Dispacci al vento
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Venerdì, 31 Marzo 2006

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Bravo Prodi (bis)

Archiviato in: Blog & similars, Esercizi — francesco @ 2:07

Dopo la dichiarazione di delinquenza politica rivolta da Prodi a Tremonti mi sono cosparso il capo di cenere e poi ho pensato: Bravo Prodi. Era un mese o due che non riuscivo bene a capire se il centro sinistra avesse deciso di far fare tutta la campagna elettorale al centro destra oppure no. In mezzo a tante balle è stata detta una parola di verità, inequivocabile.

P.s: I telegiornali del cavaliere sono sempre più vomitevoli. Ho sentito che sul Foglio di oggi, Ferrara scriverà che Prodi a vittoria ottenuta, massacrerà Berlusconi. Trattasi di classiche mani avanti. Vorrei vedere accadesse il contrario. Questa campagna elettorale è già da regime e i regimi si abbattono.
[Qui si parla di Chiesa e democrazia]

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Giovedì, 30 Marzo 2006

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Partito popolo italiano

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 19:37

Partito popolo italiano. Stop. Imbarcato su zattera per Libia. Stop. Missione compiuta. Stop. Iniziare subito lavori per Casa della Libertà. Stop. Bagni a Brindisi. Stop. Cucine a Napoli. Stop. Camere da letto a Firenze. Stop. Fumaioli a Bolzano. Stop.
Firmato: Silvio Berlusconi.

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Mercoledì, 29 Marzo 2006

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Storace the end

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 23:07

Praticamente mancava che la magistratura indagasse anche la sua tata e il cane che gli gira per casa, pur di evitare di iscriverlo nel registro degli indagati per il caso di spionaggio politico ordito a danno dei suoi avversari Marrazzo e Mussolini, suoi casuali avversari, s’intende, casualmente spiati da tutto il suo staff più qualche ascaro di complemento.
Ma per Storace erano finite le scorte di aficionados da usare come scudi e gli è accaduto quello che gli doveva succedere. Storace grida allo scandalo come un Mario Chiesa qualunque e dopo i piagnucolii si riprende la verve da camerata che si vuole arguto e pure cazzuto. «Dietro c’è un esponente politico», dice l’ex ministro ed ex governatore del Lazio per mostrare una disinvoltura che non può avere dato il fastidio che deve provare.
Perché «dietro» il camerata ci sembra di vedere allungarsi un oggetto appuntito a forma di boomerang conficcato proprio nel suo grande culone nero. Di sicuro però è roba sua.
A questo punto le leggende sul contorsionismo di D’Annunzio hanno chiuso baracca.
Non ci sono più neanche i fascisti di una volta.

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Bollito

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 0:36

Se i bambini bolliti sono, com’era ovvio, la solita balla planetaria anti-comunista che offende un paese di un miliardo di persone, al premier basta dire che - per carità - “non si voleva offendere”, e che ci si rifaceva a “fatti accaduti nel passato” (ma quale?) per credere di poterla fare franca, mentre se qualcuno si azzardasse a dire che il vero bollito è lui, domani si aprirebbe un fronte per stigmatizzare l’ennesima campagna di insulti della sinistra.
Da ieri, comunque, Berlusconi è diventato, qualora non lo fosse mai stato prima, un leader di statura internazionale: c’è davvero mezzo mondo a fare il tifo per Prodi.

[Intanto, qui, scrivo di eutanasia]

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Martedì, 28 Marzo 2006

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Dati di fatto

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 1:48

Tempo di Notizia: Tg4, Fi 44,65 - Ds 3,07; Tg5, Fi 29,79 - Ds 4,49; Studio Aperto, Fi 53,23 - Ds 1,06; TgCom, Fi 49,66 - Ds 1,35. Totale del Tempo di Notizia: Fi 36,93% - Ds 3,69%.
Tempo di Parola: Tg4, Fi 78,27 - Ds 1,26; Tg5, Fi 35,85 - Ds 8,82; Studio Aperto, Fi 85,94 -Ds 0,55. Totale del Tempo di Parola: Fi 65,93% - Ds 3,56%.
Tempo di Antenna: Tg4, Fi 60,32% - Ds 2,23%; Tg5, Fi 31,22 - Ds 5,51; Studio Aperto, Fi 70,78 - Ds 0,78; TgCom, Fi 49,66 - Ds 1,35. Totale del Tempo di Antenna: Fi 47,25 - Ds 3,65. (fonte Isim ricerche per l’Autorità delle Comunicazioni, da L’Unità)

Questi dati sono impressionanti, ma mica imprevisti. Prodi dice: «Chi vota per me non è teledipendente». Sbaglia: è chi guarda la Tv che non ne può più. Stanotte ho seguito tutto lo special di Rai Educational su Raffaella Carrà. Mi sono sentito come a Lourdes e la signora Pelloni mi è apparsa come la Madonna.
Non vorrei che alla fine si dicesse che le tv contano poco. Non facciamo scherzi, eh? Rete 4 deve andare subito sul satellite, il conflitto di interessi va risolto, il sistema radio televisivo nazionale messo in ordine e la televisione pubblica sganciata dall’influenza del governo e dell’economia. Si può fare tutto in pochi mesi.

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Lunedì, 27 Marzo 2006

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Apologia anonima della spontaneità effervescente

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 13:21

Mentre in Italia vanno in scena gli inequivocabili equivoci della comunicazione politica che tutto richiamano fuorché i movimenti dell’ispirazione cerebrale, in Francia la “politique” suona la carica per ritornare ad essere d’abord. Con uno scatto improbabile, il felino esce dalla massa del turpiloquio contro i vecchi riti dei socialismi: lo sciopero generale, la protesta, la grande manifestazione, il terzo stato e si ripresenta con la sua faccia sporca e nota.
Tutto si spariglia laddove la “spontaneità” di un no o di un sì, fa incrociare come ad un semaforo che diventa verde, la complicata trama di esperienze individuali e collettive che neghittose si sono trovate, magari solo fino a ieri, su sponde più o meno istituzionali diverse, se non contrapposte. Ma non come se piovesse nel Sahara: non è questo il caso della Francia, di nuovo e ancora luogo di appuntamenti intensi e di snodo della storia, che in sequenza, in meno di due soli anni, è stata protagonista della bocciatura referendaria della Costituzione Europea, dell’esplosione sociale delle banlieues, mentre ora ci spiattella davanti l’impostura che vorrebbe un diritto sociale inferiore a un diritto civile. Non mi interessa sapere a che cosa assomiglia questo nuovo movimento politico, mi interessa cogliere solo quello che da noi sembra impensabile anche solo proporre: una politica che torni ad essere un bene comune.

Al di là di una certa ingenuità di fondo nel vedere “rivoluzioni” e premunire al carpe diem, questo manifesto trovato sul web in forma anonima e pubblicato da Ken Knabb su Multitudes, racconta della spontaneità in politica, l’unica che si può dare e che presto si spegne. Ma anche indica quella strana diversità capace di segnare per sempre. Ringrazio RK per la segnalazione. (La traduzione, me ne scuso, è la mia)

“Il conflitto è il risveglio collettivo. Può nascere grazie a una dozzina di persone residenti in un quartiere o impegnate a lavorare, come tra milioni di persone, fino a costituire una situazione veramente rivoluzionaria. L’importante non è il numero, ma le parole che corrono tra i coinvolti e la partecipazione che supera divisioni e limitazioni.
L’incidente all’origine del Free Speech Movement del 1964 ne è un esempio classico. Alcuni poliziotti stavano portando via un attivista per i diritti civili che avevano arrestato nel campus di Berkeley. Alcuni studenti, vedendo la scena, si sedettero davanti alla vettura della polizia. In pochi minuti centinaia di altre persone seguirono l’esempio circondando il mezzo e bloccandolo. Per 32 ore il tetto dell’auto della polizia fu trasformato in una tribuna. L’occupazione della Sorbona nel maggio del ‘68 creò una situazione ancora più radicale, attraendo a sé una gran parte della popolazione parigina non universitaria. Con l’occupazione di fabbriche da parte degli operai venne a crearsi una situazione veramente rivoluzionaria. In queste situazioni, le persone si aprono a nuove prospettive, rimettendo in questione le loro opinioni e cominciando a prendere animo dinnanzi alla truffa permanente.

Accade ogni giorno di vivere situazioni che portano a mettere in questione il senso della propria vita. Ma in una situazione di conflito quasi tutti lo fanno nello stesso momento. Quando la macchina si blocca ogni rotella inizia a pensare al proprio ruolo. I padroni sono ridicolizzati. Gli ordini non sono più rispettati. Le divisioni vengono meno. I problemi individuali diventano collettivi, al punto che questioni pubbliche che sembravano lontane e astratte diventano questioni pratiche e immediate. Il sistema diventa vecchio, viene analizzato, criticato, sbeffeggiato. La gente apprende più cose sulla società in una settimana che in anni passati a studiare “scienze sociali” all’Università o piuttosto che a farsi indottrinare da campagne progressiste di sensibilizzazione. Esperienze respinte per lungo tempo ritornano in auge. Tutto sembra possibile e molto di quello lo diventa per davvero. Non ci si capacita di quanto si è riusciti a sopportare fino ad oggi. Anche se l’obiettivo è incerto, si considera l’esperienza in sé, anche solo per quello che ha portato in serbo, come sufficentemente giusta da essere vissuta.

“Pourvu qu’ils nous laissent le temps…” diceva uno dei graffiti apparsi sui muri durante il maggio 1968, mentre altri due rispondevano: “En tout cas pas de remords !” et “Déjà 10 jours de bonheur.”
Come si ferma il lavoro, la nave frenetica è rimpiazzata da passeggiate senza scopo e senza fine, il consumo passivo diventa comunicazione attiva. Sconosciuti tra di loro parlano animatamente in strada. Il dibattito non si arresta mai, nuovi venuti rimpiazzano quelli che partono per andare a occuparsi di qualcos’altro, o anche solo a domire, benché l’eccitazione generale impedisca a chiunque di dormire serenamente. Mentre alcuni soccombono ai demagoghi, altri iniziano a fare le loro proposte o a prendere delle iniziative. Spettatori passivi vengono attirati nella furia delle cose e apprendono ciò che cambia con una rapidità sorprendente. Durante il maggio del ‘68 si ricorda il caso dell’occupazione del teatro Odeon da parte della folla. Il direttore amministrativo, sulle prime, si ritirò sul fondo della sala. Ma dopo quaqlche minuto di riflessione, fece qualche passo avanti e urlò:”Ora che l’avete preso, non rendetelo, guardatelo bene!! bruciatelo, piuttosto!!”.

Non vi è dubbio: non tutti possono essere guadagnati alla lotta. Alcuni si nascondono, in attesa del riflusso per riprendersi tutto insieme con le proprie posizioni e vendicarsi. Altri esitano, tormentati tra l’invidia e la paura del cambiamento. Una breccia di qualche giorno non sarà sufficiente per rompere il condizionamento gerarchico subìto per tutta una vita. L’interruzione della routine e delle abitudini può essere liberatrice, ma può anche disorientare. Tutto accade così velocemente che si può essere facili prede del panico. Anche se foste capaci di mantenere la calma - come potrebbe sembrare evidente solo dopo - non è facile sul momento cogliere gli aspetti essenziali della situazione e contemporaneamente fare le scelte giuste. Questo testo ha tra le sue principali ambizioni quella di indicare uno scenario proababile, in modo che chiunque sia in grado di riconoscere le occasioni che si presentano e approfittare finché si è in tempo.

Le situazioni di conflitto aperto sono quei momenti rari in cui il cambiamento qualitativo diventa veramente possbile. Ben lontano dal prefigurare una situazione di anormalità, da essa traspare la nostra reale condizione di individui per lo più quasi sempre respinti, rifiutati.
Alla luce di questa nuova situazione, la nostra vita “normale” assomiglia alle notti dei sonnambuli. Tuttavia, tra i numerosi libri che sono stati scritti sulle rivoluzioni sono pochi quelli che hanno davvero qualcosa da spiegarci quando si presentano momenti come questi. Quelli che trattano delle più radicali rivolte moderne si limitano solo a una decrizione molto superficiale. Le poche volte che si evocano esperienze simili non si trova nessun apporto per quel che riguarda il momento tattico. La maggior parte degli studi sulle rivoluzioni borghesi o burocratiche sono al proposito ancor meno pertinenti. In queste rivoluzioni, in cui le “masse” non hanno giocato che un ruolo secondario in appoggio alla direzione altrui, è possibile in una certa misura, analizzare la loro condotta come si usa fare per le masse fisiche, utilizzando le metafore familiari di flusso e riflusso della marea, di oscillazione del pendolo tra il momento “radicale” e quello della “reazione”.
Ma una rivoluzione anti gerarchica esige che gli individui cessino di essere e di presentarsi come una massa omogenea e manipolabile; che superino l’attitudine al servilismo e all’incoscienza che li rende oggetto di previsioni meccanicistiche (perciò certe).

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Domenica, 26 Marzo 2006

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Una scimmia in parlamento (the end)

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 11:25

Ho pensato di chiudere con questo post la rassegna semiseria di boiate “sensazionali”, colpi di smemoratezza e svarioni propagandistici di questo periodo pre - elettorale. Volevo giocare un po’ e pensavo di potermelo permettere, anche durante questa così dura campagna elettorale. Oggi però la situazione mi induce a rivedere le mie intenzioni iniziali e a considerare esaurite quelle ragioni.
A due settimane dal voto sento la nostalgia del silenzio delle Dolomiti. Vagheggio una bella spiaggia di Las Palmas: il viaggetto è per maggio e non posso anticiparlo.
Rimpiango di non avere il senso dell’umorismo di un personaggio kafkiano e nonostante oramai non ascolti più un solo telegiornale, la coazione a ripetere, mi riporta sulle pagine dei quotidiani on line per sorbirmi la stessa sbobba in forma condensata. Non sono spaventato dai toni, ma dai vuoti, riempiti dalla retorica studiata a tavolino, raffinata per geometrica potenza e impotente livore.
Dovrà passare del tempo (e lo spero proprio) per leggere affermazioni come quelle pronunciate da Tremonti contro Fassino: ”Fassino sta all’economia italiana come l’aviaria sta agli allevamenti. A guardarlo, Fassino sembra che soffra di aviaria, ma non lo abbattiamo perché è stato scoperto il vaccino che si chiama Forza Italia, sarà in distribuzione dal 9 aprile”. In questo concentrato di nulla e disprezzo verso il nemico, con l’aggravante della volontà di molestia nei confronti della lingua italiana, deve esserci qualcosa che mi sfugge se come tanti resto attonito e non mi inquieto neanche un po’. Uno che fa affermazioni simili deve aver appena digerito il cadavere di mamma e papà, dopo averli sgozzati.
Ma forse quello che davvero mi “sfugge” è solo Tremonti che si sta allontanando dalla mia vista per cinque e forse più anni. Non ho più paura di uno che dice cose simili dal posto in cui si trova. Dovrò capire nei prossimi dieci anni se questa mia “serenità” sarà un bene o un male, sia per me che per il mio paese.

Intanto mi sorbisco l’ultimo frutto avvelenato di questa stagione. Basta scorrere i nomi di coloro che sono stati scelti per comporre le liste elettorali per capire di che cosa sto parlando e provare a immaginare i criteri adoperati per la loro scelta.
Questa legge elettorale non ha dato maggiori poteri alle segreterie dei partiti, anche perché non tutti i partiti hanno delle vere segreterie. Forza Italia per esempio, il primo partito italiano (o il secondo se si considerano gli ultimi risultati elettorali) non ne ha. Questa legge ha solo sancito il potere ai soviet delle burocrazie effimere e dei capi “carismatici” che galleggiano sul paese come dei polipi inafferrabili dai primi anni ‘90, dopo Tangentopoli e la caduta del Muro di Berlino. Per essi il risultato elettorale è una conferma di vita o di morte e vivono un’insopportabile fibrillazione che riversano sul paese durante tutta la legislatura. In campagna elettorale si giunge al parossismo e meno si è certi di vincere più l’impotenza diventa cacca da spandere.
In questo paese non ci sono più i relées tra il paese reale e i suoi rappresentanti. La rappresentanza è diventata un “discorso” tra il capo e il cooptato e poi, con la tv (e gli altri media) nel mezzo, tra i due e l’elettorato, sempre più passivo, che dovrebbe dimostrare la sua libertà e il suo senso di responsabilità solo ed esclusivamente al momento del voto, dicendo sì o no.

Sono arrivato al punto da sentire nostalgia per i partiti, quelli vecchi di quindici anni fa. Anche se li preferirei come erano trenta anni fa. Ora che abbiamo sperimentato tutto e il contrario di tutto in materia, forse una riflessione sul’argomento dovrà ripartire. Perché non può essere sottacciuto che quest’anno alle elezioni si candideranno la moglie di Bassolino, la sora (bona) Ceccacci, in arte Fiorella Rubino, che passerebbe dal set di Tinto Brass alla Camera dei Deputati con Forza Italia, Franca Rame con Di Pietro, il principe Lillio Sforza Ruspoli e il redivivo Mino Damato con i fascisti di Alternativa Sociale, il contractor Salvatore Stefio con An, Giacomo Sanna, segretario del Partito Sardo d’Azione nella lista per il Senato con la Lega Nord in Lombardia (boh), Oriella Dorella per la Rosa nel Pugno, Rosa Calipari con i Ds, l’apartitica Rita Pavone al Senato nella lista ”Per l’Italia nel mondo con Tremaglia” (anche se per la circoscrizione estero).

Potrei andare avanti, ma mi fermo per carità di patria. L’effetto surreale che provoca la lettura di questi pochi nomi, associati alle forze che li dovrebbero eleggere, risparmia un altro tipo di disturbo, quello provocato dal rapido esame dell’elenco altrettanto interessante di inquisiti e impresentabili. La situazione è assai peggiore di quella che ho vissuto nella seconda metà degli anni ‘80, il punto più basso che le nostre istituzioni abbiano mai toccato fino ad oggi, gli anni in cui la Seconda Repubblica venne fecondata.
Insomma, c’è poco da ridere. Dirigere un paese sembra essere diventato uno sport per pochi. Attorno a quei pochi un mare di comparse buone a farci risparmiare su preparazione e selezione. Un risparmio di cui potremmo volentieri fare a meno.
Una scimmia in parlamento farebbe meno danni.

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Sabato, 25 Marzo 2006

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Il programma del centro sinistra. Terrorismo, difesa e solidarietà

Archiviato in: Metodo — francesco @ 12:33

“Occorre un forte e rinnovato impegno nella lotta al terrorismo internazionale, che minaccia l’insieme delle società del mondo contemporaneo. Il fenomeno terrorista è mosso oggi, in primoluogo, da un feroce fondamentalismo, che agita la bandiera religiosa per coprire un disegno politico perverso, che con i valori religiosi non ha nulla a che fare. E’ necessario un maggior coordinamento nelle indagini antiterrorismo.” Più avanti si sosterrà l’imprescindibile ruolo dell’Italia in Europa, “nonché alleato leale degli Usa”.
Inizia così la parte del programma dedicata al fenomeno terroristico internazionale. Marcata subito la differenza rispetto a chi pensa di dover contrapporre in via preliminare civiltà a civiltà per ragioni identitarie, il programma fa sua tutta la disciplina della lotta al terrorismo secondo i principi di collaborazione tra Stati e polizie nazionali, con l’attacco ai patrimoni e una politica di riscatto nei confronti di potenziali adepti, scartando tra quelle valide quella della guerra preventiva (senza mai citarla una volta).

La guerra in Iraq e l’occupazione del suo territorio sono considerati gravi errori. Due sono stati gli effetti del danno: “ha complicato il problema della sicurezza, indebolendo l’Onu e minando il principio di un governo multilaterale del mondo”, ha consentito “al terrorismo internazionale di trovare una nuova base in Iraq”. Il centro sinistra chiede l’ “internazionalizzazione della gestione della crisi irachena”, la presenza di un’autorità internazionale (l’Onu) che superi “la presenza militare attuale” e che affianchi il governo iracheno nell’opera di ricostruzione e nel “processo di transizione democratica”.

“Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, al governo dopo le elezioni legislative del dicembre 2005, le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite. Il rientro
andrà accompagnato da una forte iniziativa politica in modo da sostenere nel migliore dei modi la transizione democratica dell’Iraq, per contribuire ad indicare una via d’uscita che consenta all’Iraq di approdare ad una piena stabilità.”

Il centro sinistra chiede all’Europa maggiore attenzione per il Mediterraneo. “È necessario muoversi contemporaneamente ed in maniera coerente sui tre assi operativi, quello culturale, quello economico e quello politico così da spianare la strada ad una vera alleanza di civiltà.” Al proposito il centro sinistra intende sostenere “l’assemblea parlamentare Euro-Mediterranea, incoraggiandone l’assunzione di responsabilità rispetto alle problematiche della regione e l’avvio di iniziative concrete di cooperazione rafforzata che puntino a:
- fare del Mediterraneo un’area di pace e di democrazia;
- promuovere un nuovo sviluppo socialmente giusto ed ecologicamente compatibile;
- perseguire il disarmo e la denuclearizzazione;
- risolvere contenziosi storici con i Paesi del bacino, quale prerequisito per il recupero del ruolo della regione euro-mediterranea.

Per dar forza allo sviluppo economico dell’area si propone “la creazione di una Banca di Sviluppo euro-mediterranea nell’ambito del processo di revisione del FEMIP (Facility Euro Mediterranean for Investment and Partnership) previsto per la fine del 2006.”

Il governo di centro destra ha ridotto la cifra dell’APS (aiuti pubblico allo sviluppo) a meno dello 0,1% del Pil, nel quadro di una riduzione generale che riguarda tutti i paesi europei, ma che non arriva ai nostri miserrimi livelli. Tanta parte di questa riduzione deriva da ristrettezze di bilancio, ma anche da scelte di ridislocazione di fondi alla sicurezza interna e alla emergenza. Il centro sinistra non solo cercherà di rilanciare la cooperazione internazionale, ma si opporrà “alle scelte unilaterali, alla privatizzazione ed all’uso non sostenibile delle risorse e di beni comuni (dall’acqua alle fonti energetiche), così come alla cancellazione di diritti fondamentali (salute, istruzione, lavoro…) essenziali per l’umanità, alla tragica realtà dei conflitti, alle nuove forme di povertà.” La coperazione può e deve rinascere parlando con “i nuovi interlocutori sociali: l’associazionismo, il volontariato, gli enti locali (cooperazione decentrata), le tante forme di impegno che hanno fatto emergere da Seattle a Mumbay, fino a Porto Allegre e a Firenze, grandi movimenti di solidarietà e di critica alle politiche neo-liberiste.” Attraverso l’armonizzazione di risorse disponibili si potrà giungere allo 0,7% del Pil in Aps, ma si intende perseguire una nuova politica di controllo parlamentare sulle attività e proseguire lungo la strada della progressiva cancellazione del debito.

Esistono due problemi legati tra loro: quello della difesa europea e quello della difesa nazionale. “La costruzione di un sistema di difesa italiano non sarà un’impresa facile. Il cambiamento del quadro geopolitico intervenuto dall’inizio degli anni ’90 ha messo in discussione il principio di forza bilanciata. Dobbiamo dotarci quindi di uno strumento flessibile, integrato a livello europeo con le forze alleate, agendo su qualità, quantità e capacità.” Due sono le questioni fondamentali da tenere in conto: “la nuova rilevanza geo-strategica del sud del Mediterraneo e la necessità di una significativa ridislocazione di enti e reparti nel meridione italiano, nelle regioni dove si registra la quasi totalità del reclutamento dei volontari”. Bisognerà ridefinire “le servitù militari che gravano sui nostri territori, con particolare riferimento alle basi nucleari”. Si arriverà “alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari, coinvolgendo l’Amministrazione centrale della Difesa, le Forze Armate, le Regioni e gli Enti Locali, al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali.” Infine: le risorse umane. “La riforma della leva non comporta soltanto
maggiori oneri per stipendi e indennità, ma soprattutto l’obbligo di investire anche nella formazione, nell’addestramento, nella tutela della salute, nella previdenza, nella casa di abitazione e per gli alloggi di servizio. Per tutelare i diritti dovremo affrontare con decisione
una riforma della rappresentanza militare, riconoscendone il ruolo di parte sociale e quindi un reale potere di contrattazione. Non possiamo rinviare la riforma dei codici militari, in un orizzonte europeo e nell’alveo della tradizione democratica del nostro Paese. In sostanza: più responsabilità ma anche più democrazia.”

Il valore delle Istituzioni repubblicane

Pubblica Amministrazione e Giustizia

Lavoro

Nuovi diritti e sicurezza

Europa e dintorni

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Venerdì, 24 Marzo 2006

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Silvio e Nanni

Archiviato in: Metodo — francesco @ 13:01

Pochi lo hanno visto, ma tutti ne parlano. Perciò aspetterò di vederlo anch’io prima di parlarne. Intanto, ci sono le recensioni, le critiche degli addetti ai lavori e gli spunti intelligenti di chi associa finzione e realtà che consentono di dire qualcosa sorvolando sul film, di cui mi sembra corretto tacere pure il nome.

Così, mentre un ghost anfibio si aggira per le teste dei lettori, Nanni Moretti, nel ruolo di caimano della comunicazione, si assicura un mese di recensioni e pubblicità gratuita. Oggi Ferrara ringrazia, senza troppa ironia, il regista romano di avere infilato “nella bottiglia un messaggio malinconico, che per noi foglianti è da tempo un’allegra constatazione: vinca o perda le elezioni, Berlusconi ha cambiato l’Italia, è il re della nostra epoca e in trent’anni ci ha fatto sognare o vedere i sorci verdi, a seconda di come la vogliamo prendere”.

Come dargli torto, se nell’ottica degli “scontri mortali” e politici in senso stretto, il vero alter ego del cavaliere sulla scena italiana è stato ed è proprio il Moretti appartato, lunatico, moralista, ombroso, che non ha paura di dire ai suoi dirigenti politici che sono degli asini.

Così come l’altro propenso alla caciara, solare, immorale e divertito di sé, che si ribella linguisticamente e platealmente alla politica, Moretti non può fare a meno di stare dentro al gioco del gossip, della scelta comunicativa giusta e grazie ad essa crearsi un’immagine pubblica, costruire il successo o l’insuccesso di una propria creatura. Se è ovvio che i media di Berlusconi non hanno inventato la comunicazione mediatica in Italia, e a Moretti non si può rivolgere l’accusa di “esistere” come regista e di voler parlare e far vedere i suoi film, al cavaliere va riconosciuto un ruolo speciale nella storia dell’immaginario collettivo, dopo la fine del monopolio Rai.

Aggregando in una sola persona le grazie e i connotati dei poteri economico e politico, in Italia si è potuto dare il messaggio più “totalitario” possibile per il più “libero” dei mondi possibili. Era un sogno fatto a occhi aperti: un film scandito come una telenovela, in aperta concorrenza con chi i film li fa per puro mestiere. E’ questa essenza del berlusconismo che sta scemando irrimediabilmente, anche se non può dirsi defunta.

I due sono gli antipodi di un medesimo universo di valori: borghese e pedagogico. Il neo-realismo da salotto di Berlusconi sembra fatto apposta per cozzare ogni giorno contro il cogito destruens di Moretti, che vorrebbe essere allegro come un nichilista dada, ma non riesce a sollevarsi dalla coltre di rappresentazione autoironica. Tanto uno pare desiderare di dare dal nulla, tutto a tutti, allo scopo mai celato di riappropriarsi ogni giorno del destino incerto della sua “roba”, quanto l’altro si nasconde e adopera personaggi sempre in fuga, qualunque sia la trama dei suoi film, manifestando attraverso la sua assenza, più che nei suoi film, un antagonismo pieno di disprezzo e di imbarazzo. Ma fanno parte dello stesso sistema. Fino ad oggi Berlusconi ha vinto.

Chi e che cosa sostituirà il caimano, credo che non me lo saprà dire neanche Moretti. E questo è quello che un film, per l’appunto, non deve fare.

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Giovedì, 23 Marzo 2006

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24 marzo 1944, giornata di vero squadrismo

Archiviato in: Metodo — francesco @ 0:26

Fa un certo effetto sentire Fini che si rivolge a Bertinotti e lo accusa di “contiguità ad uno squadrismo praticato che c’e’ nel centrosinistra”. Nella mia storia di uomo di sinistra ho dovuto fare i conti con orrori ed errori così lontani da me che non riuscivo a raccapezzarmi, ma questo ha rafforzato il mio senso del pudore. Ci sono certe parole che non adopero se non con molta cautela: persino la parola “compagno”, così comune ormai, inoffensiva, la sento come un residuo con cui faccio fatica a rappresentarmi e a rappresentare una collettività di intenti.  Per insultare il mio nemico non direi mai titino, polpottista, o Berja. Me ne vergogno, pur potendo dire di non aver avuto la benché minima contiguità con quelle prassi.

A destra è diverso. Gli squadristi possono passare di mano, dalla “destra” alla “sinistra”. Tanto sono bravi che forse vale la pena che almeno io mi segni che domani è l’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Non credo che Fini avesse in mente questo “esempio di civiltà” quando esaltando la sua, pensava a Caruso e Bertinotti.

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