Villepin non è solo. Anche
Zapatero la pensa come lui. E solo qualche
mente fiacca di casa nostra può opporre al liberismo il protezionismo, quasi che questo ne fosse l’immediata cura, invece che una semplice ed emotiva reazione ideologica. E’ opportuno che gli scandali accadano. Perché con la vicenda delle due opa sulle aziende nazionali dell’energia francese e spagnola, il liberismo (o meglio la versione
pseudo e aggiornata, oggi ancora in voga) mostra di essere solo la più grande ipocrisia globalizzata, impossibile e costretta a fare i conti con una realtà che va da tutt’altra parte. Molto più i comportamenti di Villepin che non quelli più conseguenti di Zapatero (socialista), lo dimostrano chiaramente. Le uscite di
Maroni sui dazi per il tessile non sono solo incredibili per il loro plateale fare a pugni con i propositi di
Scajola, suo collega di coalizione: fanno rabbrividire per pochezza propositiva e demagogia. Non mi interessa ora rilevare la confusione mentale di questa coalizione di governo cialtronesca, solo ricordare che basterebbe leggersi
Ricardo per rendersi conto dell’idiozia della proposta e se non bastasse seguire il filo logico di questa osservazione: “Le merci che, colpite da pesanti oneri doganali, non sbarcherebbero più a Gioia Tauro o a Genova, arriverebbero dal Tarvisio o dal Sempione. Senza pagare dazio perché porterebbero un’etichetta europea o magari americana.” (
Luciano Gallino, Italia in frantumi). L’Europa non è morta ma se morisse, morirebbe della malattia di cui siamo stati allegramente malati in questo paese per almeno quindici anni.
Il fatto è che non si può guidare un governo in una società complessa e democratica ed essere liberisti insieme. Sempre che non si voglia essere disonesti intellettualmente e incapaci politicamente, come hanno dimostrato con chiarezza molte delle acrobazie a perdere del governo Berlusconi. E soprattutto fino a quando la realtà non faccia calare i veli dell’ipocrisia e della demagogia ormai assurta a livello di pensiero unico internazionale. Bisognerebbe porre la questione partendo da un’analisi che comprenda le economie mondiali per capire bene come il
liberismo, da Reagan ad oggi, è servito solo ed eclusivamente a una parte del pianeta e che questa non è tutta l’economia americana, né l’Europa, e neppure le sue economie nazionali, i livelli di benessere generali, le libertà individuali e la sicurezza globale. Ma non c’è spazio. Però c’è una letteratura al proposito che comincia a essere importante. Si può iniziare da
Alain Touraine.
Villepin e Zapatero difendono l’energia dei loro paesi, energia il cui approvigionamento è diventata la madre di tutte le battaglie per l’economia dei prossimi vent’anni. I primi si oppongono all’opa di
Enel italiana i secondi a quella dell’
omologa tedesca.
La si può mettere come si vuole, ma è impossibile non tutelare gli interessi nazionali se questi poi, non tutelati, possono avere ricadute negative solo sulla nazione in questione, lasciando i governi di quei paesi nelle condizioni di non operare perché privi di capacità programmatica, scippata come sarebbe dalle mirabili sorti del mercato. Esistono poi beni e servizi che il mercato non serve per sua impossibilità e ve ne sono alcuni che soddisfano esigenze primarie: quelli sui quali il mercato rischia di intervenire privandone dell’uso ampi settori della popolazione. Privatizzare i profitti e socializzare le perdite non rappresentano una grande novità del capitalismo come sistema economico. Da oggi però sarà meno facile far credere che questa
mission sia anche una benedizione. Basta vedere che cosa è successo in Italia con aziende un tempo di altissimo livello e ora nelle mani di gruppi stranieri che decidono la politica occupazionale nei loro paesi, privilegiando l’occupazione negli insediamenti di casa propria piuttosto che non quelli di casa nostra (la Thyssen Krupp a Terni, per esempio, ma non solo). Ma c’è dell’altro, rispetto al cosiddetto sano “egoismo nazionale” che esce
vincente da questa polemica. C’è una politica economica che un paese si dà - che ha delle priorità - e i comportamenti concreti di un
non paese come il nostro, che, in preda a una crisi di nervi produce con uno scatto isterico un manifesto delirante e muscolare
per l’Occidente, mentre lo affossa nei fatti, e che perciò non può darsi.
Come se non bastasse, la montagna, con sprezzo del ridicolo, partorisce il topolino che si arma contro l’Islam - udite, udite - con le proprie tradizioni giudaico - cristiane e poi cerca di convincere della loro forza e bontà un terzo della sua popolazione regalandole
cani da compagnia.
Se avere una strategia di politica economica è ancora possibile, ed è l’unica probabile in assenza di politiche economiche coordinate a un livello più alto, è meglio aprire gli occhi. Andiamo a mangiarci le aziende che producono energia negli Stati Uniti se ne siamo capaci.
In Francia, gli elettori
hanno ucciso nella culla la Costituzione europea, quindi il governo francese si è chiesto (e risposto) che cosa realmente si sceglie quando ci si vende un settore strategico per l’economia nazionale e anche per il futuro dell’Europa.
Se non si può essere liberisti quando si abbassa il costo del lavoro e le tutele in casa propria e poi difendere il proprio giardino di casa, è pur vero che i dislocamenti in terre “brave” come l’Est europeo o la Cina
non rendono più come prima. La disorganizzazione che si autoproduce nel subappalto continuo annulla le differenze di profitto generate dall’abbassamento del costo del lavoro. E comunque, quanto si pensa che potrà durare questa situazione di “Bengodi” per l’imprenditore che paga un pugno di riso un lavoratore e poi mette il marchio “Made in italy” su quei prodotti che in Italia arrivano solo per essere venduti?
Come giustamente mi ha ricordato l’espertissimo
Ronny “la situazione che si va creando sull’energia è comunque figlia degli errori compiuti in Europa negli ultimi 15 anni. La UE è stata ridotta ad una zona di libero scambio, su disegno ottocentesco. Si è persa la spinta propulsiva e visionaria di Spinelli e degli altri. Si è smesso di “pensare europeo”. Con l’introduzione dell’euro si è eliminata la svalutazione competitiva, ma si è lasciato spazio alla competizione al ribasso sui costi, incoraggiata dal progressivo indebolimento del movimento sindacale e dei sistemi di sicurezza sociale. E’ scomparsa totalmente la solidarietà infra-europea, ed è assente ogni tentativo di predisporre delle politiche macroeconomiche coordinate a livello comunitario (all’ECOFIN e ai vertici Europei non si parla di coordinamento di politiche penso dai tempi di Craxi). L’unica cosa di cui si è parlato è la revisione del Patto di Stabilità, ma per lasciare spazio ai singoli governi nazionali di beneficiare di questo alleggerimento come meglio credono, senza nessun disegno europeo dietro. I governi, dopo aver ridotto sotto il minimo accettabile le condizioni di lavoro, aver tagliato selvaggiamente la spesa sociale, si ritrovano ora con le armi spuntate nell’affrontare la competizione interna alla UE. L’altro input produttivo su cui possono ancora agire come fattore discriminante sono le materie prime e l’energia. Qui sta partendo la seconda guerriglia, a cui naturlamente ognuno cerca di difendersi come meglio può”.
Infine, l’ipocrisia diventa intollerabile quando si chiede di accettare il mercato, lo si contrappone alle politiche economiche nazionali e si chiede poi ai governi di governare. I governi governano l’economia e lo fanno forti di una maggioranza acquisita durante le elezioni. La governano e decidono le politiche fiscali e la redistribuzione del reddito. Dovrebbero farlo in modo ragionevole, cioè non facendo sentire
vecchio un quarantenne, e
giovane un settantenne cui si chiede di restare a lavorare per non versargli la pensione.
Update: Leggersi bene l’intervista concessa da Prodi sulla vicenda Enel a Repubblica.it. Soprattutto l’ultimo capoverso.