Li guardi spiccare il balzo, carpiare il tronco e avvitarsi per entrare in acqua, oppure volteggiare e raccogliere un cerchio e una palla lanciati da una compagna e a tempo di musica muoversi verso la postazione del movimento a seguire. Non so che cosa spinga ragazzi e ragazze a dedicarsi ogni giorno per un numero indefinito di ore a uno sport il cui obiettivo non è una palla che rotola dentro una rete, s’infila in un canestro, o spizzicata da due mani finisce fuori dal campo, e non è un corpo che taglia un traguardo, non è un guizzo delle reni che spinge la mano a toccare la tavoletta di fine corsia.
Uno sport in cui non sai subito se hai vinto o perso, se il primato è ottenuto o perso, se la medaglia è al collo tuo o del tuo avversario è un vero e proprio atto di fede verso il prossimo. Uno degli ultimi che la mia epoca concede.
Il risultato lo consegna uno sconosciuto: che si chiama giudice.
Anche noi che assistiamo, giudichiamo, ma non conta e ciò che noi vediamo fare da loro è lo spettacolo che a tutti loro è impossibile vedere. Ciò che i calciatori, i corridori, i nuotatori, i cestisti e i pallavolisti perdono è compensato (lo so per esperienza) dal risultato che mette fine allo sforzo: se arrivo primo o ultimo lo vedo da me e se segno il punto o il goal, pure.
Ma per ginnasti e tuffatori e in parte anche per lottatori e pugili, vivere, perché di questo si tratta, per essere giudicati primi o ultimi è aspetto che fa impressione.
Quei secondi o minuti che passano dalla fine del proprio esercizio atletico e il responso del giudice può far pensare per davvero alle mani degli dèi e ai loro capricci.