Dispacci al vento
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Giovedì, 30 Giugno 2005

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Andalusia. Inizio già ad essere là

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 12:06
Sto aspettando di vedere un filmato sulla Biennale di Flamenco di Siviglia e un video di Paco De Lucia. Intanto, la guida è arrivata sì, ma mancano le prime 32 pagine. E’ il primo imprevisto del viaggio. Mi godo l’attesa divagando. Guardo la cartina e mi spiace di non essere un miliardario per spendere tutti i miei soldi in viaggi inutili e senza meta. Faccio un giro, ma lo voglio fare largo, molto largo. Approdo in Andalusia con il pensiero e le fantasie, invece che dalla Francia, dal Portogallo. A spingermi fin là per farmi scoprire a posteriori la suggestione delle differenza o della somiglianza e la world music dei Madredeus. Non sono una scoperta recente, ma ascoltarli ora è già un’altra cosa. Le promessse di un viaggio coprono di polvere ogni cattiva ansia e trasformano i sensi, li preparano a nuove rapine, definitive. Forse a Huelva e Cadiz, sull’Atlantico, il retrogusto di quel suono malinconico, drammatico e a tratti tangheggiante, richiamerà un’altra meta, un volto, una strada, ma già da ora sento qualcosa che spinge alla fretta di arrivare. La saudade della loro musica mi distrae e mi fa sentire già la nostalgia dell’assenza che mi coglierà quando non potrò mantenere la promessa che porta con sé ogni viaggio: non tornare mai indietro.

P. S.: Voglio ricordare che il posto libero come mio /a compagno/a di viaggio è sempre disponibile.
Scrivetemi, se volete.

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Mercoledì, 29 Giugno 2005

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Happy birthday, Oriana

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 10:19
"In Italia ci sono un mucchio di arabi che molestano le donne. Li odio. Ce ne fosse stato uno che ci avesse provato con me."

Wladimir Luxuria, Radio Capital, questa mattina.

Oggi, Oriana Fallaci compie 76 anni. Da un lettore di quel giornale che accoglie le sue pistolettate, auguri e grazie per la mira sbagliata.

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Martedì, 28 Giugno 2005

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Disperazioni estive

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:15

Sono tre settimane che guardo crescere una massa informe. Non riesco a mettere a fuoco, ma è lì, proprio davanti a me. Dovrei consocerla benissimo, invece intravedo che è’ variopinta, sembra ferma, ma a volte incombe così tanto che sembra strisciare verso di me. Non so darle un nome, cosìcché è spaventevole. A volte penso che sia una visione, invece è proprio vera. Non oso toccarla e ogni giorno rimando qualsiasi confidenza. Ho un appuntamento con lei, ma diventandomi ogni giorno sempre più sconosciuta rimando l’incontro. Però credo di aver deciso. La sopprimerò, la schiaccerò con tutte le mie forze e la renderò invisibile per sempre. Ora la porto fuori e la stiro con la macchina.

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Lunedì, 27 Giugno 2005

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Compendi di un ex catecumeno

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 10:20

Che si possa e, a volte, si debba disobbedire allo Stato può persino essere condivisibile, anche senza disquisire sulle ragioni profonde dell’atto, sugli scopi e neppure sul pulpito da cui proviene l’incitazione. Che sia Dio a prescriverlo o altro ha un’importanza che non si può misurare. Nel senso che è incommensurabile, anche in linea di diritto. Sempre che "io "sia ancora dotato di libero arbitrio.

Ma la domanda a cui si darà nel prossimo futuro una risposta è: se sia lecito anche disobbedire al Papa e chi se lo potrà permettere. Se lo possano fare quelli che non ritengono di dovere seguire i precetti di Santa Romana Chiesa, oppure anche quelli che ne riconoscono una certa autorità. Considerata la situazione nell’anno di grazia 2005, sembra che il vertice della Chiesa cattolica si muova sempre più come se fosse a capo di un’etnia, di cui si vogliono difendere prerogative e criteri di scelta. Un’etnia speciale, moderna, che trascende la somiglianza di caratteri fisici dei suoi componenti, ma altrettanto potente e pericolosa quanto le altre, se consideriamo le conseguenze del revival etnico europeo degli ultimi vent’anni. Se fosse così non saremmo solo oltre il Concordato, ma il prossimo balzo in avanti  potrebbe portare il dogma dell’infallibilità* papale fin dentro un sarcofago e renderebbe l’autorità pontificia e la sua figura molto simile a quella di un faraone.

Allora, peggio di tutti stanno quegli individui come me che, educati da cattolici, cresciuti nel confronto con le culture laiche e non dell’ ultimo scorcio di secolo passato pensavano di essere "liberi" anche grazie a quel legame con la Chiesa che si ostentava di voler mantenere, in nome del vituperato relativismo, cioè della contaminazione: alla ricerca di una "purezza" nuova, che utilizzasse gli strumenti della ragione, guardasse anche alla felicità materiale dell’individuo, ai suoi bisogni, alla lettura del cuore degli altri, allo spirito di eguaglianza e di libertà senza restare imprigionati dentro una visione perduta per sempre e posta in cima a una tradizione, causa di incomprensioni, massacri, odi, follie umane e non solo di amore, dedizione, crescita e "miracoli". Pensavo, insomma, che alla Chiesa non seccasse troppo la mia e altrui libertà. Che trovasse la mia libertà dono di Cristo e simile a quella sua di lui.
Però, a pensarci bene potrebbe essere proprio papa Benedetto XVI a farci scoprire, suo malgrado, il valore della laicità dello Stato. Che poi è essenzialmente la capacità di convivere tra diversi, bene che viene prima ancora della cura di ogni male. Chi come me accettava questo principio conveniva che non fosse eccessivo considerare corretto non potersi dire che cristiani, prima ancora che cattolici. L’impressione è che oggi si vogliano invertire i due termini, che non sono sinonimi.

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*Dogma dell’infallibilità papale, Concilio Vaticano I, 1870: "Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa." (sottolineatura mia)

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Sabato, 25 Giugno 2005

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In nome del Papa presidente

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:07

Il pontefice ieri ha affermato che la Chiesa non ha mire di potere. Se questa affermazione merita di essere definita una notizia allora significa che Benedetto XVI si è sentito in dovere di smentire qualcuno che pensa il contrario. Già mi sembra un evento inquietante, ma di quello che è successo ieri, leggendo articoli e agenzie, non è l’aspetto  più interessante. A parte la corsa altrettanto comica di buona parte della classe politica italiana, specie di maggioranza, nel dire che era d’accordo con entrambi, che i due semnbravano quasi siamesi, semmai, sono da ricordare le affermazioni che secondo il pontefice legittimano la laicità dello Stato: ”Legittima e’ dunque una sana laicita’ dello Stato - dice BeneDetto XVI - in virtu’ della quale le realta’ temporali si reggono secondo le norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione". (Ansa di ieri, grassetto mio)
In realtà "ultimo" sta per "primo" ed è come dire che anche la laicità ha un suo indirizzo "naturale" che non si può dire che religioso, ergo cattolico. Su questa discendenza la Chiesa Cattolica ritiene di essere autorità indiscussa perché come afferma lo stesso pontefice «la Chiesa, abituata com’è a scrutare la volontà di Dio iscritta nella natura stessa della creatura umana vede (per esempio, parentesi mia) nella famiglia un valore importantissimo che deve essere difeso da ogni attacco mirante a minarne la solidità e a metterne in questione la stessa esistenza». Se il pontefice ricostruisce la storia dì’Italia e del mondo in questo modo è liberissimo di pensarlo e anche di dirlo, ma non può poi dire che la "Chiesa non ha mire di potere", a meno che non si pensi a un potere composto esclusivamente da scranni rappresentativi di un consenso raggiunto con un’elezione democratica.
Invece, se io sindacassi per amore d’indagine razionale e prescrizione umana il valore reale dell’integrità  cattolica dello Stato Vaticano durante una visita ufficiale tra i suoi confini, affermando l’origine zoroastriana delle festività natalizie, lo stoicismo del primo cristianesimo e la palese divergenza tra i precetti  del Vecchio e del Nuovo Testamento, mi direbbero che invado nella forma e nella sostanza le prerogative di quello Stato. Dovrebbe valere, pertanto, anche il discorso opposto. Non a caso, Ciampi ha affermato che è "orgoglioso di poter dire (…): là vi è un altro Stato, lo Stato della Città del Vaticano; ecco un esempio tangibile di come si possono comporre, in spirito di pace, le controversie fra gli Stati". E ancora: "Vi sono valori ed obiettivi condivisi da tutte le genti: la giustizia; la pace; l’istruzione; la dignità della donna; la protezione dell’infanzia; il progresso civile ed economico." La differenza in realtà non passa tra la sfera della politica e quella religiosa, ma tra due modi di intendere la politica. Una laica, fatta da e per tutte le genti, l’altra fatta da chi è abituato a scrutare il mistero di Dio (grassetto mio). La prima ancora attenta che gli scontri religiosi e di opinione non tracimino in odi eterni (attenta, perché c’è bisogno di stare ancora attenti),  l’altra convinta che non essendo questa riuscita sempre a evitarli, sia possibile anche ad essa di intervenire e prescrivere.
Ma allora la Chiesa che cosa cerca? La Chiesa vuole rievangelizzare il mondo e pensa che la debolezza dell’odiata modernità, passi anche dalla crisi dello Stato nazionale e laico. Dice di avere autorità su vita, scuola, famiglia e solidarietà. Praticamente, un programma politico, espresso a chiare lettere non solo su libri o documenti episcopali, ma durante la visita a un capo di Stato. Alea iacta est, direbbero i latini.

L’incontro tra i due è durato solo mezz’ora, ma a me pare che in quei trenta minuti sia stato detto parecchio.
(Questo è il testo del Concordato)

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Venerdì, 24 Giugno 2005

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Maturità bis

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 11:32
Non ho saputo resistere. Mi son detto: e se ne sbaglio più della metà? Poi devo anche confessarlo in rete? E’ solo un gioco: io la maturità l’ho già fatta e temo che fosse più facile. Ma alla fine ho scelto. Poiché  non c’era Filosofia, ho scelto Storia. Anzi, Storia 1, poi 2, poi 3 e alla fine Storia 4.
Sorpresa e emozione. Ho rivisto facce mai viste. Erano quelle di miei esaminatori di venti e più anni fa. Almeno così volevo che. Rispondevo mentre il pensiero tentava di bloccare il mouse precipitoso che si buttava sulle domande e prendeva il mio posto. Intanto alle prime 20 domande di Storia 1 ne indovino 17. Cado clamorosamante sulla domanda 4, che chiede del ripristino del Tribunale dell’Inquisizione dopo il congresso di Vienna. Io lo assegno al Regno delle due Sicilie e invece è la risposta più facile di tutte perché è lo Stato Pontificio. Poi sbaglio anche  la 16 (data di nascita dell’impero austro-ungarico).  E’ tanta fortuna, quella che segue, ma senza non c’è mai vera soddisfazione. E la sua apoteosi è con la 6 (l’intesa liberale tra Francia e Inghilterra dopo i moti del 30 e del 31) e la 14 ( Cavour al Congresso di Parigi del 1856)  prese a mouse. Io non credo me le sarei ricordate neanche con un’ora di ripensamenti.
Storia 2
un autentico trionfo: 20 su 20. Un solo tentennamento sull’aggio di lira e oro ai tempi di Giolitti. L’esame di Contemporanea all ‘Università riaffiora. Stupito e gasatissimo, complimentandomi  tra me e me vado su Storia 3. Mi sembra di stare in aula, tra una fila di commissari che guarda il monitor con le mie risposte esatte e una fila di colleghi dietro di me che trepidanti cercano di capire quante sono le giuste e quante le sbagliate. Ripassano, mormorano: la sapevo, no, non la sapevo. Sbaglio la 5: l’Italia dichiarò guerra solo all’Austria e non a Austria e Germania nel 1915. Non era Stettino ma Danzica la città di cui Hitler pretestuosamente pretese l’annessione prima di scatenare l’invasione polacca. E fanno due errori: 18 su 20. Sento un po’ di delusione. Come Inardi a Rischiatutto volevo l’en plein. Anche il ricordo che affiora indica il piacere della regressione. Eppure, non credo ai miei occhi. Non posso ricordarmi tutte quelle cose e, anche se non è vero, alcune non ricordo di averle mai lette. Ma tra me e il mouse si è stabilita, mi dico, una relazione sapienziale.
Storia 4
. Sbaglio la prima: la sequenza delle conferenze di pace post belliche non fu Teheran, Casablanca, Yalta e Postdam ma Casablanca, Teheran, Yalta, Postdam. Poi tutto ok fino alla 20a. Il test è finito. 94 domande su 100 non so quanto valgano. Ma sono quasi commosso per la pretestuosità della riscoperta di  certe facce, per averne ricollocato alcune altre. Ho risentito persino gli odori della carta plastificata dei libri, del caffè e latte della  mamma, della focaccia e del chiuso di ogni luogo di studio.
Felice alla fine di potermi considerare non del tutto arrugginito, di non aver dimenticato quello che mi costò fatica e piacere, ma più felice ancora, dall’inizio alla fine, della galoppata a ritroso, del tempo ritrovato.

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Giovedì, 23 Giugno 2005

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Pisanu faccia pace con il proprio cervello

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 17:27

«L’omicidio di Claudio Maggiorin conferma purtroppo che l’immigrazione clandestina rappresenta una minaccia crescente per la sicurezza e l’ordine pubblico nel nostro Paese». Il ministro Pisanu al Corriere della Sera del 15 giugno 2005.

"L’equivalenza tra immigrazione clandestina e criminalità non ha fondamento e non può avere ascolto in un Paese civile come il nostro". Il ministro Pisanu all’ Ansa del 23 giugno 2005.

Altroché Pisanu frena la Lega. Pisanu frena Amnesty International.

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Mercoledì, 22 Giugno 2005

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Io sto con Cofferati

Archiviato in: Metodo — francesco @ 12:07

 

Certo è paradossale che sia un leghista e celodurista a proporre la castrazione chimica per gli stupratori. Ricordo che anni fa, ogni volta che si discuteva di violenza politica (e ancor oggi la destra abusa della pazienza e dell’intelligenza di chi la ascolta nel muovere accuse senza guardarsi allo specchio) non c’era verso di impedire che si iniziasse a discutere senza la premessa della violenza insita nel marxismo e quindi nella sinistra. Erano gli album di famiglia che squadernavano verità dogmatiche che dopo mezzo minuto diventavano mezze verità e poi assumevano l’aspetto chiaro della sòla. Ma non c’era verso di impedire nei dibattiti televisivi o sui media quell’accusa con la quale si poneva la pemessa di una violenza a prescindere, aprioristica, al di là di ogni buona e pacifica intenzione, cercando di acquisire un vantaggio sull’avversario. Come quando si racconta una bugia preventiva. Io non voglio fare errori identici a quelli, ma dico che, in fin dei conti, all’atto della proposta, Calderoli un po’ di riflessione sul proprio machismo di partito avrebbe dovuto farla. Sarebbe giunto gradito almeno un distinguo.
Così come ancora non ho letto da nessuna parte che il metodo della castrazione chimica era in uso nei lager e i nazisti sperimentavano su ebrei e altri prigionieri castrazioni di ogni tipo, compresa quella chirurgica che il ministro medico arriva a indicare "come la più idonea a funzionare anche da un punto di vista della prevenzione", dopo essersi espresso a favore della vita a patto che sia come prevede la legge 40 che nega la vita alle coppie sterili. Voglio dire che il mancato riferimento ai nazisti è stato ed è una cosa seria e giusta, così come lo sarebbe stato qualche settimana fa se non si fosse dato dei nazisti a sproposito a chi  parlava di criogenìa e diagnosi pre-impianto. Resta il fatto che l’aspirazione alla mutilazione fisica è agghiacciante in sé e deve avere ghiacciato anche le lingue dei nostri cardinali, muti su tutta la linea, e che su questi argomenti, proposti da un loro fedele, si sono guardati dal sottolinearne la "maturità". Chissà che invece non maturi l’ipotesi di riservare una quota in parlamento a qualcuno di loro come si fa in Gran Bretagna. Ci leveremmo di torno degli impicci se anglicanizzassimo la chiesa cattolica.

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Ogni volta che sento parlare di sgomberi di immigrati e penso al fatto che la loro occupazione è illegale, penso anche a tutte le occupazioni illegali presenti in Italia. Scendo con la mente  al Sud e penso agli abusi edilizi e alle speculazioni operate dalla mafia e poi salgo sù fino al Nord dove incontro ancora speculazioni e abusi identici almeno nella sostanza, messe in atto dai colletti bianchi. C’è occupazione e occupazione, ed è più facile sgomberare dieci o quindici o anche duecento sfigati che un capo mandamento. E’ anche così che la mafia porta a casa un’altra rassicurazione sul suo potere.
La legalità ha, comunque, i suoi bisogni. Il primo: essere riconosciuta come tale. Rigore, comportamenti neutri e al tempo stesso non ottusi, dovrebbero essere la sua norma intima. Tra il generale Bava  Beccaris e Giovanni Falcone si è fatta un po’ di strada e perciò penso anch’io che la sinistra sbagli nel modo con il quale affronta il tema della legalità. Alla base di questo comportamento si muove più che l’argomento marginale ormai della diffidenza nei riguardi delle regole borghesi e della loro parzialità pretesa come universale, il terrore che il rigore o la punizione palese possano sconfinare nella violenza di Stato o in forme ad essa acquiescenti, e infine nell’abuso che potrebbe fare il paio con la voluttà d’impunibilità sempre così attuale qui da noi. O ancora nella richiesta di punizioni esemplari, tipiche di società tradizionali e pre-moderne. E’ la storia della nostra comunità nazionale e delle sue istituzioni che ingravida il presente e il futuro della sinistra sulla questione della legalità. Questo riflesso d’ordine è comprensibile ma le strade con le quali si monta la guardia alla legalità nazionale sono vecchie e incomprensibili. I problemi di oggi non sono più le bombe di Piazza Fontana semmai la bomba demografica del Sud del Mondo, l’immigrazione, la crisi energetica e purtroppo, in Italia, un sistema industriale defunto, accanto ad una società incerta e inquieta nella quale potrebbero saldarsi rigurgiti neo-guelfi e idee ancora fallimentari e sbrigative in economia, preoccupano non poco.
A costo di sembrare più realista del re, vorrei anche ricordare che la castrazione chimica non "castra" proprio nessuno. E’ un modo di dire orribile per arrivare al nocciolo della questione: che per un pedofilo o uno stupratore recidivo c’è un "nocciolo" da ammorbidire. Certo pone problemi etici e anche di efficacia e non è detto che abbia grandi possibilità preventive. Indi per cui è bene andar cauti. Ma anche non aver paura di sperimentare. Dice al proposito Umberto Veronesi: "Non escludo per niente che queste persone (pedofili e  cronici, ndb) possano essere trattate farmacologicamente. Sono convinto che i recidivi, i cronici, quelli che non hanno autocontrollo ed arrivano al punto che la pedofilia diventa una psicosi, una malattia mentale ossessiva, possano essere curati con i farmaci, sempre con il loro consenso. Ci sono medicinali, infatti, che riducono i livelli di aggressività sessuale. E’ un’ipotesi di lavoro – precisa Veronesi – stiamo verificando”. L’oncologo si riferisce, in particolare, ad una terapia sperimentata all’università “Ben Gurion”, in Israele, che avrebbe guarito alcuni pedofili detenuti nelle carceri di Gerusalemme". Credo che se la pratica farmacologica in questione si fosse chiamata in un altro modo oggi non si farebbe tutto questo baccano. Invece è paradossale che chi ha fatto della consistenza del suo pene un’arma di battaglia ora voglia andare a sgonfiarlo ad altri, come se non ci fosse una certa affinità sub-culturale tra i due celodurismi. Come se sopra quegli stupri non ci fossero i raggi di un sole delle alpi che ghigna. Ma anche senza queste considerazioni, pedofili e cronici esistono ovunque e la castrazione chimica è applicata In Francia, in Danimarca, in Germania, in Norvegia, in Canada, in California e in alcuni altri stati americani e nella civilissima Svezia.

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Io sono d’accordo con Foucault quando scrive nei "Dialogues" che con la "castrazione chimica" e espedienti simili si corre il rischio di far assumere alla "sessualità un comportamento accompagnato da certe precise interdizioni; si trasformerà piuttosto in una sorta di pericolo diffuso, in una specie di fantasma onnipresente, che potrà entrare in scena fra uomini e donne, fra bambini e adulti, eventualmente fra adulti da soli, e così via. La sessualità diventerà dunque una minaccia presente in tutti i rapporti sociali." Però è anche vero che la libertà di cui oggi disponiamo è infinitamente più forte e il suo livello assai più alto di quanto non sia mai stato prima d’ora. E gran parte della nostra libertà è legata alle ragioni per le quali ci siamo liberati delle interdizioni sessuali su cui la pratica di potere delle istituzioni è stata per secoli micidiale e sopraffina. Il pericolo peggiore, oggi, è che si paventi il ritorno ad una sessualità repressa o misogina, quasi con gioia come se fosse uan "riscoperta", in nome di certezze effimere, dopo esserci sbarazzati della libertà di cui milioni di persone godono con pienezza, senza aver contrastato l’abuso del malato o del cronico. Il rischio è di fare due danni anzichè tentare di evitare o abbassare il livello di almeno uno dei due.

 

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Martedì, 21 Giugno 2005

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Disobbediente

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 11:08
«Non c’e’ nulla di liberale nella minaccia di disobbedienza civile contro la legge 40 paventata da 110 esperti in una lettera inviata al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Così il Consiglio esecutivo del Comitato Scienza e vita, commenta “l’ennesima sortita” del fronte referendario che “pur sonoramente battuto dalle urne, fa finta di non capire il valore effettivo di quel non voto espresso da quasi il 75% degli elettori italiani sulla fecondazione assistita». 
Strano che gli obiettori di coscienza di professione obiettino alle disobbedienze civili altrui e lo facciano impugnando l’esito del referendum sostenendo che il 75% di astenuti rappresenti in toto un "valore effettivo", cioè il loro. Invece era già ovvio che per l’applicazione della legge 40 si dovrà ricorrere al giudice. Dice  Adolfo Allegra, direttore di Andros «Non vogliamo disapplicare la legge, ma è evidente che in molti casi le norme sono contrarie alla deontologia, alla perizia, prudenza e diligenza che un medico deve seguire. Esempio: se impianto tre embrioni a una giovane donna cardiopatica, costringendola a un’eventuale gravidanza plurigemellare, rischio seriamente la sua vita. Che faccio? Ricorrerò al giudice. Mi dica lui che cosa devo fare. Noi ci troviamo in un’enorme condizione di disagio, il consiglio migliore del medico in molti casi è in contrasto con questa legge. Stiamo studiando in modo serio una strada alternativa».
Lo appoggia il radicale Marco Cappato: «E’ da falsari invocare contro la disobbedienza civile la volontà popolare dopo averla sabotata». Appunto. Però si potrebbe fare un referendum per abolire i giudici.

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Lunedì, 20 Giugno 2005

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Andalusia. Preparativi

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:52

Questa notte ho fatto il booking per gli aerei. Prima tappa: Barcellona, scalo quasi obbligatorio nell’ottica dei costi - benefici di un viaggio, poi, Siviglia. Niente booking degli hotel ancora; sono in attesa di nuove da un’amica che abita da quelle parti. E’ questione di giorni poi arriva anche la guida nuova di zecca. Anche quest’anno, incrociando le dita,  per i voli direi che è stata un’annata fortunata. Spenderò pochissimo per andare a tornare. 
Ci sono tanti modi di "partire" e ora è presto per farlo. Se solo la mia testa non fosse già altrove da almeno sei o sette mesi penso che sarei più tranquillo. Invece mi sento inquieto e anche un po’ stanco. Andrò incontro al 14 agosto sperando che l’idea di questo viaggio mi faccia bene fin da subito, benché il timore che il ritorno a casa possa essere traumatico come quello dell’anno passato, mi abbia reso indeciso fino all’ultimo. In effetti non sono certo di saper reggere anche quest’anno, senza conseguenze, a un rientro altrettanto odiato come quello dello scorsa estate.
Tanta indecisione e anche un po’ di paura forse derivano dall’aver voluto affrontare, come dentro un richiamo, questi ultimi miei viaggi proprio in aree di confine: l’anno scorso l’Irlanda e la Gran Bretagna, poi anche Bruges città particolare per il suo rapporto con il mare e l’ "acqua", confine naturale in "terra" di ogni terra, quest’anno l’Andalusia. E’ perché restano in biico tra il qua e , che le aree di confine assumono l’aspetto cosiddetto "magico", come se il qua e là entrassero uno dentro l’altro per giocare a confonderci, dando vita a forme atipiche, ibride, confondendo colori e suggestioni. Vero che il confine è ovunque, ma ci sono aree che assorbono e trasmettono in modo particolare questo lieve terrore di non sapere dove essere. Forse anche l’Andalusia è così, o lo penso solo perché ho visto Kilkenny e i canali cari agli occhi e ai pennelli di  Van Eyek e tutto ciò non ha ancora finito di raccontare e di cambiarmi.

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