Piazza Fontana
Ci sono almeno due modi di stare dentro la storia. L’uno mentre credi di costruirla, manomettendo i codici, le cose, inserendo a forza il tuo io e la tua volontà nella rappresentazione delle cose e nel loro sviluppo. Nel gioco delle mosse e delle contromosse noi agonisti crediamo di essere nella storia perché la sogniamo. Non pensiamo al momento in cui avremo finalmente ragione, pensiamo al momento in cui le nostre volontà diventeranno cose, simboli, bandiere al vento. Ho pensato qualche volta a che cosa può essere passato per la testa di quegli uomini che nel sogno hanno messo una bomba su un treno o dentro una piazza. Con tutto l’odio che potevo avere dentro a sedici anni nei mitici ‘70, io non lo avrei mai fatto. La frenesia della preparazione, la cura dei particolari, la cautela anche minima nei gesti per salvarsi la vita e toglierla ad altri, la costruzione della rete mentale da cui balzare per fare quel gesto, i sensi della compassione e della pietà assopiti e spediti alla posterità.
L’altro modo accade quando la spedizione giunge fino a noi. Allora, le cose fatte, dopo anni mettono il fiato sul collo, restituendo a chi ascolta quella frenesia moltiplicata al cubo, i particolari, allora ignoti, allineati come soldatini, l’insieme delle idee su cui ci si voleva levare in piedi incredibilmente fragili, ormai inutili, quasi inesistenti, fuori dall’ordito.
In questa orgia di evanescenza. il dubbio del giudice, l’impossibilità di esser giusti sembrano la cornice di una fiaba bergmaniana. Alla fine c’è una morale, un senso, ma anche un dio che si fa inseguire e che sfugge alle nostre certezze così come alle nostre incertezze e che mette in discussione quella morale e quel senso.
Come se si fosse preso casa in un giardino di sabbie mobili.

Questo testo è sotto licenza Creative Commons



