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Sabato, 31 Dicembre 2005

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Di Canio è più onesto

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 17:15

Alemanno voleva forse pagare la multa a Di Canio, il poverino che si fa organizzare una colletta a fini politici per via della sua emiparesi all’emisfero parietale destro che gli provoca riflessi condizionati al braccetto.
Ma poi ci ripensa perché gli ebrei lo implorano di non versare denaro all’infausta causa. Potrebbe perdere il voto degli ebrei - accidenti - se si candidasse sindaco di Roma con quel popo’ di fattaccio vergognoso sul groppone!
Allora il ministro concorda con Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, affinché "la politica non inquini lo sport". Quindi, non verserà oboli. E così questo sarebbe il caso in cui la politica inquina lo sport. Berlusconi invece lo sport lo avrebbe bonificato. Alemanno sindaco non lo diventerà mai, ma in compenso è già il re della notte in cui tutte le vacche sono grigie, ora che il nero non è più di moda. Un braccio teso o un pugno chiuso pari sono. Di Canio mi sembra solo un minus habens più onesto del ministro.
Sorge però un dubbio che guarda in tutt’altra direzione: ma gli ebrei non potrebbero semplicemente mandarlo a cagare? o ignorarlo? non andarlo a votare senza tirarlo per la giacchetta? Di che cosa ha bisogno Pacifici per capire che la vicenda Di Canio è una fesseria?
Si farà sentire il Pacifici quando la futura equiparazione dei repubblichini di Salò agli uomini e alle donne della Resistenza sarà legge? 
Urlerà il Pacifici e con lui le comunità ebraiche italiane l’11 gennaio quando la maggioranza di centro destra con un provvedimento ad hoc riconoscerà lo status di belligerante ai traditori repubblichini, complici dei massacri e delle deportazioni naziste, e gli verserà a titolo di riconoscimento una pensione?
Me lo auguro e con lui mi auguro non ci sia solo l’Unione, già pronta a dare battaglia, ma tanta gente normale che ritiene utile proprio sul finire di questa legislatura far capire bene che la repubblica italiana non legalizza il fascismo in nessuna maniera, tanto meno en passant.

[Oggi è capodanno e non è il giorno adatto per lanciare appelli, ma quasi, quasi, la mattina dell'11 davanti a Palazzo Madama non ci starebbe male una bella manifestazione... ]

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L’anno che se ne va

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 11:01

L’unico risultato personale veramente super di quest’anno è il numero di libri letti (e riletti): settantadue.
Davvero non ho avuto un bel niente da fare se ho collezionato una media di lettura di un libro ogni cinque giorni, senza essere un disoccupato, unos tudente, un critico letterario o un intellettuale. Una fortuna, si dirà.

In realtà il tempo libero è un’atrocità senza senso in un mondo in cui ognuno di noi è schiavo di un lavoro che ha o che non ha e sentirsi inutile è un lusso fuori dal mercato delle considerazioni. Anche quest’anno così, ho affogato il mio senso di inutilità nell’utilità presunta dei libri che ho comprato e aperto. In silenzio, per non destare sospetti.
Se alle delusioni che non riesco a lasciarmi fuori dalla porta di casa, se alle emozioni troppo forti che non riesco a portarmi dove vorrei, devo trovare un luogo perché si distendano e al tempo stesso ridestino e ricollochino le cose che incrociano i miei occhi, un libro è quello che spero di trovare tutti i giorni nella mia borsa prima di prendere il treno o per qualsiasi altro pretesto.
Spero di scriverne uno anch’io l’anno prossimo, ma non da mettere in vendita per diventare uno scrittore. Il libro che mi interessa non ha pagine e non ha capitoli, semmai è un capitolo nuovo della mia esistenza con il quale coltivare almeno l’impressione o l’impostura di servire a qualcosa mentre guadagno i miei soldi per campare. Ci sono vuoti che neanche cento libri potrebbero mai riempire. Come è giusto che sia. Ma ci sono cose che solo la compagnia di un libro può dare: e io non chiedo di più.

p.s: Ho visto anche un centinaio di film, tra dvd, divx e proiezioni in sala, ho scoperto e riscoperto musica nuova e di alcuni anni fa.
Davvero non ho avuto un bel niente da fare.
Se dovessi perdere certi vizi, vi avviserò. Però, voi non preoccupatevi. Ci penso da me a disabituarmi.
Buon Anno.

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Giovedì, 29 Dicembre 2005

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I filosofi fanno i gargarismi?

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 22:12

Non so se avete visto lo spot della Storia della Filosofia dell’Espresso. Quello in cui un ragazzo sussurra da vicinissimo penso dunque sono alle fanciulle body guard e raggiunge una giovane donna seduta che si china per sentirsi mormorare all’orecchio, carpe diem. L’espressione delle donne mi ha parecchio incuriosito: al passaggio del pensatore sono ipnotizzate, quasi catatoniche.
Però, ’sta filosofia - uno pensa - fa più vittime dell’alitosi.

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Mercoledì, 28 Dicembre 2005

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Fassino non deve sapere

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:11
Le cose si stanno chiarendo. Ai Ds le intercettazioni stanno portando persino bene. Forse anche in modo eccessivo  e per alcuni - vedrete - sarà insopportabile. Perché Fassino, noto come un tipo che fin dai tempi in cui era segretario della Federazione del pci torinese, s’ incazza facendo volare posaceneri, è un tipo che cerca di capire, sente il peso di una responsabilità. Sembrerebbe.
A parte i conti in tasca che Statera  oggi su Repubblica fa ai Ds, elencando personaggi e passaggi pubblici e chiari delle operazioni di risanamento delle finanze di partito, riprendo le tesi del mio post sul potere esercitato dalle Coop nei riguardi dei Ds. Allora pensavo ci fosse un aspetto discutibile dell’operato di Consorte, che richiamava la responsabilità di un partito di sinsitra che si vuole ancora "grande", anzitutto per la volontà di rinnovamento e il suo bagaglio etico.
Dalle intercettazioni ne salta fuori un’altra, che ne è il pesante corollario. "Niente, niente Gianni [Consorte], niente…". A Fassino è meglio non dire niente, raccomanda il tesoriere dei diesse Ugo Sposetti.
Insomma, siamo al punto che al segretario del partito di riferimento il tesoriere di quello stesso partito - quello che intrattiene i veri e qualificati rapporti con il rappresentante di un ente amico e finanziatore - può anche tacere, e invitare a tacere, su un’operazione finanziaria e economica, destinata a cambiare un pezzo del capitalismo italiano dimenticandosi che quel segretario, neanche volendo, lo si potrà esentare dalla responsabilità politica dell’operazione o da ricadute negative della vicenda.
Ora, sorvolando sulla questione politica del capitalismo decrepito di questo paese che D’Alema, Colaninno e i "capitani coraggiosi", volevano sollevare e con giustezza, e anche senza farsi prendere dallo sconforto per l’ennesimo fallimento puzzolente di inciuci e camarille, il problema etico ora è anche dentro i Ds.
Prima di sentir urlare allo scandalo qualche minus habens come Gasparri o di veder passare dalla cicoria alla storia un impostore come Rutelli, sarebbe bene che Fassino, prima della mezzanotte di oggi, cambiasse almeno il tesoriere. Lo deve a chi lo voterà e anche a chi crede nella cooperazione.

Dopo di chè, se proprio non riuscirà a costruire un capitalismo attivo e dirompente, potrebbe sempre  dedicarsi, appena possibile, a costruire uno Stato efficiente e virtuoso. E già che c’è, anche un partito.

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Martedì, 27 Dicembre 2005

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Il dono della morte

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 10:25

Mentre ero lì, chino col capo sul libro, ci pensavo: leggere Il diritto di morire il giorno esatto di Natale. Non sono superstizioso, ma non ho potuto fare a meno di pensare che anche quello di Umberto Veronesi sia stato un dono di umanità. Ancor più umano perché scelto un’ora prima in modo non casuale, in un giorno che nel momento esatto della scelta era veramente a caso.
Si tratta di una lettura utile, semplice e coraggiosa. Perché in questo paese in cui si lanciano moniti contro la tecnologia fini a loro stessi, ci si inchioda al silenzio ipocrita e tecnologico di una macchina che tiene in vita Eluana Englaro, e tutti pensano che la coscienza sia al posto giusto.  Lo dice anche il Papa. 
In nome di una vita che esiste troppo e solo nelle astrazioni di chi crede di non avere già superato la propria atrofia spirituale raccomandando agli altri - non si sa bene da quale pulpito - ritorni a purezze inesistenti, il libro affronta senza mezzi termini il tema della morte in una cornice giuridica, filosofica e spirituale di grande respiro. L’eutanasia - afferma implicitamente Veronesi - è diventata la cartina di tornasole del nostro modo di pensare e vedere la morte. La abbiamo allontanata da noi, medicalizzata, affidata a specialisti che se ne occupano come routine. Esiste una civiltà che non affronta la morte come evento collettivo?
Chi è atrofico? Chi decide di morire senza sofferenza in un atto di autodeterminazione e coraggio che dovrebbe essere normale oppure chi - per non scegliere e non far scegliere - delega alla tecnologia di un tubo per la nutrizione artificiale o a una macchina cuore-polmone il proprio spirito e quello di uomini e donne senza speranza alcuna? 
Veronesi risponde a queste domande lucidamente e con la serietà di un uomo e di un cittadino consapevole, qualità imprescindibili per essere qualsiasi cosa - medico, avvocato, funzionario o poliziotto - in una società dove vige il principio dell’autodeterminazione e della libertà.

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Venerdì, 23 Dicembre 2005

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Buon Natale

Archiviato in: Blog & similars — francesco @ 1:55

Ho trascorso un anno di attese e il blog mi ha fatto compagnia. Sto sempre aspettando, e come spesso accade le attese da una diventano due, poi tre, poi tante, almeno quanti sogni ad occhi aperti hai provato a fare. 
Però ho scoperto che il blog può essere fedele più di un cane, anche di quelli difficili: come un rotweiller che ogni tanto ti preoccupa.
E questo in definitiva è un bene. Vuole che scrivi e anche se ti senti un po’ schiavo, ti predisponi a farlo. Ci sono schiavitù assai peggiori. Quella del blog è di tipo adolescenziale e per chi adolescente non è più, riscoprirla è quasi un piacere.
Se il tempo diventa pesante, il blog diventa un buon pretesto per alleggerirti da quello che pesa per la sua assenza.
Invece il blog c’è e ci siete anche voi. Due certezze di questi tempi sono grasso che cola.
Ecco perché Buon Natale.

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Giovedì, 22 Dicembre 2005

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Extra Virgin

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:52

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I cattolici di tutto il web insorgono contro questa immagine della Madonna rivestita di un velo in lattice che  in tutto e per tutto è un preservativo (con tanto di serbatoio dello sperma, posto alla sommità del capo). Responsabile dell’atto blasfemo è America, la rivista dei gesuiti americani che ha messo a disposizione l’"opera" e pubblicato l’immagine pubblicitaria alla vigilia della Festa dell’Immacolata Concezione.
Si vede assai poco, ma bisogna dire che se questa è arte, l’intento non sembra essere andato a buon fine. E’ abbastanza basso il profilo artistico, l’immagine scolpita al di sotto del velo sembra essere assai convenzionale, non si vede niente che renda veramente "nuovo" il soggetto.
Sposando la profanazione del simbolo, l’impatto generale sembra più una mezza scorreggia, che una prova artistica di livello. Forse si tratta solo di una provocazione, ma ben riuscita, giocata anzitutto dentro il mondo cattolico, con i più integralisti all’attacco che mostrano un’irritazione quasi morbosa. Si alzano fortissime le accuse di blasfemia ma anche si sposano tesi che lasciano intendere come la questione sia di fondo e attraversando il mondo cattolico riverberi le sue conclusioni su vicende di ordine culturale e morale che invece interessano tutti. Altrimenti non si spiegherebbe l’accostamento tra l’immagine della Madonna in oggetto, con il fatto - presunto o meno che sia - che un collegio gesuita sia il miglior posto per trovare un compagno gay. (Faccio riferimento a un solo blog ma ne ho trovato altri che hanno impostato la polemica in modo identico).
Spiegazione? Il nesso tra le due cose sembra essere stabilito dal disordine morale dell’omosessualità, segno indiscutibile della penetrazione delle tenebre nel tessuto puro del cattolicesimo, insinuatosi così profondamente nel clero americano - reo di avere posizioni più aperte in materia sessuale e non solo della Chiesa romana - da averlo reso irriconoscibile e blasfemo tout court.
Che si tratti di una parola d’ordine e non di un isolato svarione è confermato dall’uso di simili argomenti e toni indignati (con quel tanto di sgangheratezza che non guasta mai), anche da parte di Vittorio Messori che dice la sua oggi, sul Corriere. Lo scrittore allarga i confini dell’esecrazione rivolgendosi, addirittura, a tutta la Chiesa cattolica americana - da sempre autonoma da Roma - definendola come "ridotta alla bancarotta economica e all’esecrazione unanime da un clero cui troppo spesso, pare, piace palpeggiare i genitali dei seminaristi".
Di nuovo sbuca il collegamento tra il gay e l’oscenità dell’immagine prodotta, ridotta così a pretesto per una scomunica senza appello. Il clero americano, non quello europeo, ne è responsabile per intero, perché qui in Europa ne abbiamo uno perfetto, rispettoso dei precetti episcopali. Da questo ribadire un’ossessione incomprensibile, viene il dubbio che una minoranza, quale quella gay, venga adoperata per risolvere "politicamente" anche la questione ben più seria e scottante della pedofilia, praticata nell’omosessualtà, ma molto più nell’eterossessualità, allontanando il sospetto che questo accada anche qui da noi dove vigerebbe invece la norma. Norma che accomuna una devianza a una scelta di orientamento sessuale come se pari fossero (scarica da qui il documento dalla rassegna stampa dell’archivio del novembre 2005, in cui si fa accenno alle affermazioni del Cardinal Tonini al proposito).
Insomma, si può essere d’accordo sulla bestemmia insita nell’immagine, non solo in senso cristiano, ma anche artistico, perché nella sua provocatorietà l’associazione tra l’oggetto profano e il simbolo sacro  non aggiunge un solo significato o una sola emozione nuova a ciò che separatamente essi hanno in sé medesimi, e si può convenire perciò, sul suo contenuto esteticamente osceno.
Ma l’estetica è disciplina e categoria seria che ha a che fare con l’osceno in ogni sua parte e pure con la ricerca estenuante della verità. Non la si può utilizzare impunemente. Così se alla bancarotta morale del clero cattolico americano - sempre secondo Messori - farebbe seguito quella economica, si imputi loro pure l’assenza dell’8 per mille e di altri collateralismi economici come peccato mortale, ma si chiarisca che essere gay non significa essere pedofili solo perchè la Chiesa non accetta che i primi possano diventare sacerdoti. E non ci si faccia prendere la mano mettendo in relazione un’oscenità con una scelta sessuale.
Il pensiero corre subito alla considerazione di una prurigine ossessiva che trova ogni pretesto per autoalimentarsi, nell’ impossibilità di  frenarsi, proprio mentre se ne documenta la presunta diabolicità, con il rischio di ottenere risultati opposti a quelli desiderati.

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Mercoledì, 21 Dicembre 2005

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Huntingtonismo all’italiana

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 9:50
I continui riferimenti del Presidente del Consiglio al fascismo dal volto umano, sono da prendere molto sul serio. Sono speculari alla concordanza di idee tra lui (fino a poco tempo fa sedicente oppositore solitario alla guerrain Iraq) e Bush, secondo le quali idee "non si può combattere il terrorismo con il codice in mano".
Non si tratta di una strizzata d’occhio alla Mussolini o ai fascisti sempre verdi di An. I discorsi si tengono bene assieme e, a mio parere, fanno parte della strategia con la quale il premier accredita come suoi, quei valori tradizionali, veramente italiani e anche fascisti, cui molti pensano di doversi rifare in tempi di crisi d’identità per contrastare ogni sorta di relativismo e arginare il furore ideologico di civiltà aggressive.
E’ l’huntingtonismo all’italiana. Un miscuglio tra Spencer (Bud) e Pera, con il quale si ricava rozzamente dalla  discutibile ma eccellente e documentatissima analisi dell’americano, una sorta di vademecum di parole d’ordine da impartire al popolo, senza far mancare il proprio personale appoggio a una "persona per bene", il ragaaaazzo Paolo Di Canio, vittima dell’equivoco, in realtà solo colpevole di essere comprensivo e compiacente i gusti dei suoi tifosi.
In realtà il liberalismo di Berlusconi è il liberalismo di questo paese ed è troppo tardi per cercare di averne uno differente. Per i prossimi dieci anni almeno terrà banco e ci si dovranno fare i conti. Ad esempio da oggi in poi sarà definitivamente impossibile sentire da un liberale italiano, l’ammissione dell’esistenza di un piano organico e strategico che portò alle atrocità dei repubblichini di Salò insieme con i nazisti, durante la ritirata di questi ultimi.
Quasi a voler rendere queste affermazioni più chiare arriva, inaspettata, l’intervista a Gino Paoli. Anche lui come De Gregori e Pasolini, ha avuto vittime infoibate. Eppure, come gli altri due, non ha mai smesso di considerarsi di sinistra. Ha patito la guerra, che odia da pacifista convinto quale è; ancor di più odia le bande, che vede, mutatis mutandis, ma con piena ragione, azzannarsi nella sinistra italiana odierna. Paoli, inoltre, parla dopo anni e anni di silenzio in merito, delle atrocità compiute anche dagli alleati contro le case e le donne italiane e a queste violenze associa per gravità e odiosità quelle dei titini. Considera responsabile la sua sinistra nel silenziare la vicenda delle foibe. Eppure continua a definirsi comunista.
Chi conosce la storia del nostro paese capisce bene da dove provenga questa tensione morale e politica. Basterebbe Gaber a spiegarlo, senza giri di parole e nessun bisogno di ricorrere a compendiose dissertazioni sul carattere nazionale. Il rischio, considerata la situazione politica e culturale italiana nei suoi insiemi, è che si cancelli questa possibilità di comprendere un’appartenenza anch’essa tipicamente italiana, facente parte a pieno titolo della nostra tradizione politica e culturale attuale. Questa si richiama solo parzialmente all’esperienza politica del Partito Comunista Italiano. Semmai si richiama alle intuizioni di un’epoca, di cui quel partito fu co-protagonista, insieme con centinaia di migliaia di persone senza volto, non senza che questi, tutti insieme, siano stati esenti da errori o non si siano macchiati anche di colpe gravi.
Ma bisogna distinguere, compulsare testi, provare a tacere e avere pazienza, rispetto per l’altrui pensiero,  per considerare il carattere umano, anche eccessivo, delle vicende della storia; tutte virtù che l’huntingtonismo all’italiana anti-relativista, non ha modo di prendere in considerazione, impegnato com’è a costruire il mito del pensatore unico. Ma liberale, naturalmente.

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Martedì, 20 Dicembre 2005

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Ultimo Natale ultimo

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 12:00
Alberto spera che questo sia il suo ultimo Natale italiano. Ormai, ordina i suoi desideri come fa con i tegami e le casseruole appesi ai ganci della griglia ikea della cucina, e questo avrebbe deciso di metterlo, se potesse, in evidenza, in modo che si veda appena entrato dalla porta della cucina e anche dal salotto: lo laverebbe tutti i giorni, da qui al 25, risciacquandolo per bene con acqua calda e sapone all’arancia. Vorrebbe lo vedessero anche  Babbo Natale oppure la Madonna perchè esaudissero, uno o l’altro, i suoi desideri. Ma non sa se la Madonna passerà dalla cucina per Natale e ci sono pure dei dubbi che passi Babbo Natale, perché si sa che Babbo Natale esiste solo se hai sfornato figli con un’intelligenza superiore alla media applicata alla famelicità che gli hai trasmesso.
Avere paura a Natale  è un sentimento nuovo per Alberto. Porta male, probabilmente, ma questi quarantaquattro anni gli sembrano ora più leggeri del previsto. Non è vero che la leggerezza è un sentimento sempre gradito. Questa gli provoca un respiro affannoso e gli annebbia la vista. Affiora in superficie e si porta la tentazione di frugare all’indietro, guarda con uno sguardo che ancora non conosce che cosa è successo fino ad oggi e non sa che cosa dirgli. Paura: sottile ed euforica, accompagnata e controllata da una boccata di fumo e dalla momentanea concentrazione sul rumore sbrigativo dell’accendino. La pazienza che arma le dita sulla tastiera smonta ogni conclusione al ragionamento. Da un aborto all’altro: Alberto vuole andare via dal suo paese. Vuole cambiare pelle, cittadinanza, anima. Si vergogna di vivere qui, e anche di pensarlo. Non ne può di questi modi, della sua vita da monaco dell’ordine degli inutili. Meglio esule volontario, senza più la responsabilità di un tempo che appartiene a una geografia da cancellare. In quel caso si può accettare di tutto, anche quello che qui più si odia. Un natale di pace, finalmente, questo gli servirebbe.
Ci sono molte probabilità che di questo gesto non compaia neanche un timbro sul passaporto. E’ facile cambiare identità. Non servono plastiche facciali per spiare quell’estraneo che ci ha convinto per troppo tempo: oggi basta muoversi come un ticomane ossessivo fino a non capire più bene chi si è  e da dove si viene. Ma se vuoi maggiore dolcezza basta assumere un solo tic alla volta e starci bene come in un vestito nuovo. Molti lo fanno.
Alberto vorrebbe pensare a tutto ma non ci riesce. Il sogno della fuga volontaria lo prende per la gola e confonde il sapore della Camel con il gusto del racconto, già raccontato, smontato e rivisitato in ogni lettera.
Se a trent’anni fosse stato più intelligente sarebbe scappato in Gran Bretagna, in Francia, in America, altrove. Ma l’Europa, Erasmus e il mondo in carne ed ossa ancora non esistevano: l’estero era l’esotismo di un viaggio dei sogni, di una vacanza costosa; l’inglese un modo chic per leggere Wallerstein o Bertrand Russell in lingua originale.
Soprattutto bisogna essere ovunque fin da bambini per prendere un aereo e non sentire il rumore del ponte che crolla dietro di sé. Non poteva capitare a lui, che a cinque anni era caduto dal muretto alto venti centimetri venti, di fronte a casa sua, mentre dava la mano a sua madre, procurandosi la prima cicatrice della sua esistenza. Ma bisognerà rinascere un’altra volta con meno orgoglio della propria timidezza.
E’ un’attitudine l’esilio: a vent’anni lo puoi chiamare - e vivere - sotto il segno dell’avventura o del coraggio, a quaranta come un destino, a cinque, però, non dovresti inciampare mai. Lo impensieriva il tempo che si presenta così leggero, prende per mano, accompagna probabilmente per sempre, senza più la stretta di una mano amica come quella di sua madre, che ancor meno avrebbe potuto fare ora, contro questa speciale forza di gravità, come nulla potè fare allora, sana e forte, quel giorno di quarant’anni fa, di fianco al primo muro.
Credeva di avere qualcosa da fare qui, prima. Cambiare la propria vita e anche quella degli altri, appiccicato a un sogno appiccicoso. Pensava: un lavoro qualsiasi, pur di poter vedere e capire in santa pace. Questo è fare quello che desidero. Invece arriva un lavoro innovativo, di quelli che ci si realizza, una promessa di esistenza, essere al centro del mondo che cambia, tutto in un badge. Poi, un gorno basta, più niente. Si ricomincia: decisione presa. Chi sono io ora, si chiedeva Alberto? Quello di prima, di oggi, di poi?
Se tornava indietro per cercare di afferrare il momento delle scelte, di ricordarne le motivazioni, le volontà manifeste che contraddicevano il progetto originario, non coglieva l’attimo. Era questo che lo sconfortava. Dov’era e chi era quel lui che decideva sì e no? Tutto era sommerso dal rumore indistinto dei fatti che si affollavano su quel ponte robusto e resistente ai suoi passi. Quasi quasi ci si riaffezionava a quelle travi sconnesse e percorse miglia di volte fino alla nausea, quasi gli ritornava la voglia di scriverne con nostalgia.
Ancora doveva viverla quella vita, invece, per sapere quanto poteva essere duro un Natale, uno dei migliori della sua seconda, terza o forse quarta vita, guardando i costosi regali alla famiglia, considerando le sicurezze e la caldaia nuova di pacca, sparata a manetta mentre sente freddo al risveglio. In più, senza comprendere il senso di tanto rimorso nel rimuovere il sapore acre della notte e salutare il nuovo giorno.
Quanta illusione, però. Fare tanta strada per sentire che si sognano sempre e solo i sogni che si sognavano a sedici anni e che questi resistono al mondo, alla dannazione della storia, alle sbadataggini della propria vita e dei propri sconnessi sentimenti. Poi, arriva un momento che questi riemergono in forme nuove, si prendono una rivincita, ti spingono laddove non avevi mai osato prima. Sono la rivincita sul primo inciampo: loro non se lo scordano mai.
Vattene, dicono, prepara bene le mosse, come se la rivoluzione si potesse progettare davvero a tavolino, Questa volta sì, si può fare. Guardati intorno: è Natale, non avere paura.

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Lunedì, 19 Dicembre 2005

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Golden boyate

Archiviato in: Metodo — francesco @ 14:52

«A me sembra difficile pensare che [i gay] scelgano un gioco così maschio [il calcio], dai contrasti così decisi». Così sentenziò Rivera al Corriere.it, intervistato dopo l’outing omosessuale di tre giocatori di calcio tedeschi.
Insomma, Alessandro Magno non avrebbe potuto giocare a calcio, perché troppo femminuccia.
Ma Rivera è diventato scemo o si sta preparando il terreno per una eventuale candidatura ai massimi vertici della Federazione gioco calcio in vista di una vittoria elettorale del centro sinistra?
Dietrologia per dietrologia, Franco Grillini, deputato Ds e presidente dell’Arcigay afferma:«In una grossa squadra di serie A del Nord ce ne sono tre». «C’è stato un periodo, nel passato, in cui in una potenza del nostro calcio giocavano sette gay su undici». «Ci sono mogli finte e fidanzate finte, per le quali la copertura è un vero e proprio mestiere». «C’è un notissimo calciatore, ritratto della virilità, che cerca partner omosessuali su Internet e dà loro appuntamento tramite un intermediario». Basta così.
Sì, basta così. E’ più che sufficiente. Siamo al chi l’ha visto (il gay) nel radicamento dell’ostracismo e della finta indifferenza alla questione. A differenza di Grillini che direbbe di saperli riconoscere, a me l’eterosessualità deve far velo, perché non nutro alcun sospetto, ma nemmeno pruderie.
A Rivera, mio mito giovanile, responsabile della mia insana passione milanista, che non capisce "la necessità di sbandierare un fatto privato", invece sembra non bastare. Sarebbe assai meglio non commentare se davvero si pensa di invadere la sfera delle scelte individuali, parlandone. La contraddizione, invece, rivela, che fare "outing" è in certi ambienti italiani solo il primo passo per incamminarci lungo la strada che porta a considerare la scelta omosessuale come un fatto normale, non degno di menzione pubblica o privata, proprio per non discuterne della liceità, sia che ci si riferisca alle scelte di un postino o a quelle di un vip.
Intanto, si parva licet, spicca in modo evidente lo strano asse omofobico che lega la Chiesa cattolica a quella del calcio, patrie indiscusse (fino a ieri) di uomini veri e integri. Vorrà dire qualcosa per il nostro Belpaese?

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