Mentre in Italia vanno in scena gli inequivocabili equivoci della comunicazione politica che tutto richiamano fuorché i movimenti dell’ispirazione cerebrale, in Francia la “politique” suona la carica per ritornare ad essere d’abord. Con uno scatto improbabile, il felino esce dalla massa del turpiloquio contro i vecchi riti dei socialismi: lo sciopero generale, la protesta, la grande manifestazione, il terzo stato e si ripresenta con la sua faccia sporca e nota.
Tutto si spariglia laddove la “spontaneità” di un no o di un sì, fa incrociare come ad un semaforo che diventa verde, la complicata trama di esperienze individuali e collettive che neghittose si sono trovate, magari solo fino a ieri, su sponde più o meno istituzionali diverse, se non contrapposte. Ma non come se piovesse nel Sahara: non è questo il caso della Francia, di nuovo e ancora luogo di appuntamenti intensi e di snodo della storia, che in sequenza, in meno di due soli anni, è stata protagonista della bocciatura referendaria della Costituzione Europea, dell’esplosione sociale delle banlieues, mentre ora ci spiattella davanti l’impostura che vorrebbe un diritto sociale inferiore a un diritto civile. Non mi interessa sapere a che cosa assomiglia questo nuovo movimento politico, mi interessa cogliere solo quello che da noi sembra impensabile anche solo proporre: una politica che torni ad essere un bene comune.
Al di là di una certa ingenuità di fondo nel vedere “rivoluzioni” e premunire al carpe diem, questo manifesto trovato sul web in forma anonima e pubblicato da Ken Knabb su Multitudes, racconta della spontaneità in politica, l’unica che si può dare e che presto si spegne. Ma anche indica quella strana diversità capace di segnare per sempre. Ringrazio RK per la segnalazione. (La traduzione, me ne scuso, è la mia)
“Il conflitto è il risveglio collettivo. Può nascere grazie a una dozzina di persone residenti in un quartiere o impegnate a lavorare, come tra milioni di persone, fino a costituire una situazione veramente rivoluzionaria. L’importante non è il numero, ma le parole che corrono tra i coinvolti e la partecipazione che supera divisioni e limitazioni.
L’incidente all’origine del Free Speech Movement del 1964 ne è un esempio classico. Alcuni poliziotti stavano portando via un attivista per i diritti civili che avevano arrestato nel campus di Berkeley. Alcuni studenti, vedendo la scena, si sedettero davanti alla vettura della polizia. In pochi minuti centinaia di altre persone seguirono l’esempio circondando il mezzo e bloccandolo. Per 32 ore il tetto dell’auto della polizia fu trasformato in una tribuna. L’occupazione della Sorbona nel maggio del ‘68 creò una situazione ancora più radicale, attraendo a sé una gran parte della popolazione parigina non universitaria. Con l’occupazione di fabbriche da parte degli operai venne a crearsi una situazione veramente rivoluzionaria. In queste situazioni, le persone si aprono a nuove prospettive, rimettendo in questione le loro opinioni e cominciando a prendere animo dinnanzi alla truffa permanente.
Accade ogni giorno di vivere situazioni che portano a mettere in questione il senso della propria vita. Ma in una situazione di conflito quasi tutti lo fanno nello stesso momento. Quando la macchina si blocca ogni rotella inizia a pensare al proprio ruolo. I padroni sono ridicolizzati. Gli ordini non sono più rispettati. Le divisioni vengono meno. I problemi individuali diventano collettivi, al punto che questioni pubbliche che sembravano lontane e astratte diventano questioni pratiche e immediate. Il sistema diventa vecchio, viene analizzato, criticato, sbeffeggiato. La gente apprende più cose sulla società in una settimana che in anni passati a studiare “scienze sociali” all’Università o piuttosto che a farsi indottrinare da campagne progressiste di sensibilizzazione. Esperienze respinte per lungo tempo ritornano in auge. Tutto sembra possibile e molto di quello lo diventa per davvero. Non ci si capacita di quanto si è riusciti a sopportare fino ad oggi. Anche se l’obiettivo è incerto, si considera l’esperienza in sé, anche solo per quello che ha portato in serbo, come sufficentemente giusta da essere vissuta.
“Pourvu qu’ils nous laissent le temps…” diceva uno dei graffiti apparsi sui muri durante il maggio 1968, mentre altri due rispondevano: “En tout cas pas de remords !” et “Déjà 10 jours de bonheur.”
Come si ferma il lavoro, la nave frenetica è rimpiazzata da passeggiate senza scopo e senza fine, il consumo passivo diventa comunicazione attiva. Sconosciuti tra di loro parlano animatamente in strada. Il dibattito non si arresta mai, nuovi venuti rimpiazzano quelli che partono per andare a occuparsi di qualcos’altro, o anche solo a domire, benché l’eccitazione generale impedisca a chiunque di dormire serenamente. Mentre alcuni soccombono ai demagoghi, altri iniziano a fare le loro proposte o a prendere delle iniziative. Spettatori passivi vengono attirati nella furia delle cose e apprendono ciò che cambia con una rapidità sorprendente. Durante il maggio del ‘68 si ricorda il caso dell’occupazione del teatro Odeon da parte della folla. Il direttore amministrativo, sulle prime, si ritirò sul fondo della sala. Ma dopo quaqlche minuto di riflessione, fece qualche passo avanti e urlò:”Ora che l’avete preso, non rendetelo, guardatelo bene!! bruciatelo, piuttosto!!”.
Non vi è dubbio: non tutti possono essere guadagnati alla lotta. Alcuni si nascondono, in attesa del riflusso per riprendersi tutto insieme con le proprie posizioni e vendicarsi. Altri esitano, tormentati tra l’invidia e la paura del cambiamento. Una breccia di qualche giorno non sarà sufficiente per rompere il condizionamento gerarchico subìto per tutta una vita. L’interruzione della routine e delle abitudini può essere liberatrice, ma può anche disorientare. Tutto accade così velocemente che si può essere facili prede del panico. Anche se foste capaci di mantenere la calma - come potrebbe sembrare evidente solo dopo - non è facile sul momento cogliere gli aspetti essenziali della situazione e contemporaneamente fare le scelte giuste. Questo testo ha tra le sue principali ambizioni quella di indicare uno scenario proababile, in modo che chiunque sia in grado di riconoscere le occasioni che si presentano e approfittare finché si è in tempo.
Le situazioni di conflitto aperto sono quei momenti rari in cui il cambiamento qualitativo diventa veramente possbile. Ben lontano dal prefigurare una situazione di anormalità, da essa traspare la nostra reale condizione di individui per lo più quasi sempre respinti, rifiutati.
Alla luce di questa nuova situazione, la nostra vita “normale” assomiglia alle notti dei sonnambuli. Tuttavia, tra i numerosi libri che sono stati scritti sulle rivoluzioni sono pochi quelli che hanno davvero qualcosa da spiegarci quando si presentano momenti come questi. Quelli che trattano delle più radicali rivolte moderne si limitano solo a una decrizione molto superficiale. Le poche volte che si evocano esperienze simili non si trova nessun apporto per quel che riguarda il momento tattico. La maggior parte degli studi sulle rivoluzioni borghesi o burocratiche sono al proposito ancor meno pertinenti. In queste rivoluzioni, in cui le “masse” non hanno giocato che un ruolo secondario in appoggio alla direzione altrui, è possibile in una certa misura, analizzare la loro condotta come si usa fare per le masse fisiche, utilizzando le metafore familiari di flusso e riflusso della marea, di oscillazione del pendolo tra il momento “radicale” e quello della “reazione”.
Ma una rivoluzione anti gerarchica esige che gli individui cessino di essere e di presentarsi come una massa omogenea e manipolabile; che superino l’attitudine al servilismo e all’incoscienza che li rende oggetto di previsioni meccanicistiche (perciò certe).