La mossa del cavaliere, elettoralistica o meno che sia, non sarà l’ennesimo colpo di teatro. Lo show man in surplace non può stare. Celentano lì non può arrivare e neanche la satira in tv. Solo la politica può. Il cavaliere si gioca una parte del suo residuo prestigio, non politico, ma personale. Il presidente bugiardo, ma dal volto umano, che ha sempre amato il prossimo e che non ama la guerra, che ha resispiscenze a sei mesi dalle elezioni è la nuova incarnazione politico-mediatica del premier, ma rischia di squagliarsi triturata da stati di fatto e situazioni internazionali assai più importanti della sua elezione.
Se, come sembra, questa mossa è motivata dalla lettura di sondaggi che condannano l’intervento italiano in Iraq, che perciò non perdonerebbero il Premier, l’azzardo è insidioso quanto furbesco ma anche indicativo di un comportamento iperbolico naturale. Certo, molto dipenderà dal sangue freddo del centro sinistra se il cavaliere si troverà con il cerino in mano, ma non solo. La mossa è, però, a mio giudizio, già sbagliata, anche se, come pare ovvio, Bush non dovesse confermare la veridicità delle affermazioni del suo alleato più fedele. Se il ballon d’essai si sgonfiasse presto, non dovrebbero esserci ripercussioni eccessive, ma se invece la quaestio sollevata dal premier dovesse prolungarsi nel tempo potrebbe diventare una frana sul pifferaio.
Mi sono divertito a prendere in esame gli aspetti comunicazionali dell’intervento e ho provato a spiegarli davanti a me, elencando le conseguenze politiche possibili e spiegando le ragioni dell’errore strategico di Berlusconi.
1°) Berlusconi per la prima volta dopo tanto tempo torna, senza sollecitazione alcuna e a freddo, sulla guerra, Lo fa come se se ne assumesse una responsabilità diretta, mentre - ce lo siamo sentiti ripetere mille volte con un’arroganza senza limiti - noi non saremmo andati in guerra in Iraq, ma in missione di peace-keeping con la benedizione di una risoluzione dell’Onu, sebbene posteriore e giustificatrice dell’atto (1546). Non si comprende il senso dell’apertura di questo nuovo fronte mediatico, se non per seminare incertezze tra quei molltissimi che ritengono il nostro intervento possibile solo a causa all’intervento anglo-americano. Quelli, non notando alcuna soluzione di continuità tra il prima e il dopo, non sono disposti a considerare i due eventi come due espisodi distinti e separati, ma come due capitoli della stessa vicenda. Ma negare ora il consenso alla guerra non significa smarcarsi da essa, significa invece ammettere in modo clamoroso con una excusatio non petita, che l’Italia è veramente andata in guerra portata da questo governo, mentendo agli italiani per anni.
2°) La missione, ad ogni modo, chiaramente non è finita e l’affermazione berlusconiana rischia di occultare quei pochi buoni risultati ottenuti rendendo torbide le acque della discussione futura. Senza l’atù "cristallino" dell’intervento di peace keeping tra le mani non si potrà, infine, sostenere l’anti americanismo del centro sinistra. Non si devono convincere i nemici della guerra della bonta dell’intervento in Iraq ma dell’"errore" commesso in buona fede. E spiegarlo, anche.
3°) Giustamente molti si potrebbero chiedere se i morti di Nassirya sono morti per un mandato giusto oppure per un "metodo sbagliato".
4°) In Iraq una Cosituzione c’è e un’elezione democratica è stata portata a termine, in mezzo a migliaia di morti, senza che nulla si potesse impedire. Risulta allora ancora più incomprensibile il ripensamento di chi dovrebbe aver vissuto fino a oggi solo per il realizzarsi di questi momenti cruciali per essere almeno parzialmente soddisfatto e non decidere di ripensare al conflitto riportando l’orologio del dibattito a tre anni fa.
5°) Neppure di fronte alla morte di Calipari, Berlusconi, il governo e la maggioranza hanno avuto il coraggio di manifestare dubbi e rigore sufficienti davanti all’alleato sulla dinamica dell’incidente, dinamica dai risvolti sempre più inquietanti, che fanno pensare a contrasti assai più gravi tra il nostro governo e quello statunitense sulla gestione del dopo-guerra.
6°) L’affare Nigergate è un pasticcio incredibile e se la mossa di Berlusconi deve parzialmente farsi risalire a questa vicenda, i prossimi mesi dimostreranno che questo conflitto per cui sono stati crocifissi pacifisti, Zapatero e centro sinistra rischia di diventare il suo calvario anche se Berlusconi decidesse di ritirare le truppe domani.
7°) Berlusconi non può ritirare le truppe dall’Iraq domani se non vuole far cascare il teorema su cui si è basata la sua attività di politica estera ( e anche interna) fino ad oggi: l’alleanza strategica con gli Usa, paese della libertà e della democrazia, e la diffidenza verso l’Unione europea, accusata questa di essere incapace di affrontare politicamente e culturalmente, prima ancora che militarmente, la sfida del terrorismo internazionale.
8°) Nella malaugurata ipotesi che domani vi fosse un attacco terroristico in Italia alla vigilia delle elezioni, il contrordine di Berlusconi, sarebbe giudicato un atto irresponsabile e infantile, volto solo a salvare la propria faccia ma non a garantire la sicurezza dei cittadini italiani. Peggio che i popolari in Spagna, dove almeno lì questi tentarono di falsificare le prove, solo dopo, cercando di coinvolgere l’Eta e limitandosi a perdere le elezioni.
9°) Se questa è solo una mossa elettoralistica allora siamo davanti a un vero pericolo pubblico, che non si sa se mente o se dice la verità neppure se in gioco ci sono i destini di un paese coinvolto - a vario titolo - in un conflitto delicatissimo come quello iracheno che fin da principio ha diviso l’Occidente.
10°) Peggiore di tutto è però l’inversione della figura di Berlusconi, da anti - politico a politico della "ventura" buono per tutte le stagioni, incollato a una sedia, incapace di tenere nascosta una sua presunta avversione a una scelta politica, senza spiegarci di quali minacce, di quali pressioni, di quali sensi di responsabilità sia stato fatto oggetto per maturare quella scelta senza, a questo punto, trarne le dovute conseguenze - non il ritiro dall’Iraq - ma le dimissioni da capo di un governo, trascinato in una guerra - o almeno a difenderla a spada tratta - senza averla mai voluta.
Se Berlusconi fosse un bugiardo serio o anche solo stanco si sarebbe già dimesso: le sue affermaziioni sarebbero state intese come una volontà di allontanamento irrevocabile, abbandono della politica, ultimo vero regalo agli italiani. Invece, si tratta di una mossa, magari non studiata troppo bene, i cui scopi devono essere ancora ben chiariti.
Intanto non resta che sperare di andare presto alle elezioni. Da qui a aprile si rischia di sentirne delle peggio. A gennaio non sarebbe male. Speriamo bene.