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Martedì, 31 Gennaio 2006

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Non passa lo straniero (RU486)

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 10:34
Storace vuole vietare l’importazione della pillola Ru 486 perché qui c’è "qualcuno che scherza con la salute delle donne", cioé la Regione Toscana, politici, personale medico e paramedico compreso. Ci vorrà, dice il ministro, il nulla osta per l’importazione di questo farmaco, che è proibito in Italia. Il medico che ne facesse richiesta deve fornire motivazioni cliniche ed epidemiologiche.
A parte il fatto che il provvedimento è, a mio giudizio, impossibile: l’Europa non lo permetterebbe, basterebbe rendere quel farmaco legale qui e controllarlo qui per evitare di far passare un provvedimento anti-abortista come una crociata a favore della salute delle donne. Storace fa questo po po’ di annuncio in Toscana che poi definisce terra «regina dell’aborto». Ma perché il ministro non si legge la sua relazione sulla legge 194? Storace non pago dell’inutile e propagandistico incendio provocato un mese fa per mettere sotto tutela quei maledetti "abortifici" di consultori, dovrebbe smetterla di farsi sbugiardare dalla professionalità del personale di quella Sanità di cui è ministro, e spiegarci dove stia la logica di un provvedimento grazie al quale si privilegia un bisturi italiano nella pancia di una donna, a svantaggio di un farmaco straniero da prendersi con cautela, che evita un ricovero e un più grande trauma psico fisico. Fosse un rigurgito autarchico?

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Lunedì, 30 Gennaio 2006

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La mafia è bianca

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 16:20

coplibrij.asp.jpgAncora non ho letto il libro, ma il dvd in allegato l’ho visto.

Non so come si viva in Sicilia, perché non ci vivo, ma certo, alla fine del film si capisce che in Sicilia morire è davvero impossibile. Ed è tutto gratis, perchè pagano i vivi, purché provvisti di regolare dichiarazione dei redditi. Pensate che le aziende cliniche & affini accreditate alla Regione Sicilia sono 1800, mentre in Lombardia sono poco più di 60. Arrivano da tutta Europa, anche dalla Germania, le amministrano manager che finiscono poi quasi sempre indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Che peccato !
Come Angelo Giammarresi, confindustriale dal linguaggio "top" e molto "fit", che campa delle dialisi dei "signori clienti" (allo Stato 20 anni di dialisi costano 600 mila euro a paziente), mentre in Sicilia il trapianto di rene è una meteora (12 donatori su 1 milione di abitanti, perché le rianimazioni non sono attrezzate, né per mezzi, né per personale per effettuare l’espianto dell’organo).

Davvero cult è seguire con lo sguardo la sagoma impettita e leggera dell’ "aziendalista" Giancarlo Manenti, ex direttore generale di Villa Santa Teresa, clinica di tal Aiello, uomo di Bernardo Provenzano: clinica spettacolare, pulita, elegante come un hotel a cinque stelle, attrezzata nei minimi particolari a fronte di ospedali pubblici allo sfascio. Ora è ad Agrigento, non prima di essere stato direttore dell’Usl n. 6 di Bagheria (e personale "accreditatore" della clinica dell’Aiello, "in teoria" atto riservato alla Regione) e Presidente della Provincia di Palermo. Gira il Manenti nel San Giovanni di Dio - clinica privata "accreditata" e nuovo di pacca, finanziata anch’essa dai contribuenti - ma ci si perde: non trova la sala operatoria. In blazer blu e cravatta regimental lascia intravedere i mocassini calzati a piede nudo, un vezzo da picciotto, nonostante i suoi 63 incarichi da dirigente e amminisratore. Poi si intrattiene con i due giornalisti a colloquio e conclude la sua intervista con un ricordo di Lucky Luciano, "che organizzò lo sbarco alleato in Sicilia". Cose di storia perché lui non si è mai occupato di mafia, neanche ha mai letto un libro, lui, ma si ripromette di farlo appena andrà in pensione, ma di storia sì, perché ne è un appassionato.

"I camici sono bianchi, le cliniche sono bianche, i colletti sono bianchi e se anche la mafia è bianca come faccio a vederla?"

Update

Il libro ora l’ho letto. Centocinquanta pagine basate sugli interrogatori dei magistrati della procura di Palermo, il cui capo era allora Piero Grasso, attuale procuratore anti-mafia a Roma. Al centro dell’inchiesta le intercettazioni ambientali effettuate a casa di Giuseppe Guttadauro, capo mandamento di Brancaccio - il  "Bronx" palermitano - medico chirurgo originario di Bagheria, condannato per associazione mafiosa. Le conversazioni si svolgono con Salvatore Aragona, anch’egli medico chirurgo dai modi piacenti e dal linguaggio aperto e forbito, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, già condannato una volta per lo stesso reato, dopo aver fornito un alibi a Giovanni Brusca, falsificando la sua cartella clinica,  e Domenico Miceli, arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, anch’egli  medico chirurgo, amico di famiglia e pupillo di Totò Cuffaro, di professione radiologo, ora presidente della regione Sicilia, marito di Giacoma Chiarelli, medico al Policlinico di Palermo.

Sfilano i nomi di personaggi noti e meno noti: tra cui quello di Angelo Siino, killer di Borsellino e Falcone, ma soprattutto quello di giovannissimi normalissimi quarantenni sottosegretari e assessori, tutti alla caccia di una fetta di quei dieci miliardi di euro circa: il denaro destinato a finanziare la sanità pubblica e privata in Sicilia, il "pallino" da sempre di Bernardo Provenzano. Un "vecchio" super latitante che dopo i botti e le sconsideratezze della mafia di Totò Riina, è capo e simbolo di questa nuova mafia pulita, che "s’inabissa  nel moderatismo politico", che sa parlare, che non si sporca più le mani, che vuole parlare con Ferrara, con Jannuzzi, con Lehener, che vuole fare qualcosa per gli "ergastolani", che parla con schifo del "carcere duro", lamentandosene come farebbe un liberale al di sopra di ogni sospetto.
La mafia è diventata prudente. Notizia: in Sicilia parrebbe aver  già scaricato Berlusconi e Forza Italia, buoni entrambi "solo per difenderli dai comunisti, ma senza valori". Parola di Domenico Guttadauro, medico chirurgo, capo del mandamento di Brancaccio.

(Autori del libro e del film sono due giornalisti della redazione di Sciuscià: Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini. La prefazione è di Michele Santoro. Le musiche del film sono di Nicola Piovani)

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Domenica, 29 Gennaio 2006

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Ciampi vs Berlusconi vs Prodi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 11:12

Continuare a implorare correttezza sui media, segnatamente in televisione, è in fin dei conti un pessimo segnale, ancorché arrivi dal Presidente della Repubblica. Il presidente del Consiglio alla crociata delle elezioni è partito e resta ancora in svantaggio. Alla sua scaltrezza non faranno velo convenienze morali, etiche oppure di tipo istituzionale. Quello che a lui non piace è tout court illiberale. E’ un modo per disegnare una prospettiva, come al solito chiara, semplice, sebbene balorda e menzognera.
Lo scontro con Ciampi c’è già da tempo e in tutta la sua evidenza. Ora si prolunga e se finirà tutto nel solito compromesso, come è avvenuto per la data della chiusura delle Camere, la Cdl avrà dimostrato che con le istituzioni tutto è sempre possibile e che si può procedere a colpi di spalla, calci in culo  e voltafaccia. Ciampi ha anche il vantaggio personale di poter perdere lo scontro, non rischiando nulla, considerate le sue manifestate intenzioni di ritirarsi dalla vita politica attiva. In compenso però perdendo lo scontro, potrebbe trascinarsi dietro un attualmente invalutabile numero di consensi, non solo tra gli indecisi, che potrebbero schierarsi con il centro destra, a svantaggio del centro sinistra, che sulla par condicio lo appoggia da sempre. Nessuno sa se lo scontro con il presidente della repubblica finirà per logorare l’immagine di un premier troppo aggressivo, ma tutto questo discutere di regole che si possono dribblare, annientare dimostra solo che le regole non esistono e che le si vuole imporre a chi si teme. Immotivatamente. O le regole impongono a tutti dei comportamenti a qualunque costo oppure sono solo strumenti retorici. E la retorica è il sale di una campagna elettorale.
In realtà, Ciampi dinnanzi all’arroganza istituzionale del centro destra e alla sua volontà di piegare la legislatura a utile propagandistico, avrebbe dovuto alzare subito i toni e minacciare le dimissioni, senza concedere proroghe al parlamento. Ora, il partito del premier può ben sostenere che la par condicio debba scattare solo dopo l’apertura dei comizi elettorali a camere chiuse, come prevede la legge. Il paese, in quel caso, avrebbe potuto capire meglio la posta in gioco se il comportamento del presidente della repubblica fosse stato all’ombra di ogni compromesso. Oggi, secondo me, sarebbe in maggioranza schierato con lui e avremmo posto le basi per la "liberazione" dei moderati italiani da questo centro destra.
E poi, "imporre" alla Rai la par condicio non significa impedire al premier di apparire: basterebbe passare su altre reti, cioè le sue. Indici d’ascolto e conseguente raccolta pubblicitaria sfavorirebbero la Rai a danno di Mediaset.   
Se Berlusconi urla si può anche sussurrare, ma si deve saper essere convincenti. Comportarsi in televisione significa saper argomentare alle famose masse, parlare alle piazze di una volta, fugare dubbi, anche se averli ignorati oggi, significherà domani mattina svegliarsi sull’orlo del baratro. L’assenza fa pensare all’indeciso che gli si stia nascondendo qualcosa. Prodi sa che proprio nell’elettorato di sinistra ogni volta che il suo faccione compare in televisione, sale la trepidazione e la preoccupazione. Ancora una volta, e in questa occasione ancor di più, i Ds e Rifondazione Comunista, cioè l’ex Pci, i per nulla schizzinosi "comunisti"  dovranno vincersi da soli queste elezioni e poi spartire il risultato con Prodi, Rutelli, Mastella e Di Pietro. Ma la partita ormai si gioca su quel 20% di elettori, dei quali un percentuale invalutabile, deciderà chi far vincere o perdere. Se il prof non vuole comparire troppo, almeno strappi l’agenda dalla faccia del premier e lo incalzi con rigore sugli argomenti. Sorrida per davvero oppure faccia il cattivo: ma sia qualcosa. Prodi rischia di fare il miracolo alla rovescia: quello di passare per l’unico emiliano tonto e triste sulla faccia della terra.

Insomma, se si chiede a un leader di rinunciare ad apparire per pareggiare con un altro che invece appare meno brillante di lui, la partita sembra partire truccata. E’ questa l’anomala percezione di cui gode a suo vantaggio l’unico presidente del consiglio di una democrazia moderna nel mondo cosiddetto sviluppato. Se apparire non è una virtù, comunicare timore e imbarazzo, è un difetto di sicuro.

P.s.: Questa campagna elettorale è partita con la Cdl in svantaggio, come per le precedenti europee, terminate con il 46,1%  dei consensi a favore del centro sinistra contro il 45, 4% a favore del centro destra.
Se il risultato fosse in qualche modo confermato, un governo stabile sarebbe impossibile.

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Venerdì, 27 Gennaio 2006

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La memoria e la storia

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 12:58
Tra un gulag e un lager (o il laogai, il sistema cinese delle città-campi di concentramento) è impossibile distinguere il tasso di crudeltà e disprezzo per darne un giudizio affievolito da convinzioni di comodo. Siamo di fronte a un male che nella sua assolutezza non si lascia spiegare con troppa facilità. La votazione del Consiglio d’Europa sui crimini compiuti dai regimi comunisti  totalitari, motivata "dalla constatazione che la grande opinione pubblica è molto poco a conoscenza di tali crimini" offre un’opportunità seria per tenere allenata la memoria e misurarne forza e capacità persuasiva per il nostro futuro.
Premetto che a me quella condanna sta benissimo.
Non voglio entrare nel merito della questione se un organismo politico possa scrivere la storia oppure no. E’ una questione un po’ perversa, in effetti, perché bisognerebbe chiedersi che cosa è la storia e a che cosa sia mai servita fino a oggi.
Semmai, la questione storica e filologica, perchè senza la seconda non si dà neanche la prima, è che cosa si debba intendere per "comunismo". L’abolizione della propietà privata dei mezzi di produzione? il partito unico dei lavoratori? L’abolizione del concetto di Stato e delle sue pratiche di comando? La scomparsa della borghesia? Senza cercare di fare polemica a tutti i costi, bisognerebbe anche chiedersi a quale teoria comunista faccia riferimento un gulag e a quale comunismo teorico si faccia riferimento quando si condanna il comunismo storico. Si può accettare l’evidenza: cioè che l’unico comunismo umanamente possibile sia stato quello che è andato in scena nel XX secolo con il suo carico di morti e utopie storpiate dal vento della retorica nazionalista panrussa o del maoismo da fame e chiudere lì la questione. Il fatto è che non si può parlare di comunismo se non gli si contrappone, non il nazi-fascimo, ma il cosiddetto sistema di produzione capitalistico. Oggi che questo è stato assunto come modello unico di riferimento ideologico e culturale, l’impresa pare quasi impossibile anche (e soprattutto) al Consiglio d’Europa. Se infatti procedessimo con rigore all’elenco dei  genocidi e dei "gulag" perpetrati e allestiti in nome della superiorità della razza bianca (nel secolo XIX) e del capitalismo (dal XV secolo a oggi) allora il quadro delle sentenze si arricchirebbe di ulteriori gallerie degli orrori.
Vogliamo indulgere alla contabilità mortuaria per aver ragione delle ragioni dell’avversario? O per avere un quadro più vicino alla realtà storica? Se proprio si deve, è auspicabile che la domanda giusta sia la seconda di quelle poste. Perciò, se le condanne possono servire a riportare il senso delle cose con i piedi per terra, va benissimo.
Purtroppo, l’assenza di teorie forti "scientificamente" e durevoli nel tempo, anche se solo parzialmente, come il (genericamente inteso) marxismo, rendono assai più semplice la condanna del nazi-fascismo, insieme con i suoi crimini, per i quali sembra, come è naturale, non scorgere nessuna soluzione di continuità tra la teoria e il fatto, tra la messa in opera e le intenzioni. Se il Mein Kampf è il libello teorico pratico di quel regime che sostituì Weimar e lo spirito prussiano, la soluzione finale della questione ebraica è già descritta con gli elogi alle leggi eugenetiche staunitensi. Si legge l’idea della conquista del mondo e della supremazia della razza ariana. E la radice socialista di quel pensiero servì, come debole paliativo, una soluzione socio-politica al lettore sprovveduto e confuso della Repubblica di Weimar in agonia. Condannare nazi-fascismo e lager pare dunque ovvio, un tutt’uno imprescindibile.
Marx e la sua filosofia, compresi gli errori, fanno parte, invece, dei classici del pensiero di tutti i tempi. Non si tratta di una debolezza del pensiero contemporaneo o di un’arguzia della storia (della filosofia). Sul concetto marxiano di merce, per esempio, Guy Ernest Debord ha costruito una delle più preveggenti teorie della società contemporanea; ad Harvard le teorie economiche di Marx fanno parte del corso normale di studi. Anche Gramsci è oggetto di attenzione in molte università del mondo occidentale, statunitense e sudamericano in particolare. Gli esempi potrebbero continuare, spostandoci sul campo della storia con la descrizione delle esperienze dei partiti comunisti occidentali, in primis di quello italiano, ma mi fermo qui.

In definitiva, si tratta di capire che cosa si vuole condannare quando si condanna un sistema di idee o di fatti. Qual è l’obiettivo che si intende raggiungere con l’esecrazione, perché la storia è sempre contemporanea e non è mai l’accumulo liscio e scorrevole di prove e di esperienze, in cui la coscienza si specchia per trovare una miserabile pace.
Condannare e ammonire va bene, però bisogna muoversi con più scioltezza, rigore e maggior senso della storia. Se proprio non se ne può fare a meno per governare.

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Mercoledì, 25 Gennaio 2006

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Belzebù

Archiviato in: Metodo — francesco @ 20:01

Un’interpretazione corrente sostiene che Santoro in tv faccia vincere le elezioni alla Cdl. Il centro destra però si accanisce nel lasciarlo deliberatamente fuori dalla tv. Qualunque sia l’intepretazione valida, alla censura non mancano mai buoni pretesti. Ma la censura oggi non riduce al silenzio. E’ un evento come un altro e crea il suo opposto: il caso, perciò la discussione aperta. 
Questa apparente autocontraddizione è l’elemento che sgonfia lo "scandalo", facendolo percepire come un puro gioco polemico e comunicazionale. 
La Cdl gode della sua capacità di censura: perché in realtà si legge forte e prescrive il mondo che vorrebbe. Poi passa al contrattacco, elencando i peccati degli altri, e sottopone questo confronto al giudizio. La censura diventa così un esercizio di pura retorica e non spaventa più. 
Un mondo bonificato dal male perché finalmente siamo senza Santoro è una cosa obiettivamente ridicola, segnale di un’ossessione e di una trappola. Loro ti rimbalzano addosso l’immagine di un Vespa bipartisan e ti viene da ridere, ma poi pensi che ogni tanto quello parla anche di pesci e di ciccia, di puppe e di bambini ammazzati. Questo è l’uomo davvero libero da ossessioni, plurale, simpatico, di mondo. Santoro invece è monotematico, fazioso, politicizzato. Non lo amano neanche troppo a sinistra, dicono. Facciamoci un piacere. Eliminiamolo. E poi usiamolo come un totem. Un bel casino su Santoro significa, in definitiva, discutere una settimana sui gradi di libertà contenuti nel sangue di Fassino e Berlusconi.
Santoro è uno strumento. Come Belzebù che atterrisce i poveri di spirito e con l’inganno, zompa le vergini.

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Martedì, 24 Gennaio 2006

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Primum vincere, deinde philosophari

Archiviato in: Metodo — francesco @ 13:25
L’inammissibile è ormai ammesso. Si potrebbe definire così il 68 berlusconiano. Al posto della famosa risata che avrebbe dovuto sommergere la "borghesia", questi dodici anni di nuova destra hanno sostituito il sorriso posticcio di chi si è salvato da quella risata che preannunicava il diluvio. A quel sorriso va attribuita l’intenzione di Berlusconi e di tutto il centro destra di allontanare lo spauracchio delle elezioni. Solo l’Udc ora dice di non stare più al gioco. I media parlano di scontro istituzionale e il cavaliere definisce tali affermazioni: "pure stupidaggini". Dal suo punto di vista, ha ragione. Primo perché per Berlusconi non esiste altra istituzione al di fuori della sua, che essendo eletta direttamente dal famoso popolo, trarrebbe tutte le prerogative per essere esercita a piacimento del premier. Secondo perchè l’essenza del berlusconismo è la progressiva esautorazione, se non eliminazione, di ogni istituzione al di fuori di quella che riceve quel mandato. Così: salvo lui, salve pure le sue aziende e tutto ciò che da esse dipende. E’ proprio questa spregiudicatezza offensiva e spesso insultante che spaventa le cancellerie europee (e molto meno la diplomazia americana).
La democrazia per Berlusconi (e la sua coalizione) non ha niente a che fare con Tocqueville e la tradizione del pensiero liberale. Oggi ne abbiamo la dimostrazione più lampante. Assomiglia molto di più a un mussolinismo dal volto umano, corretto e perfezionato da una democrazia controllata dai media sotto il suo diretto o indiretto controllo. Gli italiani non leggono Tocqueville. Ed è per questo che il modello piacque agli italiani dieci e cinque anni fa. Li rassicurava, mentre li spingeva a osare di più, a sentirsi più liberi di fare come gli pareva. Ogni cosa o quasi era ammessa purchè rendesse felici e soprattutto ricchi. Lui era il modello da imitare. L’intelligenza doveva essere sospesa dalle vicende noiose della politica e spesa per altro. Si aggiunga l’essenziale piacere della parola in libertà, quella che si può ritrattare subito; che si è detta per ironia, quando l’ironia non l’ha capita nessuno. Un piacere per pochi, per quei pochi che hanno accesso garantito e costante ai media. Non è la stessa identica cosa che accade nei reality show?
Che cosa sarebbe di Berlusconi e della sua destra se i media decidessero che da oggi in poi si scrive solo di programmi, che la dialettica politica si fa a due e senza monologhi o boutade, oppure semplicemente diminuisse l’intensità nel descrivere le cose del palazzo?  Il fatto è che i media non hanno il potere che si dice, almeno in Italia. Lo avessero, la politica sarebbe meno invadente. Ma ad essa sono debitori e quanto più questa è spregiudicata, tanto più questa ha il sopravvento e riduce i media a dei bollettini, in cui la riflessione sugli eventi è poca cosa.
Ad ogni modo, dopo cinque anni  di cura, i risultati a riprova della bontà di questi comandamenti, sono stati oggettivamente scarsi.

A ben guardare questa destra rischia grosso a mettersi contro il presidente della Repubblica, non solo perché anch’essa lo ha votato sette anni fa, e neanche perché solo un mese fa gioiva, (prevedendo e spingendo per la controfirma sulla nuova legge elettorale) che lo avrebbe pure rivotato per un secondo mandato, con la sola eccezione della Lega.
Rischia perchè Ciampi è rassicurante, non è mosso da alcuna ambizione politica personale e perché gli italiani sono ancora decisi a voltare pagina.
Rassicura dove Berlusconi minaccia la guerra. Ora però Berlusconi è costretto a vincere questo scontro senza avere alcuna garanzia che un rinvio della data delle elezioni possa risultare effettivamente d’aiuto a vincere le elezioni. Se il rispetto di una regola lo dovesse inchiodare a una sconfitta, la sconfitta peserebbe doppio. Non è moltiplicando le battaglie che si vince una guerra.
Infine, se i treni arrivasero in orario, se gli stipendi fossero decenti, se le banche fossero oneste, se le pensioni non apparissero ormai come un miraggio, se il Tfr non sembrasse solo un’altra torta di denari da spartirsi tra assicurazioni amiche, se gli aeroporti scioperassero solo sotto le elezioni, se Alitalia non fosse in crisi da almeno quattro anni, se non si continuasse a dire che tutto va bene e se va male è solo colpa delle menzogne, se è sempre colpa degli altri: i cinesi, l’euro, l’ostruzionismo della sinistra (che è minoranza in parlamento), questa partita semplicemente non si giocherebbe. Purtroppo essere un factotum, magari moderno, è sempre rischioso. Ma questa è stata la scelta di fondo, ribadita dall’attivismo egotico e tutto elettorale di questi ultimi due mesi.
Portare Ciampi nell’agone politico, inoltre, significherebbe riconoscere un ruolo a chi fino a poco tempo prima non ne aveva per "statuto ideologico". 
Il ché non significa che la partita elettorale sia finita. A destra vincere è ancora una questione d’onore. A sinistra è da sempre una questione politica.  

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Lunedì, 23 Gennaio 2006

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Silvio Tarokk

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 19:42

Con le telefonate è andata male, ora ci provano con i manifesti.
Forse ne riderà solo la mamma del premier. 
Intanto, lui è già un incubo. Manca solo l’annuncio di Emilio Fede come scrutatore unico.

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Sabato, 21 Gennaio 2006

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Berlusconi, dia tregua almeno il sabato !

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 20:33

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Il sistema delle cooperative «è un sistema che non può essere tollerato». Lo ha detto Silvio Berlusconi a Firenze.
Ma non glielo poteva dire quando la Lega delle Cooperative firmò il Patto per l’Italia?
E ancora: « è risaputo che il sistema delle Coop ha fatto venir meno tutti i debiti del Pci».
E’ ancora più risaputo che fu proprio Consorte a rifiutarsi di ripianare il debito dell’Unità e salvarla dal fallimento.

Onorevole Berlusconi, è sabato. Domani mi tocca anche andare a lavorare. Facciamo er patto de noantri: almeno  per il fine settimana la smetta di sparare cazzate!

Utile da leggere, anche se non sei Berlusconi:

«In Europa, il credito cooperativo, formato da cooperative e da istituti bancari di proprietà di cooperative, comprende circa 4.200 Banche con quasi 51mila sportelli, poco meno di 38 milioni di soci, oltre 103 milioni di clienti, circa 450mila dipendenti e una quota di mercato che si attesta, in media, sul 17%»
[ Dati tratti dal sito di Unico Banking Group] (continua)

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Venerdì, 20 Gennaio 2006

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«Mi farò tramite…»

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 13:36

Il segretario generale del Cesis Emilio Del Mese avrebbe pronunciato le testuali parole riportate nel titolo del post, dopo l’attacco durissimo di Massimo Brutti al Presidente del Consiglio durante la seduta del Comitato di controllo dei servizi segreti (che si dovrebbe riunire in segreto). Documenta tutto il Corriere.
«Mi farò tramite…» avrebbe affermato Del Mese. Sì, ma con chi? Semplice: «con tutti gli apparati che sono al servizio della Repubblica e hanno l’obbligo di rispondere con un "no" a chiunque chieda loro di venire meno ai propri doveri istituzionali». Ecco. Anche se Del Mese non avesse pronunciato quelle parole, solo il fatto che uno come Brutti abbia pronunciato le sue, getta una luce sinistra sulla vicenda mediatico-politica delle ultime settimane.

Personalmente non ho mai fatto politica in modo professionale. Però mi piace vincere, anche se gioco a briscola. Ma se, giocando a briscola, per vincere trucco le carte in tavola, i casi sono due: o il piatto è altissimo, oppure sono pronto per un reparto neurologico.
Mutatis mutandis, secondo me Berlusconi non è da ricoverare. Se arriva a barare vuol dire che il piatto è così alto che noi non possiamo neanche immaginarlo. Per un uomo che potrebbe vivere dieci vite come un miliardario, la spiegazione di tanto ardire per una battaglia politica va trovata altrove. Il Watergate non è solo un’altra cosa, al confronto è già una piccola cosa.
Non basta a spiegare il senso della partita né la passione, né lo smodato desiderio di vittoria.

E’ lo "smodato" modo di arrivarci che richiederebbe una spiegazione. Non è possibile che i servizi o altre strutture dello Stato si mettano al servizio di una parte politica e che tutto si spieghi tautologicamente con una semplice "mano" da dare a questo o quel leader politico. Brutti ha praticamente minacciato una crisi istituzionale, come se fossimo davanti a un golpe.
Perché perdere un’elezione dovrebbe costituire la fine del mondo per un uomo come Berlusconi?
Infine: dentro e fuori la sinistra per una telefonata è successo un casino dell’ottanta. A destra si preferisce continuare a tenere la testa sotto la sabbia. Sulle famose "palle", del cui possesso la destra si sciacqua la bocca ogni giorno, non possiamo fare conto. Sono sempre avvolte nella solita ombra, per di più stregate dal  miraggio che qualche briciola di denaro, proveniente dal cielo immobile berlusconeo. possa finire sulle loro teste. Teste poste, senza bisogno di specificare troppo, sempre poco sopra le famose "palle".  

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Giovedì, 19 Gennaio 2006

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+ 6%

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:54

Bottone Caspita ho una pagliuzza nell’occhio realizzato da Cima A.I.U.T.O. Associazione Italiana Uomini Troppo Oppressi

Dall’ultimo sondaggio di Repubblica sembrerebbe di intuire che gli italiani intendano comunque voltare pagina. Allo stato attuale i sondaggi indicano una tendenza da predere con le debite molle. La campagna elettorale non è ancora ufficialmente iniziata e i giochi sarebbero sempre e comunque aperti, caso Bpi -Unipol-Hopa o meno, almeno fino a metà marzo. Il caso Consorte non è formalmente chiuso, e la manina contro i Ds, con il suo tempismo e la sua eccezionale efficienza pare eccedere per essere considerata seria. Le analisi e le spiegazioni di Klaus Davi (segnalate da Marco) sull’effetto boomerang della campagna del Cavaliere contro i Ds, le condivido, purché non costituiscano le premesse per una dormita generale sugli allori, ancorché pieni di spine e ansie.
Davi suggerisce di occuparsi dei problemi concreti della gente, ma sembra scettico sulla svolta alle "zucchine" da parte dei leaders dell’Unione. Berlusconi, dal canto suo, spera  nell’incapacità del centro sinistra di uscire con un colpo di reni da questa situazione di oggettiva difficoltà mediatica, insieme con l’obiettivo di non far dire all’opposizione il suo programma elettorale, sia occupando i media, sia rendendo impossibile un dibattito serio su di esso. Qualunque atto di disturbo e di pressione a quel fine è in questo senso lecito.

Molto modestamente, avrei da suggerire alcune delle circostanze che, secondo me, impediscono e impediranno che lo scandalo Bpl-Unipol-Hopa raggiunga l’apice emotivo e "rivoluzionario" di Mani Pulite, cioè la sua percezione "nazional-popolare" (almeno fino al 9 aprile).
Ad oggi manca la molla scatenante dell’odio "etnico" che caratterizzò il risentimento popolare di allora. Nel mirino c’era un intero ceto sociale, avvertito come "alloctono", incapace di stare dietro le esigenze di un’Italia alle prese con grandissimi cambiamenti economici e culturali. La scoperta del sistema delle "tangenti di massa" ad appannaggio di una classe politica avvertita già come lontana dal paese, fu la scinitllla su una miccia accesa. La vicenda Bpl-Unipol-Hopa non presenta fenomeni corruttivi che tocchino il sistema della rappresentanza. E quelli che presumibilmente vi sono, riguardano alcuni o molti furbetti del quartierino. Neppure si potrebbe paventare un risentimento generale da correntista da scagliare contro i Ds, avvertito invece come condizione generale e da grande tempo preesistente, ora che anche l’Antitrust ha messo in moto la sua macchina per accertare il furto perpetrato dal sistema bancario agli italiani come prassi generale, irriducibile invece a pochi famelici furbetti.
Inoltre, non c’è un attore sociale, o gruppo, o partito che faccia da cassa di risonanza e possa candidarsi a prendere il posto di chi lo ha tradito. Non ci sono outsiders e, qui viene il bello, non ci sono più moralmente superiori che possano sobbarcarsi il carico di verginità che il caso eventualmente richiederebbe. Non si vede, infatti, l’evenienza catastrofica che determinerebbe un simile avvicendamento: il travaso di voti e il cambio di rappresentanza accade già, e dentro le medesime coalizioni. Parrebbe infatti che sebbene il sistema sia tornato "proporzionale ", gli italiani ragionino maggioritariamente, limitandosi a spostare le proprie preferenze dentro il medesimo contenitore. E anche una legge ad coalitionem potrebbe rivelarsi un fiasco per il Cavaliere e un’ulteriore segnale di debolezza.

Infine, non mi preoccuperei troppo del ritorno in tv del "martire Santoro". Se non sarà, come non sarà, strategicamente serio polarizzare l’attenzione su Berlusconi, per non "oscurare i problemi del paese", se quello che si legge è vero, Santoro non potrà "nuocere" più di tanto, considerato lo stato d’incertezza della sua messa in onda. In realtà quello che deve fare ora il centro sinistra, Prodi in testa, è dire come intende risolvere i problemi del paese e non solo elencarli, tenendo conto che se "fra gli unionisti non «fa fino» discutere di ortaggi" (in aumento)  è certamente vero che "alcuni di loro in questi anni al mercato non ci sono mai andati". Forse solo perchè sono passati alla coop e non se ne devono certo vergognare ora.

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