezzo.
E poi: ma Fassino doveva proprio scrivere una lettera a Prodi? Non bastava una telefonata? La sobrietà si riconosce a prima vista. Una lettera per dirgli poi che cosa? Che la presidenza della Camera a Bertinotti “potrebbe provocare divisioni nella coalizione”. Accidenti. E quando scriverà testamento, Fassino che farà? Subaffitterà l’Einaudi?
Come se non bastasse, siamo alle soglie della svolta epocale: in un paese europeo c’è un partito che si vergogna di chiamarsi socialdemocratico o richiamarsi nel nome anche solo lontamente a quella tradizione per concedere allo sconfitto vero di queste elezioni, la Margherita, l’ultimo regalo “moderato” e agevolare il trasloco di una fetta di elettorato socialista e progessista verso altri lidi, mentre Marini, D’Alema, Fassino e Rutelli non sentono il bisogno di fare un passo indietro, di dare un segnale di cambiamento, di lanciare questo benedetto partito in un modo che non sembri la solita operazione di vertice.
Ho l’impressione che non si sia capito bene l’esito delle elezioni. Rispetto alle regionali siamo andati indietro in termini percentuali: di cinque punti. Si sta parlando di un evento accaduto l’anno scorso.
I numeri in parlamento sono quelli che sono. E un comportamento apparentemente prudente non salva più di uno apparentemente avventato. Anzitutto, non ci si aspetti niente di buono dagli avversari. Poi, sfidiamo Berlusconi su quella che Sartori definisce la linea Maginot oltre la quale si entra nell’incucio, così come la rivoluzione berlusconiana ha sancito. Prima i nostri nomi, poi l’accordo, se lo vogliono: sia sul presidente della Repubblica, che per i presidenti delle Camere. La crisi della Seconda Repubblica è davanti a noi. Non è detto che sia un male approfittarne. Però sono necessarie dosi massicce di lungimiranza.
Berlusconi quell’accordo lo cerca come il Graal, perché il rischio di essere messo da parte, di non contare più niente, non se lo può permettere. E a giugno c’è un referendum, senza il quorum. Da vincere.

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Mercoledì, 19 Aprile 2006

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Rifondazione globale

Archiviato in: Metodo — francesco @ 14:10

Anche qui ci si è chiesti come alcuni giorni fa si è chiesto Crespi, l’ex sondaggista di Berlusconi, dove siano finiti i voti dei Ds. Quelli che prevedevano il partito di Fassino e D’Alema al 20 e passa per cento e che invece non sono arrivati, bloccando il partito al 17% al Senato.
Ribadisco che i dubbi sul lavoro del Viminale sono parecchi. Quasi passato sotto silenzio e archiviato come “errore materiale” di trascrizione quello dei verbali in cui venivano conteggiate come contestate oltre 40 mila schede alla Camera e oltre 30 mila al Senato, i media hanno preferito (e continuano) a dare voce a quanti parlano di brogli ormai solo immaginari che il centro destra avrebbe subito a causa di manovre del centro sinistra mai spiegate dai presunti frodati. Tutto questo avviene, manco a dirlo, ad onta di qualunque prova di buon senso e rispetto istituzionale, personale e politico.
Non ho alcun motivo per parlare di brogli: anche se ci fosse stata la tentazione di provocarne da parte della destra, non verremo mai a capo della questione. Qualche dubbio resta, ma dobbiamo fare attenzione. Appoggiarsi ai sospetti e alle manipolazioni è una trappola di metodo che rischia di impedirci di fare i conti con la realtà.
Lasciamo l’autoinganno all’affannoso centro destra. Costituirebbe il vero broglio, non solo seguire la strada indicata da Berlusconi ai suoi, perché è un terreno ormai ridotto a un acquitrino di invenzioni e ricorsi inutili, ma anche il sentirsi vittime di un complotto improbabile (anche se non impossibile), che non sposta di un centimetro l’insieme dei dati che emergono da queste incredibili elezioni.
Qualunque cosa accada da qui al 2011, il centro sinistra deve affrontare nel giro di un anno un poderoso sforzo di semplificazione politica. Se ci fossimo presentati con tre partiti, anziché nove, avremmo vinto senza incertezze le elezioni. Con o senza il maggioritario.
Da un lato il progetto Ds-Margherita, ai blocchi di partenza, dall’altro quello che sarebbe assai più interessante e serio, e che al momento non sembra coinvolgere l’arcipelago della cosiddetta sinistra radicale, si configurano come i due assi della politica dei prossimi mesi, a sinistra. Intanto, si tratta ormai di due aree politiche e culturali distinte però compatibili, frutto di contemporanee e non passatiste concezioni della politica, bisognose ora di una strutturazione seria. E poi, non credo possibile che, alla fase di realizzazione di una nuova casa dei primi, i vicini possano tergiversare e rispondere con l’inerzia.
Perciò sono quasi contento che Rifondazione Comunista, in queste ore, punti i piedi per avere la presidenza della Camera e che lo faccia come lo farebbe un qualunque altro partito coalizionale. Non sarà Bertinotti a portare a termine la fase che, partita dall’accettazione integrale della non violenza come metodo politico, è passata per un no reciso alla guerra - condizionando su questo tutta la coalizione di centro sinistra - ed è giunta, con qualche inevitabile scossone, alla firma del programma dell’Unione, collocando come mai prima Rifondazione ben oltre qualunque tradizione comunista. Che non è sinonimo né di estremista, né di radicale. Ma il processo è a mio modo di vedere inarrestabile.
Forse Nichi Vendola, o forse Giordano, vicinissimo a Bertinotti, ci diranno in un futuro non tanto lontano se si può essere modernamente radicali e forza politica non più comunista, ma che da quel sostanziale aggettivo così ricco di storia e di storie ha trovato il carattere giusto per approdare al governo del paese. Sarà più semplice così far cadere qualunque pregiudiziale di comodo nei confronti di un proprio metodo che di estremista non ha nulla senza perdere i propri connotati di area che guarda a quel segmento di società civile che vive la politica come impegno anche extra istituzionale e stralegittimo, non riducibile alla semplice rappresentanza. Nonostante l’apparente distanza ideologica, in questo animo movimentista di R.C. permane quell’aura sessantottina che ancora pervade i radicali e parte dell’elettorato della Rosa nel Pugno.
La mia ipotesi parrà isolata, ma non vedo come si possa dare slancio al centro sinistra e mettere ancora più in crisi il centro destra se non si passa a soluzioni che semplifichino il proprio quadro politico senza alchimie elettroralistiche o strumentali. Anche se ci vuole poco per disperderne il senso, la forza della politica oggi è più forte grazie anche all’esito incerto dei risultati del 9 e 10 aprile. Questo è il primo dato che colgo dopo una prima analisi del voto, che, nonostante da quello sia trascorsa ormai una settimana, pare uno scoglio ancora difficilmente aggirabile.

P.S: L’ultima di Bondi a Famiglia Cristiana: Prodi a Palazzo Chigi, Berlusconi al Quirinale, o viceversa (viceversa???). Ormai per la Cdl lo Stato è uno spezzatino da farci ingoiare a forza. Il mandato politico ottenuto alle elezioni si è trasformato: sono i “comunisti” a poter essere “mangiati”.

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Martedì, 18 Aprile 2006

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Il nome della sinistra (non alternativa)

Archiviato in: Metodo — francesco @ 0:14

Non so se avete fatto caso al nuovo “ufficio stampa” di Prodi: tal Ferran Taradellas, portavoce della Commissione europea il quale si è materializzato nella serata di ieri per rispondere, in luogo dell’interessato, ai presagi di sventura del Financial Times. Io non so che cosa significhi esattamente in termini di forza e prestigio, e neppure so se questo comportamento si ripeterà in futuro, però insomma, da un lato capisci che cosa significherà il governo Prodi per la comunicazione politica nei prossimi mesi, dall’altro ti accorgi che l’effetto è un po’ diverso da quello che solitamente procurano le uscite involontariamente comiche di Buonaiuti.

A Fassino, invece, che prova a fare un’analisi sulla campagna elettorale e anche qualche considerazione sul futuro, visto che non si sbilancia sul “nome” del prossimo partito - dato per imminente - raccomanderei di evitare per il nuovo quello di Partito Democratico e di rifiutare di prendere anche solo in esame quello di Ulivo. Qui si fa un moderato tifo per Unione riformista (anche se meglio di tutti sarebbe l’impossibile Partito socialista). E anche di non cominciare a discuterne, presentandolo o facendolo presentare, come “partito unico”. Lui, un Taradellas ancora non ce l’ha.

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