Alberto spera che questo sia il suo ultimo Natale italiano. Ormai, ordina i suoi desideri come fa con i tegami e le casseruole appesi ai ganci della griglia ikea della cucina, e questo avrebbe deciso di metterlo, se potesse, in evidenza, in modo che si veda appena entrato dalla porta della cucina e anche dal salotto: lo laverebbe tutti i giorni, da qui al 25, risciacquandolo per bene con acqua calda e sapone all’arancia. Vorrebbe lo vedessero anche Babbo Natale oppure la Madonna perchè esaudissero, uno o l’altro, i suoi desideri. Ma non sa se la Madonna passerà dalla cucina per Natale e ci sono pure dei dubbi che passi Babbo Natale, perché si sa che Babbo Natale esiste solo se hai sfornato figli con un’intelligenza superiore alla media applicata alla famelicità che gli hai trasmesso.
Avere paura a Natale è un sentimento nuovo per Alberto. Porta male, probabilmente, ma questi quarantaquattro anni gli sembrano ora più leggeri del previsto. Non è vero che la leggerezza è un sentimento sempre gradito. Questa gli provoca un respiro affannoso e gli annebbia la vista. Affiora in superficie e si porta la tentazione di frugare all’indietro, guarda con uno sguardo che ancora non conosce che cosa è successo fino ad oggi e non sa che cosa dirgli. Paura: sottile ed euforica, accompagnata e controllata da una boccata di fumo e dalla momentanea concentrazione sul rumore sbrigativo dell’accendino. La pazienza che arma le dita sulla tastiera smonta ogni conclusione al ragionamento. Da un aborto all’altro: Alberto vuole andare via dal suo paese. Vuole cambiare pelle, cittadinanza, anima. Si vergogna di vivere qui, e anche di pensarlo. Non ne può di questi modi, della sua vita da monaco dell’ordine degli inutili. Meglio esule volontario, senza più la responsabilità di un tempo che appartiene a una geografia da cancellare. In quel caso si può accettare di tutto, anche quello che qui più si odia. Un natale di pace, finalmente, questo gli servirebbe.
Ci sono molte probabilità che di questo gesto non compaia neanche un timbro sul passaporto. E’ facile cambiare identità. Non servono plastiche facciali per spiare quell’estraneo che ci ha convinto per troppo tempo: oggi basta muoversi come un ticomane ossessivo fino a non capire più bene chi si è e da dove si viene. Ma se vuoi maggiore dolcezza basta assumere un solo tic alla volta e starci bene come in un vestito nuovo. Molti lo fanno.
Alberto vorrebbe pensare a tutto ma non ci riesce. Il sogno della fuga volontaria lo prende per la gola e confonde il sapore della Camel con il gusto del racconto, già raccontato, smontato e rivisitato in ogni lettera.
Se a trent’anni fosse stato più intelligente sarebbe scappato in Gran Bretagna, in Francia, in America, altrove. Ma l’Europa, Erasmus e il mondo in carne ed ossa ancora non esistevano: l’estero era l’esotismo di un viaggio dei sogni, di una vacanza costosa; l’inglese un modo chic per leggere Wallerstein o Bertrand Russell in lingua originale.
Soprattutto bisogna essere ovunque fin da bambini per prendere un aereo e non sentire il rumore del ponte che crolla dietro di sé. Non poteva capitare a lui, che a cinque anni era caduto dal muretto alto venti centimetri venti, di fronte a casa sua, mentre dava la mano a sua madre, procurandosi la prima cicatrice della sua esistenza. Ma bisognerà rinascere un’altra volta con meno orgoglio della propria timidezza.
E’ un’attitudine l’esilio: a vent’anni lo puoi chiamare - e vivere - sotto il segno dell’avventura o del coraggio, a quaranta come un destino, a cinque, però, non dovresti inciampare mai. Lo impensieriva il tempo che si presenta così leggero, prende per mano, accompagna probabilmente per sempre, senza più la stretta di una mano amica come quella di sua madre, che ancor meno avrebbe potuto fare ora, contro questa speciale forza di gravità, come nulla potè fare allora, sana e forte, quel giorno di quarant’anni fa, di fianco al primo muro.
Credeva di avere qualcosa da fare qui, prima. Cambiare la propria vita e anche quella degli altri, appiccicato a un sogno appiccicoso. Pensava: un lavoro qualsiasi, pur di poter vedere e capire in santa pace. Questo è fare quello che desidero. Invece arriva un lavoro innovativo, di quelli che ci si realizza, una promessa di esistenza, essere al centro del mondo che cambia, tutto in un badge. Poi, un gorno basta, più niente. Si ricomincia: decisione presa. Chi sono io ora, si chiedeva Alberto? Quello di prima, di oggi, di poi?
Se tornava indietro per cercare di afferrare il momento delle scelte, di ricordarne le motivazioni, le volontà manifeste che contraddicevano il progetto originario, non coglieva l’attimo. Era questo che lo sconfortava. Dov’era e chi era quel lui che decideva sì e no? Tutto era sommerso dal rumore indistinto dei fatti che si affollavano su quel ponte robusto e resistente ai suoi passi. Quasi quasi ci si riaffezionava a quelle travi sconnesse e percorse miglia di volte fino alla nausea, quasi gli ritornava la voglia di scriverne con nostalgia.
Ancora doveva viverla quella vita, invece, per sapere quanto poteva essere duro un Natale, uno dei migliori della sua seconda, terza o forse quarta vita, guardando i costosi regali alla famiglia, considerando le sicurezze e la caldaia nuova di pacca, sparata a manetta mentre sente freddo al risveglio. In più, senza comprendere il senso di tanto rimorso nel rimuovere il sapore acre della notte e salutare il nuovo giorno.
Quanta illusione, però. Fare tanta strada per sentire che si sognano sempre e solo i sogni che si sognavano a sedici anni e che questi resistono al mondo, alla dannazione della storia, alle sbadataggini della propria vita e dei propri sconnessi sentimenti. Poi, arriva un momento che questi riemergono in forme nuove, si prendono una rivincita, ti spingono laddove non avevi mai osato prima. Sono la rivincita sul primo inciampo: loro non se lo scordano mai.
Vattene, dicono, prepara bene le mosse, come se la rivoluzione si potesse progettare davvero a tavolino, Questa volta sì, si può fare. Guardati intorno: è Natale, non avere paura.