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Mercoledì, 30 Novembre 2005

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Conformismo tecnologico

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:28
Sto cercando di acquistare un cellulare nuovo. Quello attualmente in funzione ha due anni. E’ un Sony-Ericsson T610, perfettamente funzionante, a parte qualche stranezza nel dizionario T9. Non ho una  passione particolare per i cellulari, non mi accompagno con Mp3 (che pure ho) per la strada o in treno, non so che farmene di un Ipod, eppure ho circa 400 cd.  Cambierò il cellulare perché temo che dopo due anni possa lasciarmi a piedi nel bel mezzo di una conversazione e anche per usufruire dei miglioramenti tecnologici occorsi dalla fine del 2003 ad oggi. (Naturalmente non mi è sfuggito il fatto che ancora oggi quel cellulare viene venduto a cifre superiori ai 160 euro).
Alcuni miei amici hanno sì acquistato cellulari nuovi ma senza foto camera e senza video camera spendendo relativamente poco e acquistando comunque un buon prodotto, efficace per l’uso che ne devono fare. Se domani per ragioni assurde e che non conosco, i cellulari dovessero assumere le forme di un bambino di sei anni e la ricarica fosse a pedale, credo che moti di noi rinuncerebbero al cellulare. Anche se la tecnolgia mettesse a disposizione l’utility del forno per pizzette gratis a  pranzo e a cena.

Ogni giorno vado in treno: perché devo recarmi al lavoro. Quasi sempre torno in pullman perché le Fs toscane, le sorelle di quelle piemontesi della Tav in Val di Susa, dopo le 21 e 30 hanno soppresso qualunque treno in partenza da Firenze in direzione Viareggio o Pisa. Costava troppo. Fino alle 5 e 30 del mattino Viareggio si può raggiungere in macchina o a piedi. O col parapendio se le correnti sono buone. L’Arno non è navigabile.
Almeno una volta al mese uno dei convogli che mi dovrebbe portare a lavorare viene soppresso senza preavviso: te lo dicono dopo una mezz’ora quando va bene. I treni hanno tutti un ritardo canonico, nel senso che quando un treno è in orario arriva almeno cinque minuti dopo l’orario previsto e per avere un’idea approssimativa di quando si arriverà a destinazione, bisogna fare qualche calcolo algebrico. Tutti sanno che storicamente alle ferrovie italiane mancano almeno 80 mila kilometri di strada ferrata, inedificabili oggi per assenza di denaro. Così, a volte, per fare trenta chilometri si impiegano cinquanta o sessanta minuti, e centocinquanta possono essere il tragitto di un’odissea.

Se deciderò di acquistare un cellulare lo farò esclusivamente solo con materiale nuovo di zecca, a basso costo e solo per prevenire un disagio. Non intendo seguire una moda, ma il percorso fissato delle mie priorità. E’ quello che hanno fatto molti miei amici. Non è un problema economico perché alcune offerte Umts erano e sono assai più convenienti. E’ una scelta semplice, come semplice dovrebbe essere, e non è,  arrivare in orario al lavoro, puntuale all’aeroporto o a un appuntamento.

I manifestanti NoTav - che sono una bella e consistente cifra - non sono luddisti o comunisti, hanno solo deciso di mettere in piazza altre priorità. Sono preoccupati che alcuni milioni di euro impiegati in una strada ferrata superveloce non cambieranno la loro vita in meglio, ma solo quella di altri che in Val di Susa non vivono. Temono che oltre a non cambiare in meglio il loro proprio destino, la loro valle sia destinata a modificarsi in peggio. Non vedono né necessità, né interesse in quell’opera. Per loro quel progetto è la materializzazione di quel cellulare a forma di bambino troppo ingombrante, che fa le pizzette e che loro non mangiano.

A Parigi le banlieu sono andate a fuoco perché anche le ombre prima o poi nel loro piccolo si incazzano, mentre in Italia un movimento spontaneo e non violento prova a fermare un progetto lontano dagli interessi e dalle prospettive di chi lo deve ospitare. Improvvisamente migliaia di persone escono dall’ombra per urlare disagi molto simili l’uno all’altro. E’ un gesto di testimonianza, niente di più. Ma implora che si riconosca il diritto reale all’esistenza. In Val di Susa ha assunto le vesti pop a anti tecno. In realtà si chiede solo di  non creare  feticci e  nuovi tabù. La tecnologia, insomma, è discutibile. Ognuno di noi lo fa ogni giorno con i propri elettrodomestici.

[Se contiinua così l'Europa dei prossimi vent'anni sarà un ammasso impraticabile di reperti di archeologia industriale con un welfare da morti di fame e una ricchezza distribuita come nel Terzo Mondo. In Italia il più ricco fa già il Presidente del Consiglio e prima di diventarlo non era (ancora) il più ricco]

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Martedì, 29 Novembre 2005

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Il coraggio di non cambiare

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 13:51
Sono almeno otto mesi che le mie energie sono dedicate quasi interamente al desiderio di cambiare lavoro. Procedendo nella ricerca, giorno dopo giorno, mi sono accorto che al desiderio inziale di dare un senso alla parola soddisfazione, cambiando occupazione, il cammino aveva preso il declivio del cambio totale. Cambiare vita, non solo lavoro, andare via, emigrare anche. Condizionamenti vari - la tensione psicologica che mi proviene dal sentirmi un insoddisfatto che cerca di far cambiare rotta al suo percorso, fino alle delusioni provate nella ricerca, senza dimenticare le notizie sullo stato del mio paese - spingevano a nuovi progetti.
Ieri sera un’amica venezuelana, residente alle Canarie, mi ha offerto di seguire due suoi amici in Arabia Saudita. 4000 dollari al mese, compresa l’assicurazione medica, per seguire un progetto di costruzione di una raffineria di petrolio. Non che abbia capito bene il mio eventuale incarico, ma sembrerebbe che dovrei seguire il processo di realizzazione e il controllo di qualità dei lavori, grazie all’ausilio di un software per il quale verrei addestrato sul posto. Naturalmente il lavoro avrebbe una scadenza alla realizzazione dell’opera. Lavorerei con suoi due amici, una garanzia di serietà e comprensione.
Ho risposto più no che sì.
Mi sono quasi sentito in colpa, ma proprio non mi è riuscito di calarmi fino al fondo di questa avventura. Ho fatto richieste di impiego all’estero e sto aspettando che giungano i veri feedback, quelli che fanno ritenere vi sia almeno un vero inziale interesse, ma ho inteso bene che non sto cercando rivincite. Vorrei solo fare altrove quello che non ho potuto continuare a fare qui e che ormai non si ripresenterà mai più se non sotto la forma del miraggio.
Vorrei sentirmi bene: appagato anche soltanto come lo sono stato per almeno due anni e mezzo, fino al settembre scorso. Credo che a quello stato giungessi per via della coscienza di aver vinto una piccola sfida, di aver proceduto a piccoli passi ma in avanti e di aver accumulato una riserva di speranze per il futuro. Oggi tutto questo sembra svanito nel niente.
Quello che aveva importanza per un precario (di lusso) ma di lunga durata ha raggiunto finalmente la soglia dell’ovvietà. Non basta più, ma non voglio rinunciarvi per niente al mondo che non mi appassioni e mi convinca fino in fondo.
In definitiva, forse non voglio cambiare molto, ho solo desiderio di una nuova apparizione per un già sperimentato stato di grazia, senza miraggi.

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Lunedì, 28 Novembre 2005

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Reciprocità razzista

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 11:41
Ieri sera, mentre mi annoiavo davanti alla televisione in cui individui in giacca e cravatta tentavano di nascondere l’evidenza del razzismo legalizzato purché manifestato nel chiuso di uno stadio, improvvisamente dal torpore generale un giudizio cristallino e definitivo sulle sorti del mondo pallonaro mi ha svegliato, destando il mio stupore per acume e senso dello spirito. Autore del risveglio fu un tale di nome Baldini, di professione allenatore. Fluidificando al centro del cervello con un’azione corale, egli puntualizzò - dico, puntualizzò - che lo Zoro fu sì vittima di razzismo, nella fattispecie da parte di tifosi interisti, ma che essendo l’Africa, paese d’origine dello Zoro, non immune dal medesimo accidente, non menasse fendenti con la sua sciabola risentita, perché noi civili occidentali necessitiamo "reciprocità". Traduzione: ma che vuole sto simpatico negretto ? Calmasse i suoi spiriti  e provasse a civilizzare gli stadi africani come siamo stati capaci di farlo noi con i nostri.
Ho fatto un balzo sulla sedia e mi è pure scappato da ridere.
A quel punto mi sarei aspettato una reazione dai conduttori della trasmissione; ma né da quel tricheco imbalsamato di Tosatti, né da Madame Cartapecora Ferrari e neppure da quell’oca giuliva di Mazzocchi si è notato provenire un segnale di esistenza cerebrale. Solo il direttore della Gazzetta ha tentato di mettere insieme due frasi di senso compiuto, ma la sua risposta sembrava una scorreggia col silenziatore.
Reciprocità avrebbe voluto che a una simile provocazione qualcuno avesse risposto con un reciproco vaffanculo, considerato che il gesto di andarsene sarebbe stato eccessivo, data la modestia del provocatore. Gesti d’altri tempi. Ieri Baldini ha dimostrato di avere ragione. Perchè noi oggi siamo la quintessenza della reciprocità, quindi se un imbecille parla, tutti ci sentiamo un po’ come lui e ci vediamo obbligati a farci una chiacchierata insieme e poi allegramente di seguirlo allo stadio o su un cavalcavia. Senza contraddirlo, perchè dobbiamo aspettare che anche gli africani comprendano di che cosa stiamo parlando.
Siamo, d’altronde, una civiltà pallonaramente superiore.

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Domenica, 27 Novembre 2005

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Le illusioni di Casini

Archiviato in: Metodo — francesco @ 16:08

"Io - dice Casini - sono andato in tv a difendere l’operato del governo e non ho detto che avrei fatto di più e meglio. Al massimo l’ho pensato".
Poi aggiunge: "Non possiamo dire agli italiani quello che vogliono sentirsi dire, che noi abbiamo la ricetta magica. Gli italiani sono stanchi degli illusionisti. Non pensiamo di presentarci loro come dei prestigiatori. Siamo un paese che vive sopra le proprie possibilità, dobbiamo dire che dobbiamo stringere la cinghia, perchè dire qualcosa di diverso è da irresponsabili".
Cioè, uno fa l’illusionista in tv per difendere l’operato del prestigiatore e poi lo "smaschera" candidandosi alla presidenza del Consiglio, sapendo che è solo un’illusione. Ma da un illuso oggi ci verrebbe riservata finalmente la "verità". E quale sarebbe ? Che dobbiamo  "stringere la cinghia perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità".
Ma chi è che vive al di sopra delle sue possibilità? Facesse i nomi l’onorevole, per favore, prima che svanisca l’illusione. O arrivare male al 25 del mese è già troppo?

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Sabato, 26 Novembre 2005

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L’Economist e la tempesta in un bicchier d’acqua

Archiviato in: Metodo — francesco @ 13:06

"La verità è che nessuno dei due grandi raggruppamenti della politica italiana offre molte speranze a quelli che credono che il Paese abbia bisogno di grandi e dolorose riforme." Questo è solo un passaggio dell’ormai celebre articolo dell’Economist, con cui il quotidiano inglese giudica l’Italia e saluta la nostra dolce vita come un suo proprio ricordo agro-dolce. Erano per l’economia britannica, dopo tutto, i tempi del sorpasso italiano ai suoi danni, grazie al boom economico.
Non è vero che l’articolo è terribile come si dice in giro e neppure che è contro Berlusconi. Anzi, sostiene l’Economist: "
In due aree, le pensioni e il mercato del lavoro, è stato coraggioso (Berlusconi, ndb). Per le pensioni, ha fatto più di altri paesi europei e le riforme nel mercato del lavoro sono ancora più spettacolari." L’articolo è solo il pianto greco del liberismo inattuato, un progetto utopico quanto il comunismo, che rispetto a quello non fa meno morti e meno danni, semplicemente li globalizza al di fuori dei confini nazionali, il più lontano possibile dalla curiosità abituale. Il pezzo non dice niente di nuovo. Passa in rassegna tutte le debolezze strutturali note a chiunque mastichi qualcosa di economia: anzitutto la fesseria del "piccolo è bello", il nostro illiberalismo di fondo,  le privatizzazioni  mai fatte o fatte peggio, la corse di alcuni prezzi al rialzo permesse senza motivo dopo l’introduzione dell’euro, persino un giudizio positivo sull’euro, l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione e le nostre conseguenti sofferenze sull’export, il rischio "Argentina" scampato, il nostro scandaloso sistema bancario, il caso Fazio ecc. ecc.
Poi sciorina alcune chicche: sostenere la riforma Moratti, poiché in piazza c’erano studenti e professori coalizzati contro la ministra, significa sfoderare un acume simile a quello di Emilio Fede. Non amare il Berlusconi legato a Putin, ma temere che Prodi ritiri troppo presto le truppe dall’Iraq è un giudizio davvero intempestivo ora che anche il governo ha deciso di farlo entro il 2006.
Alla fine cerco di leggere uno spunto, una proposta seria sul tipo di riforme "dolorose" da mettere in pratica dopo quelle "spettacolari " della legge 30 e delle rinviande riforme pensionistiche; riforme che a causa della nostra dabbenaggine non saremmo capaci di attuare. Non ne intuisco neanche una, ma leggo la solita lista delle carenze pronunciata altre volte anche in italiano. Emerge con desolante chiarezza la solita demagogia del dolore, quasi che un rim
edio debba far male per essere buono e utile. Ci sono poi dolori che diventano spettacolari quando sono colpiti diritti e benessere dei lavoratori. Facili da individuare e da esporre gli obiettivi, le ragioni, i mezzi da utilizzare ai danni di quelli, sembrano poi diventare un po’ più incereti se bisogna adoperare stessi obiettivi, ragioni e mezzi verso quelle figure intese come propri punti di riferimento politico e ideologico: commercianti, imprese, banche, finanza.
Peccato, poteva essere un buon servizio quello del tabloid britannico se avesse avuto il coraggio di dirci come si fa a chiudere un milione di piccole imprese per farne centomila medie e competitive sul mercato senza aspettare che ci provi qualcuno unfit come Prodi o Berlusconi. Invece, non è accaduto veramente niente di nuovo.

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Venerdì, 25 Novembre 2005

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Tutto slitta

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:52
Del mio tfr si deciderà tra due anni. Della riforma delle pensioni ci sono sempre due anni per decidere che cosa accadrà per davvero. Preso atto che la pensione di anzianità praticamente con quel testo di legge è come se fosse stata abolita, ad occhio e croce potrei andare in pensione a 78 anni e allora potrebbe anche interessarmi poco sapere con quanto ci andrei. Intanto, aspetto. Con i miei 11 anni di precarietà sulle spalle, che ancora pesano, l’attesa si rivelerà impossibile e tenterò di non pensarci troppo.
I miei primi 7 anni di versamenti contributivi sonso stati versati all’Inps ed erano molto bassi: solo nel 1995 la cassa dei giornalisti adottò la previdenza in cassa separata e iniziai a versare cifre assai più cospicue. Ho saputo che da qualche mese tutti i contributi versati possono essere unificati per formare un’unica pensione. Ho chiamato Inps e Inpgi, che mi hanno confermato la modifica, ma non mi hanno saputo dire ancora come devono procedere. Aspetterò di sapere. Intanto, mi divido nella ricerca di un lavoro appassionante come quello di prima, magari identico, ma alle condizioni contrattuali odierne; oppure ne cerco uno che sia migliorativo di quello odierno, che mi faccia fare un po’ di carriera. Oppure ancora mi dedico a leggere gli annunci di occupazioni che mai potrò fare, anche solo per desiderare di essere altrove.

Oggi penso veramente che, raggiunto l’obiettivo di un lavoro a tempo indeterminato, seppur dovendo rinunciare a tutto quello che amavo fare e facevo anche discretamente bene, non mi resta che godere degli anni di questo lavoro, lottando giorno dopo giorno, perché la condizione da cui sono fuggito, non torni a materializzarsi in altre forme. Sono una nuova forma di proletario, un tipo di "operaio sociale" molto esplosivo. La mia ricchezza non è il lavoro a buon mercato offerto dalle mie braccia o da quelle dei miei figli, ma la sostanziale inutilità dei lavori che ho imparato a fare e la loro intercambaibilità con altre attività. Sono ricco di esperienze fallite.
L’aspetto più paradossale e inverosimile della vicenda è che io non ho nessuna intenzione di andare in pensione troppo presto. Avrei ancora dei desideri da esaudire, in effetti. Ma sapere che potrei anche non riuscire a vivere di quella pensione, qualora dovessi andarci, costretto dal famoso mercato, mi rende propenso alla rapina. Però, anche in questo caso, devo affrettarmi. I 45 anni sono vicini e il fisico potrebbe giocarmi qualche scherzo, in caso di fughe precipitose.
Tutto sembra slittare, come se nulla avesse davvero importanza. Non è la prima volta che la politica mi rende estraneo a quello che si pensa importante. Troppo giovane per morire e disperare, troppo vecchio per sperare che il nuovo mi accolga in sé e si consideri la mia vera esistenza. I giovani, si sa, sono i trentenni, mentre gli anziani ne hanno più di cinquanta. Così come quando negli anni 80 assumevano solo fino a venticinque anni e io ne avevo ventisei e i concorsi pubblici accettavano domande di persone che ne avessero meno di 27 e io ne avevo già 30. In anticipo o in ritardo, ero sempre fuori dal tempo.
La mia generazione, quella che aveva 16 anni nel ‘78 è "slittata" nella storia come se non fosse mai esistita. Accetterei anche questa sentenza, ma solo fino in fondo. Anche come un "dead men walking" penserei che varrebbe la pena di vivere. Ma almeno vorrei essere esentato  da ogni versamento.

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Mercoledì, 23 Novembre 2005

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Pulizia etica o del neo-conformismo omofobico vaticano

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 8:26

Se sei gay, se sostieni i gay o se hai tendenze gay "radicate" (sic) non puoi fare il sacerdote. Così recita, secondo indiscrezioni, al capitolo "Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri", il testo dell’Istruzione elaborata dalla Congregazione per l’Educazione cattolica, in pubblicazione il prossimo 29 novembre. Il documento porta la firma del Papa. L’Adista, chiarisce il senso della missiva, pubblicando l’Istruzione on line e titolando il testo con un agghiacciante rafforzativo: Pulizia etica
Come se niente fosse, il documento garantisce che l’omosessualità è una "prova" per chi presenta quella tendenza ma che ogni omosessuale deve essere accolto nella chiesa con "rispetto e delicatezza", senza discriminazioni. La "bontà" finisce qui. Oltre sopraggiunge la discriminazione, per grazia dello Spirito Santo. Il buon sacerdote, infatti, non può essere omosessuale perché solo il sacerdote eterosessuale "non ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne". Che tradotto dal vaticanese, significa che al solo sacerdote eterosessuale è possibile far intendere a uomini e donne che l’unica relazione sessuale utile e giusta è quella che ha come obiettivo la riproduzione.
Naturalmente un’organizzazione si sceglie - diciamo così - il proprio personale, come crede, assumendosi la responsabilità del proprio legiferare. Ma siccome parliamo del Vaticano, i confini tra le leggi degli uomini e quelle di Dio sono labili e sindacabili sempre. Vedremo, dunque, nei prossimi giorni se la Chiesa si dimostrerà tollerante a discutere di sue proprie questioni, come pretende di fare con quelle di uno stato sovrano. Anche se a noi manca la comunicazione diretta con Dio.
Leggendo il testo, mi chiedo che tipo di pericolo per l’umanità possa rappresentare la "cosiddetta cultura gay". ("cosiddetta" è locuzione testuale. A tanto disprezzo corrisponde tanto pericolo? ). Ma soprattutto che cos’è? Infine, che significato assume oggi, alla luce delle polemiche sulla legge 194 e sulla pillola del giorno dopo, la discriminazione in base a esperienze sessuali fuori della "norma riproduttiva", per un mondo di celibi votati alla castità? I gay non odiano costitutivamente gli etero e i loro comportamenti. Non fanno proselitismo, mi pare, in questo senso.  Non esiste una chiesa omosessuale ed eterofobica. Esiste invece, una "cosiddetta cultura etero" e omofobica che predispone odio per i gay. La Chiesa e certo mondo cattolico si aggregano ad essa e se ne fanno nuovi portavoce alimentando un odio antico, di cui si potrebbe anche fare a meno.
Io sono etero ma non mi senterò affatto più vicino a questa chiesa qualora questa dovesse comporsi solo di preti etero. Da essa mi aspetto ben altro, che non giudizi sulle scelte sessuali degli individui. Attendo però di conoscere nei prossimi giorni notizie di fonte ecclesiale sulle cattive qualità del prete gay. Che a quanto pare esiste, ma deve essere abolito per legge. Senza forzare il testo, ma parafrasando il detto e il non detto, all’omosessuale, infatti, mancherebbe la giusta "formazione umana" per esercitare il sacerdozio. Non so se mi spiego.
Diciamo le cose come stanno: se fossimo abituati a giudicare gli atti della Curia come si giudicano quelli di  uno Stato normale, diremmo che al di là del Tevere si ledono i diritti umani fondamentali e il diritto alla privacy. Altrove, fuori dai confini nazionali, dnnanzi a questi atti, potranno - beati loro - anche alzare le spalle. In Italia, con l’aria che tira, mi pare di poter dire che, giunti  a questo punto, meno se ne parla è peggio è.
Il documento è durissimo, benché impasticcato da una forma leziosa e apparentemente inoffensiva. Ritorna l’atteggiamento ambivalente, "politico", nei confronti dell’omosessuale: da accogliere alla stregua di un malato o di un mentecatto da rieducare, da tenere sotto osservazione e infine lontano dalle responsabilità.  Tutto suona come un atto davvero contro natura.

Che cosa abbiamo noi da disimparare da un’organizzazione che ancora ritiene gli omosessuali individui che attentano alla natura e inadatti "organizzativamente"? Più di quanto non si creda. La nostra "laicità" non dispensa, d’altronde, esempi molto diversi. Basta dare un’occhiata ai luoghi di potere nostrano per rendersi conto che all’odio anti omosessuale vaticano, corrisponde il suo trascendimento nella linea di trasmissione del potere, ancora "omosessuale" anche al di qua del Tevere, dove la "laicità" è assicurata da Pera e Casini.

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Martedì, 22 Novembre 2005

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Il paradiso dei conigli

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 10:26

Dove c’era una volta il paradiso degli uomini c’è, ora, scavato nella pietra, quello dei conigli. Se non potete intuirlo da soli, ve lo dico io: dal mondo dei conigli giungono ogni giorno vagoni di anime beate che si ricongiungono ai loro cari. Moltitudini che muoiono vengono sostituite immediatamente da moltitudini che rinascono. E questa è una ricchezza, per così dire, tutta conigliesca.
A differenza degli uomini rinnegati da Dio, il mondo dei conigli avanza. Là, ogni promessa è stata realizzata, ogni barriera abbattuta, anche le carote stanno per risorgere. Nel mondo dei conigli, il giorno in cui un coniglio muore è un giorno di festa e siccome ne muiono molti ogni giorno, il mondo dei conigli è sempre in festa. Rispetto a quello degli uomini dove la morte era attesa come una catastrofe, la differenza fa davvero rosicare.
Dopo l’abolizione del dubbio, tutto è preordinato nella Città dei Conigli. Tutto è stato scelto nella notte dei tempi: come si saluta, come si prega, come si lavora, come ci si pente, come ci si siede a tavola, di che colore deve essere la tappezzeria della sala, la moquette del bagno e anche come si prende posizione: qualunque posizione. I conigli impazziscono di gioia nel sapere che sono nati conigli.
Loro si sono divisi in due classi, amorevolmente, come buoni amici hanno deciso così: i santi e i poveri. La parola ricco e tutte le sue declinazioni non compaiono nel vocabolario conigliesco. Fanno parte, insieme con alcune altre, di libri tenuti segreti di cui si è persa la memoria. Cammelli e crune degli aghi sono stati aboliti per legge.
Essendo l’attività prediletta dai conigli non il lavoro ma, com’è noto, la riproduzione, i conigli sono per lo più poveri. Grazie a questa scelta il paradiso è assicurato e a volte scoppiano zuffe quasi umane per cercare di sembrare più poveri agli occhi del grande coniglio bianco che dall’alto della sua conigliera mobile vede e provvede.
Il grande coniglio bianco parla spesso con dei conigli rossi. Insieme, i conigli colorati desiderano che tutti i conigli senza distinzione di pelo figlino in santità e pace. "Quanto è bello far l’amore da Trieste in giu" è il lieto ritornelli che i conigli intonano quando si accingono ad amare. Ogni impedimento all’uopo è rimosso alla radice.
Qui sì che si ama la natura, altroché; qui sì che si mantengono le promesse della specie!
Pacifisti da sempre i conigli credono che amare sia sempre meglio che fare la guerra. Nulla potrà mai convincerli del contrario. Non hanno torto, anche perché poi, loro, fanno solo guerre giuste. E lì i conigli vanno a morire felicemente per andare in paradiso. I conigli odiano solo la plastica e il lattice. Ma non è dato sapere perché. Il coniglio bianco e quelli rossi sono così aperti di vedute che hanno scelto di non figliare. Da questo sacrificio immenso discende la loro missione: guardare e giudicare. Loro vengono anche detti: "Santi subito."
Quando un coniglio non riesce a sfamare il proprio coniglietto arrivano i santi, con un’adozione a distanza. Essa consiste nel lanciare carote ai poveri conigli. Qualcuno colpito in un occhio muore o resta cieco. Ma non è dalla mira di un lancio a fin di bene che si giudica un coniglio salvatore. Ogni orfano, comunque, ha sempre una cella-famiglia pronta ad accoglierlo. Anche i figli di puttana sono stati così definitivamente aboliti.
La domenica, tutti i conigli, anche quelli della specie cornuta, vanno alla messa, insieme con le loro famiglie. I conigli cornuti amano molto e quindi non possono odiare; neppure si odiano l’uno con l’altro. Credono nella stabilità della famiglia e non nel tradimento, nemmeno quando lo praticano. La specie cornuta ha a disposizione un muro di gomma su cui piangere e fare finta di niente. A volte, quando neppure il muro di gomma serve allo scopo, si ricorre alla Sacra Carota. Questo è uno strumento molto speciale, in cui si scioglie in terra quello che neanche un’alka seltzer potrebbe.
Ma quello che più piace ai conigli è la democrazia. Per loro è il gioco più bello che ci sia. Quando vedono che ce n’è una a portata di mano, si mettono subito in marcia per raggiungerla. Appena arrivano sul luogo si guardano intorno e se vedono un uomo gli spiegano subito come si fa a vivere nello stato di grazia tipico del coniglio. Se qualcuno non capisce, gli mettono vicino un coniglio per la vita.
Questo è, in sintesi, il mondo dei conigli. Il mondo in cui un figlio è una missione obbligatoria per i più, un discorso per pochi e dove persino una conigliera sembra l’anticamera del paradiso.

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Domenica, 20 Novembre 2005

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Scemo chi legge

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 18:57

anticomunismo

Questo manifesto (comparso a Roma) è un po’ scemo, ma solo un po’. 
Se l’anticomunismo paga ancora, allora, quelli ritratti in effige, essendone i campioni, rendono la scemitudine del manifesto un po’ più "integrale".
Quindi, le scemenze sarebbero almeno due.
A pensarci bene, l’anticomunismo (o meglio, la paura dell’attualità di un  progetto comunista tra gli attori politici odierni) sembra la barzelletta più diffusa del pianeta. La sanno proprio tutti. E funziona.

(il primo a sinistra in basso è Totò Riina)

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Venerdì, 18 Novembre 2005

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Capolavori di impostura

Archiviato in: Metodo — francesco @ 17:05
Se uno mi "devolve" svariati milioni di euro in tasse Ici non riscosse, bisogna essere gentili. Posso anche non essere d’accordo sulla devolution ma un’indicazione di voto  non si "devolve" facilmente. La doppia morale è una cosa seria. I cardinali pure e se fossi un cardinale di questa Chiesa farei così. Siccome, tutti sanno, che non si diventa cardinali perchè si è dei geni ma per volontà di Dio, i cardinali si possono capire ma non a tutti è dato poterli seguire sulla loro strada. Sulla base delle ultime dichiarazioni del cardinale Ruini, capisco, ma non seguo, che tra non molto ai condannati a trent’anni di galera  potrebbero venir affiancati degli "anti-ergastolani" - competenti s’intende - che indichino loro come miglior viatico, anzichè l’attesa estenuante della morte per altri inutili anni,  il taglio della testa, il cappio, la sedia elettrica o l’incaprettamento.
Mi si dirà che introdurre personale competente in materia "anti-abortista" (boh!) nei consultori avrebbe un’intenzione opposta a quella del boia. Certo, ma in realtà la sortita di Storace insieme con quella di Ruini rimanda a una concezione della legge - vigente in uno Stato di diritto - piuttosto ambigua e soprattutto entrambi sembrano non sapere, o far finta di non sapere, che cosa sono i consultori.
In quali materie sarebbero competenti gli "anti-abortisti" di cui non lo siano già quelli che fanno parte del personale dei consultori? E poi: chi sceglie gli "anti-abortisti"? Mi si spieghi e ne riparliamo.
In realtà, l’attacco alla legge 194 è solo la naturale prosecuzione dell’attacco contro la fecondazione medicalmente assisitita e pure sarà un argomento utile a imbarbarire, più di quanto non sia già ora, il dibattito politico elettorale da qui ad aprile.
Credo che sia arrivato il momento di ridiscutere seriamente il Concordato. Non per vendetta, ma per necessità.

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