Gino Paoli, senza fine
Lui è un bohemien come piace a me. Uno di quelli di Genova, come me, nel senso che anche se non ci fosse nato non potrebbe che essere genovese: l’incarnazione della categoria dello spirito salmastro, appiccicoso e volatile al tempo stesso, come la lingua dei carruggi e il temperamento di chi ti manda a quel paese con un sospiro. La musica che balla nel cuore che non fa mai rima con amore ma sempre con qualcosa di più e di meno è la cifra con la quale lo ascolto. Non lo amo come Tenco, ma come un padre putativo, un signore d’altri tempi, quindi di sempre. Dolce e senza il pensiero del pensiero, anarchico forse, politico improvvisato, ma sempre lui, il pittore mancato che ama la pennellata fragile piena dei colori cangianti di chi non sente mai la mancanza di una riva o di una battigia, perché è sempre dentro l’onda. Gino Paoli, settantenne, che riceverà da Tony Renis un premio alla carriera, il 3 marzo sul palco dell’Ariston, per poi andare tranquillamente a suonare e a cantare a Mantova alla manifestazione che si oppone alla kermesse sanremese, è l’uomo - bambino dello stupore perdurante. Per me è facile capire perchè nessuno avrebbe mai potuto immaginare il cielo in una stanza come ha potuto lui.

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