Non passa lo straniero (RU486)

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Ancora non ho letto il libro, ma il dvd in allegato l’ho visto.
Davvero cult è seguire con lo sguardo la sagoma impettita e leggera dell’ "aziendalista" Giancarlo Manenti, ex direttore generale di Villa Santa Teresa, clinica di tal Aiello, uomo di Bernardo Provenzano: clinica spettacolare, pulita, elegante come un hotel a cinque stelle, attrezzata nei minimi particolari a fronte di ospedali pubblici allo sfascio. Ora è ad Agrigento, non prima di essere stato direttore dell’Usl n. 6 di Bagheria (e personale "accreditatore" della clinica dell’Aiello, "in teoria" atto riservato alla Regione) e Presidente della Provincia di Palermo. Gira il Manenti nel San Giovanni di Dio - clinica privata "accreditata" e nuovo di pacca, finanziata anch’essa dai contribuenti - ma ci si perde: non trova la sala operatoria. In blazer blu e cravatta regimental lascia intravedere i mocassini calzati a piede nudo, un vezzo da picciotto, nonostante i suoi 63 incarichi da dirigente e amminisratore. Poi si intrattiene con i due giornalisti a colloquio e conclude la sua intervista con un ricordo di Lucky Luciano, "che organizzò lo sbarco alleato in Sicilia". Cose di storia perché lui non si è mai occupato di mafia, neanche ha mai letto un libro, lui, ma si ripromette di farlo appena andrà in pensione, ma di storia sì, perché ne è un appassionato.
"I camici sono bianchi, le cliniche sono bianche, i colletti sono bianchi e se anche la mafia è bianca come faccio a vederla?"
Update
Il libro ora l’ho letto. Centocinquanta pagine basate sugli interrogatori dei magistrati della procura di Palermo, il cui capo era allora Piero Grasso, attuale procuratore anti-mafia a Roma. Al centro dell’inchiesta le intercettazioni ambientali effettuate a casa di Giuseppe Guttadauro, capo mandamento di Brancaccio - il "Bronx" palermitano - medico chirurgo originario di Bagheria, condannato per associazione mafiosa. Le conversazioni si svolgono con Salvatore Aragona, anch’egli medico chirurgo dai modi piacenti e dal linguaggio aperto e forbito, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, già condannato una volta per lo stesso reato, dopo aver fornito un alibi a Giovanni Brusca, falsificando la sua cartella clinica, e Domenico Miceli, arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, anch’egli medico chirurgo, amico di famiglia e pupillo di Totò Cuffaro, di professione radiologo, ora presidente della regione Sicilia, marito di Giacoma Chiarelli, medico al Policlinico di Palermo.
Sfilano i nomi di personaggi noti e meno noti: tra cui quello di Angelo Siino, killer di Borsellino e Falcone, ma soprattutto quello di giovannissimi normalissimi quarantenni sottosegretari e assessori, tutti alla caccia di una fetta di quei dieci miliardi di euro circa: il denaro destinato a finanziare la sanità pubblica e privata in Sicilia, il "pallino" da sempre di Bernardo Provenzano. Un "vecchio" super latitante che dopo i botti e le sconsideratezze della mafia di Totò Riina, è capo e simbolo di questa nuova mafia pulita, che "s’inabissa nel moderatismo politico", che sa parlare, che non si sporca più le mani, che vuole parlare con Ferrara, con Jannuzzi, con Lehener, che vuole fare qualcosa per gli "ergastolani", che parla con schifo del "carcere duro", lamentandosene come farebbe un liberale al di sopra di ogni sospetto.
La mafia è diventata prudente. Notizia: in Sicilia parrebbe aver già scaricato Berlusconi e Forza Italia, buoni entrambi "solo per difenderli dai comunisti, ma senza valori". Parola di Domenico Guttadauro, medico chirurgo, capo del mandamento di Brancaccio.
(Autori del libro e del film sono due giornalisti della redazione di Sciuscià: Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini. La prefazione è di Michele Santoro. Le musiche del film sono di Nicola Piovani)

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Continuare a implorare correttezza sui media, segnatamente in televisione, è in fin dei conti un pessimo segnale, ancorché arrivi dal Presidente della Repubblica. Il presidente del Consiglio alla crociata delle elezioni è partito e resta ancora in svantaggio. Alla sua scaltrezza non faranno velo convenienze morali, etiche oppure di tipo istituzionale. Quello che a lui non piace è tout court illiberale. E’ un modo per disegnare una prospettiva, come al solito chiara, semplice, sebbene balorda e menzognera.
Lo scontro con Ciampi c’è già da tempo e in tutta la sua evidenza. Ora si prolunga e se finirà tutto nel solito compromesso, come è avvenuto per la data della chiusura delle Camere, la Cdl avrà dimostrato che con le istituzioni tutto è sempre possibile e che si può procedere a colpi di spalla, calci in culo e voltafaccia. Ciampi ha anche il vantaggio personale di poter perdere lo scontro, non rischiando nulla, considerate le sue manifestate intenzioni di ritirarsi dalla vita politica attiva. In compenso però perdendo lo scontro, potrebbe trascinarsi dietro un attualmente invalutabile numero di consensi, non solo tra gli indecisi, che potrebbero schierarsi con il centro destra, a svantaggio del centro sinistra, che sulla par condicio lo appoggia da sempre. Nessuno sa se lo scontro con il presidente della repubblica finirà per logorare l’immagine di un premier troppo aggressivo, ma tutto questo discutere di regole che si possono dribblare, annientare dimostra solo che le regole non esistono e che le si vuole imporre a chi si teme. Immotivatamente. O le regole impongono a tutti dei comportamenti a qualunque costo oppure sono solo strumenti retorici. E la retorica è il sale di una campagna elettorale.
In realtà, Ciampi dinnanzi all’arroganza istituzionale del centro destra e alla sua volontà di piegare la legislatura a utile propagandistico, avrebbe dovuto alzare subito i toni e minacciare le dimissioni, senza concedere proroghe al parlamento. Ora, il partito del premier può ben sostenere che la par condicio debba scattare solo dopo l’apertura dei comizi elettorali a camere chiuse, come prevede la legge. Il paese, in quel caso, avrebbe potuto capire meglio la posta in gioco se il comportamento del presidente della repubblica fosse stato all’ombra di ogni compromesso. Oggi, secondo me, sarebbe in maggioranza schierato con lui e avremmo posto le basi per la "liberazione" dei moderati italiani da questo centro destra.
E poi, "imporre" alla Rai la par condicio non significa impedire al premier di apparire: basterebbe passare su altre reti, cioè le sue. Indici d’ascolto e conseguente raccolta pubblicitaria sfavorirebbero la Rai a danno di Mediaset.
Se Berlusconi urla si può anche sussurrare, ma si deve saper essere convincenti. Comportarsi in televisione significa saper argomentare alle famose masse, parlare alle piazze di una volta, fugare dubbi, anche se averli ignorati oggi, significherà domani mattina svegliarsi sull’orlo del baratro. L’assenza fa pensare all’indeciso che gli si stia nascondendo qualcosa. Prodi sa che proprio nell’elettorato di sinistra ogni volta che il suo faccione compare in televisione, sale la trepidazione e la preoccupazione. Ancora una volta, e in questa occasione ancor di più, i Ds e Rifondazione Comunista, cioè l’ex Pci, i per nulla schizzinosi "comunisti" dovranno vincersi da soli queste elezioni e poi spartire il risultato con Prodi, Rutelli, Mastella e Di Pietro. Ma la partita ormai si gioca su quel 20% di elettori, dei quali un percentuale invalutabile, deciderà chi far vincere o perdere. Se il prof non vuole comparire troppo, almeno strappi l’agenda dalla faccia del premier e lo incalzi con rigore sugli argomenti. Sorrida per davvero oppure faccia il cattivo: ma sia qualcosa. Prodi rischia di fare il miracolo alla rovescia: quello di passare per l’unico emiliano tonto e triste sulla faccia della terra.
Insomma, se si chiede a un leader di rinunciare ad apparire per pareggiare con un altro che invece appare meno brillante di lui, la partita sembra partire truccata. E’ questa l’anomala percezione di cui gode a suo vantaggio l’unico presidente del consiglio di una democrazia moderna nel mondo cosiddetto sviluppato. Se apparire non è una virtù, comunicare timore e imbarazzo, è un difetto di sicuro.

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In definitiva, si tratta di capire che cosa si vuole condannare quando si condanna un sistema di idee o di fatti. Qual è l’obiettivo che si intende raggiungere con l’esecrazione, perché la storia è sempre contemporanea e non è mai l’accumulo liscio e scorrevole di prove e di esperienze, in cui la coscienza si specchia per trovare una miserabile pace.
Condannare e ammonire va bene, però bisogna muoversi con più scioltezza, rigore e maggior senso della storia. Se proprio non se ne può fare a meno per governare.

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Un’interpretazione corrente sostiene che Santoro in tv faccia vincere le elezioni alla Cdl. Il centro destra però si accanisce nel lasciarlo deliberatamente fuori dalla tv. Qualunque sia l’intepretazione valida, alla censura non mancano mai buoni pretesti. Ma la censura oggi non riduce al silenzio. E’ un evento come un altro e crea il suo opposto: il caso, perciò la discussione aperta.
Questa apparente autocontraddizione è l’elemento che sgonfia lo "scandalo", facendolo percepire come un puro gioco polemico e comunicazionale.
La Cdl gode della sua capacità di censura: perché in realtà si legge forte e prescrive il mondo che vorrebbe. Poi passa al contrattacco, elencando i peccati degli altri, e sottopone questo confronto al giudizio. La censura diventa così un esercizio di pura retorica e non spaventa più.
Un mondo bonificato dal male perché finalmente siamo senza Santoro è una cosa obiettivamente ridicola, segnale di un’ossessione e di una trappola. Loro ti rimbalzano addosso l’immagine di un Vespa bipartisan e ti viene da ridere, ma poi pensi che ogni tanto quello parla anche di pesci e di ciccia, di puppe e di bambini ammazzati. Questo è l’uomo davvero libero da ossessioni, plurale, simpatico, di mondo. Santoro invece è monotematico, fazioso, politicizzato. Non lo amano neanche troppo a sinistra, dicono. Facciamoci un piacere. Eliminiamolo. E poi usiamolo come un totem. Un bel casino su Santoro significa, in definitiva, discutere una settimana sui gradi di libertà contenuti nel sangue di Fassino e Berlusconi.
Santoro è uno strumento. Come Belzebù che atterrisce i poveri di spirito e con l’inganno, zompa le vergini.

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Con le telefonate è andata male, ora ci provano con i manifesti.
Forse ne riderà solo la mamma del premier.
Intanto, lui è già un incubo. Manca solo l’annuncio di Emilio Fede come scrutatore unico.

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Il sistema delle cooperative «è un sistema che non può essere tollerato». Lo ha detto Silvio Berlusconi a Firenze.
Ma non glielo poteva dire quando la Lega delle Cooperative firmò il Patto per l’Italia?
E ancora: « è risaputo che il sistema delle Coop ha fatto venir meno tutti i debiti del Pci».
E’ ancora più risaputo che fu proprio Consorte a rifiutarsi di ripianare il debito dell’Unità e salvarla dal fallimento.
Onorevole Berlusconi, è sabato. Domani mi tocca anche andare a lavorare. Facciamo er patto de noantri: almeno per il fine settimana la smetta di sparare cazzate!
Utile da leggere, anche se non sei Berlusconi:
«In Europa, il credito cooperativo, formato da cooperative e da istituti bancari di proprietà di cooperative, comprende circa 4.200 Banche con quasi 51mila sportelli, poco meno di 38 milioni di soci, oltre 103 milioni di clienti, circa 450mila dipendenti e una quota di mercato che si attesta, in media, sul 17%»
[ Dati tratti dal sito di Unico Banking Group] (continua)

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Il segretario generale del Cesis Emilio Del Mese avrebbe pronunciato le testuali parole riportate nel titolo del post, dopo l’attacco durissimo di Massimo Brutti al Presidente del Consiglio durante la seduta del Comitato di controllo dei servizi segreti (che si dovrebbe riunire in segreto). Documenta tutto il Corriere.
«Mi farò tramite…» avrebbe affermato Del Mese. Sì, ma con chi? Semplice: «con tutti gli apparati che sono al servizio della Repubblica e hanno l’obbligo di rispondere con un "no" a chiunque chieda loro di venire meno ai propri doveri istituzionali». Ecco. Anche se Del Mese non avesse pronunciato quelle parole, solo il fatto che uno come Brutti abbia pronunciato le sue, getta una luce sinistra sulla vicenda mediatico-politica delle ultime settimane.
E’ lo "smodato" modo di arrivarci che richiederebbe una spiegazione. Non è possibile che i servizi o altre strutture dello Stato si mettano al servizio di una parte politica e che tutto si spieghi tautologicamente con una semplice "mano" da dare a questo o quel leader politico. Brutti ha praticamente minacciato una crisi istituzionale, come se fossimo davanti a un golpe.
Perché perdere un’elezione dovrebbe costituire la fine del mondo per un uomo come Berlusconi?
Infine: dentro e fuori la sinistra per una telefonata è successo un casino dell’ottanta. A destra si preferisce continuare a tenere la testa sotto la sabbia. Sulle famose "palle", del cui possesso la destra si sciacqua la bocca ogni giorno, non possiamo fare conto. Sono sempre avvolte nella solita ombra, per di più stregate dal miraggio che qualche briciola di denaro, proveniente dal cielo immobile berlusconeo. possa finire sulle loro teste. Teste poste, senza bisogno di specificare troppo, sempre poco sopra le famose "palle".

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Dall’ultimo sondaggio di Repubblica sembrerebbe di intuire che gli italiani intendano comunque voltare pagina. Allo stato attuale i sondaggi indicano una tendenza da predere con le debite molle. La campagna elettorale non è ancora ufficialmente iniziata e i giochi sarebbero sempre e comunque aperti, caso Bpi -Unipol-Hopa o meno, almeno fino a metà marzo. Il caso Consorte non è formalmente chiuso, e la manina contro i Ds, con il suo tempismo e la sua eccezionale efficienza pare eccedere per essere considerata seria. Le analisi e le spiegazioni di Klaus Davi (segnalate da Marco) sull’effetto boomerang della campagna del Cavaliere contro i Ds, le condivido, purché non costituiscano le premesse per una dormita generale sugli allori, ancorché pieni di spine e ansie.
Davi suggerisce di occuparsi dei problemi concreti della gente, ma sembra scettico sulla svolta alle "zucchine" da parte dei leaders dell’Unione. Berlusconi, dal canto suo, spera nell’incapacità del centro sinistra di uscire con un colpo di reni da questa situazione di oggettiva difficoltà mediatica, insieme con l’obiettivo di non far dire all’opposizione il suo programma elettorale, sia occupando i media, sia rendendo impossibile un dibattito serio su di esso. Qualunque atto di disturbo e di pressione a quel fine è in questo senso lecito.
Molto modestamente, avrei da suggerire alcune delle circostanze che, secondo me, impediscono e impediranno che lo scandalo Bpl-Unipol-Hopa raggiunga l’apice emotivo e "rivoluzionario" di Mani Pulite, cioè la sua percezione "nazional-popolare" (almeno fino al 9 aprile).
Ad oggi manca la molla scatenante dell’odio "etnico" che caratterizzò il risentimento popolare di allora. Nel mirino c’era un intero ceto sociale, avvertito come "alloctono", incapace di stare dietro le esigenze di un’Italia alle prese con grandissimi cambiamenti economici e culturali. La scoperta del sistema delle "tangenti di massa" ad appannaggio di una classe politica avvertita già come lontana dal paese, fu la scinitllla su una miccia accesa. La vicenda Bpl-Unipol-Hopa non presenta fenomeni corruttivi che tocchino il sistema della rappresentanza. E quelli che presumibilmente vi sono, riguardano alcuni o molti furbetti del quartierino. Neppure si potrebbe paventare un risentimento generale da correntista da scagliare contro i Ds, avvertito invece come condizione generale e da grande tempo preesistente, ora che anche l’Antitrust ha messo in moto la sua macchina per accertare il furto perpetrato dal sistema bancario agli italiani come prassi generale, irriducibile invece a pochi famelici furbetti.
Inoltre, non c’è un attore sociale, o gruppo, o partito che faccia da cassa di risonanza e possa candidarsi a prendere il posto di chi lo ha tradito. Non ci sono outsiders e, qui viene il bello, non ci sono più moralmente superiori che possano sobbarcarsi il carico di verginità che il caso eventualmente richiederebbe. Non si vede, infatti, l’evenienza catastrofica che determinerebbe un simile avvicendamento: il travaso di voti e il cambio di rappresentanza accade già, e dentro le medesime coalizioni. Parrebbe infatti che sebbene il sistema sia tornato "proporzionale ", gli italiani ragionino maggioritariamente, limitandosi a spostare le proprie preferenze dentro il medesimo contenitore. E anche una legge ad coalitionem potrebbe rivelarsi un fiasco per il Cavaliere e un’ulteriore segnale di debolezza.

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