Dispacci al vento
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Venerdì, 30 Luglio 2004

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Quando il tuo volto domani?

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 19:56

Capita di ascoltare o leggere narrazioni di sé del tutto insignificanti, ma a cui diamo un valore immenso. Attorno a loro dipingiamo contorni duri o delicati, estatici o indifferenti, ma sempre netti. Diamo alla parola un valore immenso, e se questa è scritta, sproporzionato, sghembo se la mettiamo in relazione con chi l’ha lasciata da leggere.
Se poi conosciamo chi scrive, deduciamo, colleghiamo, proviamo a immaginare i pensieri, le colleganze. Se invece non abbiamo una descrizione fisica, se non siamo mai stati vicini l’uno all’altro, se ci siamo limitati a guardare da lontano o a seguire ciò che scrive, procediamo inversamente: con l’induzione immaginiamo come potrebbe essere e che cosa potrebbe darci.
Ma se difficile è conoscere oggi il suo volto domani, quello “che già esiste o trama sotto la faccia che mostra o che indossa”, ancora più difficile e forse non desiderabile è sapere quando quel volto, che finalmente conoscerai o che ti è sempre rimasto nascosto, uscirà allo scoperto e sarà sulla faccia di chi ti pugnalerà alle spalle. Bisognerebbe però non avere gli occhi per guardare poi, quando il suo volto cambierà ancora e ritornerà magari come lo hai sempre desiderato.
A pensarci bene, ringraziando Marias per l’indizio essenziale, la vita è una specie di tortura per niente raccontabile.

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Giovedì, 29 Luglio 2004

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Come dentro un aforisma

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 13:58

Se lo vuoi con forza, non è un sogno. Lo diceva Herzl, il padre del sionsimo, a proposito dello Stato di Israele, l’ho risentito alcune ore fa uscire dalla bocca di John Goodman ne Il grande Lebowski.
Non so se il contenuto di questo aforisma si possa dire vero o, se invece, per dirla alla Kraus, come ogni aforisma presenti una verità e mezza, ma appena l’ho sentito pronunciare ho fermato l’immagine e sono tornato all’inizio del capitolo per riascoltarlo. Sì, si era andata a ficcare già da qualche parte e ho creduto di rinvenirne i segni in qualche mio gesto o in alcune delle misere scuse addotte a giustificazione delle mie debolezze passate.
Probabilmente c’era già tutto: doveva solo essere richiamato o composto letterariamente così bene per rimbalzarmi davanti e farmi “ciao” con la manina, tanto da provocarmi una venuzza di amarezza e ispirare al mio spirito di rinuncia un grande senso di sollievo.
In effetti, dentro una verità e mezza ci stai molto comodo. Non calza a pennello, ma ti puoi accontentare dell’evidenza che non esiste un abito che racchiuda in sé per davvero chi lo indossa. La differenza la fa lo stile, che altro non è se non l’insieme di quei comportamenti pratici, risultato dell’interpretazione e della profondità dei propri aforismi interiori.
E ci vuole tempo da perdere per interpretare e scavare, solo per fare una differenza di stile. Ci si perde un sacco di cose belle della vita.
E’ per questo che solo i veri rinunciatari tengono al loro stile e ne hanno uno. Sono prevedibili, facili, non si sforzano mai qualunque cosa sollevino. Non misurano il tempo, se lo prendono. Superficiali o intelligenti, colti o ignoranti, solo per avergli riconosciuto la differenza gli consegneresti tutti i tuoi sogni, perché il sogno dello stile è suadente come un aforisma, ma è comodo come la verità e mezza che si porta appresso. E quello è l’unico sogno a cui non rinunceranno mai.
Insomma, temo ci sia bisogno di tanto coraggio per fidarsi di loro. Però loro ce l’hanno messo.

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Martedì, 27 Luglio 2004

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Del cambiare d’opinione e di modi

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 22:05

Qui si discute se il cambiar d’opinione sulle cose del mondo e sul giusto senso che loro attribuiamo e ad esso ci conformiamo, non sia il vero segno di intelligenza dell’uomo, ma semmai per poterne avere uno che non ci confonda e non ci faccia pensare negativamente che un nuovo apostolo si presenti a noi sotto nuove e azzimatissime spoglie per propinarci idee nuove con l’abitudine vecchia di indicare la strada aborrita prima, non se ne debba osservare, invece e da vicino, il mutato comportamento adottato verso la nuova direzione e le medesime persone e cose. (continua…)

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Grandi come Gatsby

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 10:06

“Daisy ha un sorriso … un sorriso pieno di soldi”. Ecco come liquidare se stessi e i propri sogni, dandogli la consistenza che meritano, al di sotto dell’illusione, fino a morirne, indifferenti alla propria vita. Solo un grande può sentire e vedere e parlare così. Un grande non per aver raggiunto la vetta suprema del potere, ma per aver raggiunto l’ampiezza massima del sapere di un uomo che insegue il suo sogno. Eppure quanti siamo oggi e quanti saremo sempre a dover espiare la colpa di aver inseguito un sogno che “era già dietro le proprie spalle”. E senza lo sguardo di Robert Redford.

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Lunedì, 26 Luglio 2004

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A volte i quarant’anni passano di qua

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 17:03

Non so a voi, ma questa sera è una di quelle che può capitare di uscire e camminare, sedersi a un bar, bere, guardarsi intorno, annoiarsi e allora approfittare per mettere a posto finalmente la rubrica del cellulare. Perché mai questi numeri ripetuti due, anche tre volte; come posso aver scordato ogni volta e raddoppiato poi? Questa è una di quelle sere che non hai appuntamenti, ma il sole ti picchia in testa, tu mangi perché pensi di non aver mangiato abbastanza e poi bevi perché dai la colpa all’arsura, e poi esci perché hai caldo, ma non fa caldo. Questa è una di quelle sere che non vedi nessuno in giro, la città e il centro sembrano deserti, poi quando decidi di rientrare a casa ti sembra che tutto si rianimi e ti verrebbe voglia di restare, ma il passo è sulla via del ritorno e questa è irresistibile più dell’intenzione. (continua…)

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Googlebombing contro il Moige

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 14:18

A differenza di Woland io non sono ateo, pur essendo di sinistra, ho avuto da ragazzo un’educazione cattolica e sono stato “comunista” perchè c’era il Pci. Leggo anch’io molto e così facendo ho imparato a distinguere tra etica privata e Stato, tra legge divina e terrena, tra vero rispetto e ipocrisia “teologica”. Anche a me piace ascoltare, ma dinnanzi alla crassa ignoranza e allo spaccio di chiacchiere psicotrope, perdo la pazienza, specie quando ci si vorrebbe assumere la responsabilità di educatori. E per questo si chiedono denari allo Stato abortista. (continua…)

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Domenica, 25 Luglio 2004

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Blog Aggregator 3.1

Archiviato in: Blog & similars — francesco @ 12:16

Siamo solo alla versione alfa del nuovo aggregatore di Giuseppe Granieri. E’ una fase di test, la versione beta arriverà e porterà con sè le modifiche del caso. Intanto qui, se volete proprio sapene un po’ di più, c’è una discussione aperta sui primi giorni di accampamento. Per tutti quelli che sono interessati, e magari già iscritti, varrebbe la pena darci un’occhiata e, soprattuto seguire l’indicazione che compare nella home page di BA 3.0, cioé: aggregare i post e giocare con le opzioni. Valutando questi primi giorni, mi sembra che noi del Cannocchiale siamo tra i più restii a uscire dal guscio e a mettere fuori la testa. Già una certa involuzione del Cannocchiale lascia presagire un eccesso di autoreferenzialità del tutto impropria, non vorrei che ci si lasciasse trascinare. (continua…)

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Sabato, 24 Luglio 2004

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No Lacoste, no summer

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:11

Quest’anno non andrò ad acquistare la mia consueta Lacoste. Fine o sospensione (c’è differenza?) di un rito estivo decennale. Ieri sono caduto nel fosso del dubbio: “Ne ho dieci tipi diversi. Che me ne faccio di un’altra?” Una domanda può impallinare, e quando è posta bene, chiede conto prima ancora della risposta che ne segue. Il rito ha cominciato a sbiadirsi, smettendo di inviare la sua luce re-ligiosa e rassicurante per incorporare una piccola falla ermeneutica. Il gesto era semplice, prima. Pochi metri da casa lo store monomarca della Lacoste, piccolo ma zeppo di tutto, era dopo la soglia dell’estate. Varcavo l’ingresso, sentivo l’aria condizionata entrare sotto pelle, e insieme, il profumo del cotone, delle scatole e della plastica, mi dicevano che il ciclo pacifico della bella stagione era davvero avviato. Dopo il gelsomino in fiore, le passeggiate al parco, il primo bagno, l’acquisto della polo con il rettile carnivoro ha sempre completato la fase iniziatica.
Quest’anno alla Lacoste ci sono pure i saldi e l’intenzione commerciale destabilizza il quadro, e mi avvicina a considerazioni sulla crisi, considerazioni che non voglio pormi, quando compro una cosa senza averne veramente bisogno.
Lacoste è sempre stato il motore immobile dell’inutile di classe elevato a potenza, una sfinge nel panorama del fafigoenonimpegna. Il coccodrillo mordeva senza tregua e con movimenti tanto veloci quanto impercettibili come gli smash di Monsieur Lacoste sui campi del Roland Garros. Lacoste c’è: il mito trasferito dalla terra rossa al telaio meccanizzato, un’impresa resa possibile dalla prometeica forza del capitalismo sano.
I saldi alla Lacoste, dunque, no. Non se le devono permettere. E’ come assistere alla Messa in tv.
In un mondo che non lascia più spazio al senso del rispetto, fanculo anche alle Lacoste.

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Un certo filosemitisimo

Archiviato in: Metodo — francesco @ 11:34

E’ facile avere buone ragioni per stare dalla parte dello stato di Israele, oggi. Cinquant’anni fa era meno popolare. Poiché non voglio dimenticare che le dinamiche politiche di uno Stato sono analizzabili proprio perché rispondono a esigenze evidenti, quindi giudicabili - né semite, né antisemite - interessante è indagare questo improvviso filosemitismo, che chiamo, nero, per identificare la vulgata amorosa degli emuli pentiti dei carnefici di ieri. Leggendoli, mi sono fatto la convinzione che le ragioni di tanto fervore sono essenzialmente due. La prima è l’uso distorto e strumentale del termine: ebreo. Ad esso si associa come in un non detto, il sigillo di una predominante e anche misteriosa cultura religiosa, la cui radice è inestirpabile e si presenta come una vena di sangue a cui è facile ricorrere, attraverso qualche esame filologico o di rispetto della tradizione. (continua…)

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Venerdì, 23 Luglio 2004

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Americani che vai, antiamericanismo che trovi

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 16:38

Ieri pomeriggio di passaggio davanti al desk del mio albergo, un professore statunitense di economia di un’Università australiana mi viene incontro e mi chiede incuriosito che cosa ci faccia quella piccola bandiera americana appesa sopra la macchina del caffè. Rispondo che si tratta di un ricordo del padre del mio titolare, portato a casa da Chicago alcuni anni or sono, terminata la visita alla figlia che viveva con suo marito in quella città. Mi sembra di essere stato esauriente, sorrido e faccio quello che se ne va. Invece il Prof indugia, vuole capire meglio, come con lo studente che lo sta prendendo per i fondelli. Capisco che vuole capire. (continua…)

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