Andalusia. Inizio già ad essere là
P. S.: Voglio ricordare che il posto libero come mio /a compagno/a di viaggio è sempre disponibile.
Scrivetemi, se volete.

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Wladimir Luxuria, Radio Capital, questa mattina.

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Sono tre settimane che guardo crescere una massa informe. Non riesco a mettere a fuoco, ma è lì, proprio davanti a me. Dovrei consocerla benissimo, invece intravedo che è’ variopinta, sembra ferma, ma a volte incombe così tanto che sembra strisciare verso di me. Non so darle un nome, cosìcché è spaventevole. A volte penso che sia una visione, invece è proprio vera. Non oso toccarla e ogni giorno rimando qualsiasi confidenza. Ho un appuntamento con lei, ma diventandomi ogni giorno sempre più sconosciuta rimando l’incontro. Però credo di aver deciso. La sopprimerò, la schiaccerò con tutte le mie forze e la renderò invisibile per sempre. Ora la porto fuori e la stiro con la macchina.

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Che si possa e, a volte, si debba disobbedire allo Stato può persino essere condivisibile, anche senza disquisire sulle ragioni profonde dell’atto, sugli scopi e neppure sul pulpito da cui proviene l’incitazione. Che sia Dio a prescriverlo o altro ha un’importanza che non si può misurare. Nel senso che è incommensurabile, anche in linea di diritto. Sempre che "io "sia ancora dotato di libero arbitrio.
Ma la domanda a cui si darà nel prossimo futuro una risposta è: se sia lecito anche disobbedire al Papa e chi se lo potrà permettere. Se lo possano fare quelli che non ritengono di dovere seguire i precetti di Santa Romana Chiesa, oppure anche quelli che ne riconoscono una certa autorità. Considerata la situazione nell’anno di grazia 2005, sembra che il vertice della Chiesa cattolica si muova sempre più come se fosse a capo di un’etnia, di cui si vogliono difendere prerogative e criteri di scelta. Un’etnia speciale, moderna, che trascende la somiglianza di caratteri fisici dei suoi componenti, ma altrettanto potente e pericolosa quanto le altre, se consideriamo le conseguenze del revival etnico europeo degli ultimi vent’anni. Se fosse così non saremmo solo oltre il Concordato, ma il prossimo balzo in avanti potrebbe portare il dogma dell’infallibilità* papale fin dentro un sarcofago e renderebbe l’autorità pontificia e la sua figura molto simile a quella di un faraone.
Allora, peggio di tutti stanno quegli individui come me che, educati da cattolici, cresciuti nel confronto con le culture laiche e non dell’ ultimo scorcio di secolo passato pensavano di essere "liberi" anche grazie a quel legame con la Chiesa che si ostentava di voler mantenere, in nome del vituperato relativismo, cioè della contaminazione: alla ricerca di una "purezza" nuova, che utilizzasse gli strumenti della ragione, guardasse anche alla felicità materiale dell’individuo, ai suoi bisogni, alla lettura del cuore degli altri, allo spirito di eguaglianza e di libertà senza restare imprigionati dentro una visione perduta per sempre e posta in cima a una tradizione, causa di incomprensioni, massacri, odi, follie umane e non solo di amore, dedizione, crescita e "miracoli". Pensavo, insomma, che alla Chiesa non seccasse troppo la mia e altrui libertà. Che trovasse la mia libertà dono di Cristo e simile a quella sua di lui.
Però, a pensarci bene potrebbe essere proprio papa Benedetto XVI a farci scoprire, suo malgrado, il valore della laicità dello Stato. Che poi è essenzialmente la capacità di convivere tra diversi, bene che viene prima ancora della cura di ogni male. Chi come me accettava questo principio conveniva che non fosse eccessivo considerare corretto non potersi dire che cristiani, prima ancora che cattolici. L’impressione è che oggi si vogliano invertire i due termini, che non sono sinonimi.
*Dogma dell’infallibilità papale, Concilio Vaticano I, 1870: "Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa." (sottolineatura mia)

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Il pontefice ieri ha affermato che la Chiesa non ha mire di potere. Se questa affermazione merita di essere definita una notizia allora significa che Benedetto XVI si è sentito in dovere di smentire qualcuno che pensa il contrario. Già mi sembra un evento inquietante, ma di quello che è successo ieri, leggendo articoli e agenzie, non è l’aspetto più interessante. A parte la corsa altrettanto comica di buona parte della classe politica italiana, specie di maggioranza, nel dire che era d’accordo con entrambi, che i due semnbravano quasi siamesi, semmai, sono da ricordare le affermazioni che secondo il pontefice legittimano la laicità dello Stato: ”Legittima e’ dunque una sana laicita’ dello Stato - dice BeneDetto XVI - in virtu’ della quale le realta’ temporali si reggono secondo le norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione". (Ansa di ieri, grassetto mio)
In realtà "ultimo" sta per "primo" ed è come dire che anche la laicità ha un suo indirizzo "naturale" che non si può dire che religioso, ergo cattolico. Su questa discendenza la Chiesa Cattolica ritiene di essere autorità indiscussa perché come afferma lo stesso pontefice «la Chiesa, abituata com’è a scrutare la volontà di Dio iscritta nella natura stessa della creatura umana vede (per esempio, parentesi mia) nella famiglia un valore importantissimo che deve essere difeso da ogni attacco mirante a minarne la solidità e a metterne in questione la stessa esistenza». Se il pontefice ricostruisce la storia dì’Italia e del mondo in questo modo è liberissimo di pensarlo e anche di dirlo, ma non può poi dire che la "Chiesa non ha mire di potere", a meno che non si pensi a un potere composto esclusivamente da scranni rappresentativi di un consenso raggiunto con un’elezione democratica.
Invece, se io sindacassi per amore d’indagine razionale e prescrizione umana il valore reale dell’integrità cattolica dello Stato Vaticano durante una visita ufficiale tra i suoi confini, affermando l’origine zoroastriana delle festività natalizie, lo stoicismo del primo cristianesimo e la palese divergenza tra i precetti del Vecchio e del Nuovo Testamento, mi direbbero che invado nella forma e nella sostanza le prerogative di quello Stato. Dovrebbe valere, pertanto, anche il discorso opposto. Non a caso, Ciampi ha affermato che è "orgoglioso di poter dire (…): là vi è un altro Stato, lo Stato della Città del Vaticano; ecco un esempio tangibile di come si possono comporre, in spirito di pace, le controversie fra gli Stati". E ancora: "Vi sono valori ed obiettivi condivisi da tutte le genti: la giustizia; la pace; l’istruzione; la dignità della donna; la protezione dell’infanzia; il progresso civile ed economico." La differenza in realtà non passa tra la sfera della politica e quella religiosa, ma tra due modi di intendere la politica. Una laica, fatta da e per tutte le genti, l’altra fatta da chi è abituato a scrutare il mistero di Dio (grassetto mio). La prima ancora attenta che gli scontri religiosi e di opinione non tracimino in odi eterni (attenta, perché c’è bisogno di stare ancora attenti), l’altra convinta che non essendo questa riuscita sempre a evitarli, sia possibile anche ad essa di intervenire e prescrivere.
Ma allora la Chiesa che cosa cerca? La Chiesa vuole rievangelizzare il mondo e pensa che la debolezza dell’odiata modernità, passi anche dalla crisi dello Stato nazionale e laico. Dice di avere autorità su vita, scuola, famiglia e solidarietà. Praticamente, un programma politico, espresso a chiare lettere non solo su libri o documenti episcopali, ma durante la visita a un capo di Stato. Alea iacta est, direbbero i latini.
L’incontro tra i due è durato solo mezz’ora, ma a me pare che in quei trenta minuti sia stato detto parecchio.
(Questo è il testo del Concordato)

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«L’omicidio di Claudio Maggiorin conferma purtroppo che l’immigrazione clandestina rappresenta una minaccia crescente per la sicurezza e l’ordine pubblico nel nostro Paese». Il ministro Pisanu al Corriere della Sera del 15 giugno 2005.
"L’equivalenza tra immigrazione clandestina e criminalità non ha fondamento e non può avere ascolto in un Paese civile come il nostro". Il ministro Pisanu all’ Ansa del 23 giugno 2005.
Altroché Pisanu frena la Lega. Pisanu frena Amnesty International.

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Certo è paradossale che sia un leghista e celodurista a proporre la castrazione chimica per gli stupratori. Ricordo che anni fa, ogni volta che si discuteva di violenza politica (e ancor oggi la destra abusa della pazienza e dell’intelligenza di chi la ascolta nel muovere accuse senza guardarsi allo specchio) non c’era verso di impedire che si iniziasse a discutere senza la premessa della violenza insita nel marxismo e quindi nella sinistra. Erano gli album di famiglia che squadernavano verità dogmatiche che dopo mezzo minuto diventavano mezze verità e poi assumevano l’aspetto chiaro della sòla. Ma non c’era verso di impedire nei dibattiti televisivi o sui media quell’accusa con la quale si poneva la pemessa di una violenza a prescindere, aprioristica, al di là di ogni buona e pacifica intenzione, cercando di acquisire un vantaggio sull’avversario. Come quando si racconta una bugia preventiva. Io non voglio fare errori identici a quelli, ma dico che, in fin dei conti, all’atto della proposta, Calderoli un po’ di riflessione sul proprio machismo di partito avrebbe dovuto farla. Sarebbe giunto gradito almeno un distinguo.
Così come ancora non ho letto da nessuna parte che il metodo della castrazione chimica era in uso nei lager e i nazisti sperimentavano su ebrei e altri prigionieri castrazioni di ogni tipo, compresa quella chirurgica che il ministro medico arriva a indicare "come la più idonea a funzionare anche da un punto di vista della prevenzione", dopo essersi espresso a favore della vita a patto che sia come prevede la legge 40 che nega la vita alle coppie sterili. Voglio dire che il mancato riferimento ai nazisti è stato ed è una cosa seria e giusta, così come lo sarebbe stato qualche settimana fa se non si fosse dato dei nazisti a sproposito a chi parlava di criogenìa e diagnosi pre-impianto. Resta il fatto che l’aspirazione alla mutilazione fisica è agghiacciante in sé e deve avere ghiacciato anche le lingue dei nostri cardinali, muti su tutta la linea, e che su questi argomenti, proposti da un loro fedele, si sono guardati dal sottolinearne la "maturità". Chissà che invece non maturi l’ipotesi di riservare una quota in parlamento a qualcuno di loro come si fa in Gran Bretagna. Ci leveremmo di torno degli impicci se anglicanizzassimo la chiesa cattolica.
Ogni volta che sento parlare di sgomberi di immigrati e penso al fatto che la loro occupazione è illegale, penso anche a tutte le occupazioni illegali presenti in Italia. Scendo con la mente al Sud e penso agli abusi edilizi e alle speculazioni operate dalla mafia e poi salgo sù fino al Nord dove incontro ancora speculazioni e abusi identici almeno nella sostanza, messe in atto dai colletti bianchi. C’è occupazione e occupazione, ed è più facile sgomberare dieci o quindici o anche duecento sfigati che un capo mandamento. E’ anche così che la mafia porta a casa un’altra rassicurazione sul suo potere.
La legalità ha, comunque, i suoi bisogni. Il primo: essere riconosciuta come tale. Rigore, comportamenti neutri e al tempo stesso non ottusi, dovrebbero essere la sua norma intima. Tra il generale Bava Beccaris e Giovanni Falcone si è fatta un po’ di strada e perciò penso anch’io che la sinistra sbagli nel modo con il quale affronta il tema della legalità. Alla base di questo comportamento si muove più che l’argomento marginale ormai della diffidenza nei riguardi delle regole borghesi e della loro parzialità pretesa come universale, il terrore che il rigore o la punizione palese possano sconfinare nella violenza di Stato o in forme ad essa acquiescenti, e infine nell’abuso che potrebbe fare il paio con la voluttà d’impunibilità sempre così attuale qui da noi. O ancora nella richiesta di punizioni esemplari, tipiche di società tradizionali e pre-moderne. E’ la storia della nostra comunità nazionale e delle sue istituzioni che ingravida il presente e il futuro della sinistra sulla questione della legalità. Questo riflesso d’ordine è comprensibile ma le strade con le quali si monta la guardia alla legalità nazionale sono vecchie e incomprensibili. I problemi di oggi non sono più le bombe di Piazza Fontana semmai la bomba demografica del Sud del Mondo, l’immigrazione, la crisi energetica e purtroppo, in Italia, un sistema industriale defunto, accanto ad una società incerta e inquieta nella quale potrebbero saldarsi rigurgiti neo-guelfi e idee ancora fallimentari e sbrigative in economia, preoccupano non poco.
A costo di sembrare più realista del re, vorrei anche ricordare che la castrazione chimica non "castra" proprio nessuno. E’ un modo di dire orribile per arrivare al nocciolo della questione: che per un pedofilo o uno stupratore recidivo c’è un "nocciolo" da ammorbidire. Certo pone problemi etici e anche di efficacia e non è detto che abbia grandi possibilità preventive. Indi per cui è bene andar cauti. Ma anche non aver paura di sperimentare. Dice al proposito Umberto Veronesi: "Non escludo per niente che queste persone (pedofili e cronici, ndb) possano essere trattate farmacologicamente. Sono convinto che i recidivi, i cronici, quelli che non hanno autocontrollo ed arrivano al punto che la pedofilia diventa una psicosi, una malattia mentale ossessiva, possano essere curati con i farmaci, sempre con il loro consenso. Ci sono medicinali, infatti, che riducono i livelli di aggressività sessuale. E’ un’ipotesi di lavoro – precisa Veronesi – stiamo verificando”. L’oncologo si riferisce, in particolare, ad una terapia sperimentata all’università “Ben Gurion”, in Israele, che avrebbe guarito alcuni pedofili detenuti nelle carceri di Gerusalemme". Credo che se la pratica farmacologica in questione si fosse chiamata in un altro modo oggi non si farebbe tutto questo baccano. Invece è paradossale che chi ha fatto della consistenza del suo pene un’arma di battaglia ora voglia andare a sgonfiarlo ad altri, come se non ci fosse una certa affinità sub-culturale tra i due celodurismi. Come se sopra quegli stupri non ci fossero i raggi di un sole delle alpi che ghigna. Ma anche senza queste considerazioni, pedofili e cronici esistono ovunque e la castrazione chimica è applicata In Francia, in Danimarca, in Germania, in Norvegia, in Canada, in California e in alcuni altri stati americani e nella civilissima Svezia.
Io sono d’accordo con Foucault quando scrive nei "Dialogues" che con la "castrazione chimica" e espedienti simili si corre il rischio di far assumere alla "sessualità un comportamento accompagnato da certe precise interdizioni; si trasformerà piuttosto in una sorta di pericolo diffuso, in una specie di fantasma onnipresente, che potrà entrare in scena fra uomini e donne, fra bambini e adulti, eventualmente fra adulti da soli, e così via. La sessualità diventerà dunque una minaccia presente in tutti i rapporti sociali." Però è anche vero che la libertà di cui oggi disponiamo è infinitamente più forte e il suo livello assai più alto di quanto non sia mai stato prima d’ora. E gran parte della nostra libertà è legata alle ragioni per le quali ci siamo liberati delle interdizioni sessuali su cui la pratica di potere delle istituzioni è stata per secoli micidiale e sopraffina. Il pericolo peggiore, oggi, è che si paventi il ritorno ad una sessualità repressa o misogina, quasi con gioia come se fosse uan "riscoperta", in nome di certezze effimere, dopo esserci sbarazzati della libertà di cui milioni di persone godono con pienezza, senza aver contrastato l’abuso del malato o del cronico. Il rischio è di fare due danni anzichè tentare di evitare o abbassare il livello di almeno uno dei due.

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Questa notte ho fatto il booking per gli aerei. Prima tappa: Barcellona, scalo quasi obbligatorio nell’ottica dei costi - benefici di un viaggio, poi, Siviglia. Niente booking degli hotel ancora; sono in attesa di nuove da un’amica che abita da quelle parti. E’ questione di giorni poi arriva anche la guida nuova di zecca. Anche quest’anno, incrociando le dita, per i voli direi che è stata un’annata fortunata. Spenderò pochissimo per andare a tornare.
Ci sono tanti modi di "partire" e ora è presto per farlo. Se solo la mia testa non fosse già altrove da almeno sei o sette mesi penso che sarei più tranquillo. Invece mi sento inquieto e anche un po’ stanco. Andrò incontro al 14 agosto sperando che l’idea di questo viaggio mi faccia bene fin da subito, benché il timore che il ritorno a casa possa essere traumatico come quello dell’anno passato, mi abbia reso indeciso fino all’ultimo. In effetti non sono certo di saper reggere anche quest’anno, senza conseguenze, a un rientro altrettanto odiato come quello dello scorsa estate.
Tanta indecisione e anche un po’ di paura forse derivano dall’aver voluto affrontare, come dentro un richiamo, questi ultimi miei viaggi proprio in aree di confine: l’anno scorso l’Irlanda e la Gran Bretagna, poi anche Bruges città particolare per il suo rapporto con il mare e l’ "acqua", confine naturale in "terra" di ogni terra, quest’anno l’Andalusia. E’ perché restano in biico tra il qua e là, che le aree di confine assumono l’aspetto cosiddetto "magico", come se il qua e là entrassero uno dentro l’altro per giocare a confonderci, dando vita a forme atipiche, ibride, confondendo colori e suggestioni. Vero che il confine è ovunque, ma ci sono aree che assorbono e trasmettono in modo particolare questo lieve terrore di non sapere dove essere. Forse anche l’Andalusia è così, o lo penso solo perché ho visto Kilkenny e i canali cari agli occhi e ai pennelli di Van Eyek e tutto ciò non ha ancora finito di raccontare e di cambiarmi.

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