Dispacci al vento
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Sabato, 31 Gennaio 2004

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Uccidete il soldato Melis

Archiviato in: Sulfurea — francesco @ 10:44

Anzi di più. E’ un “missionario di pace”. Non ha ancora compiuto 30 anni e ora il linfoma di Hoddgin, contratto dopo due missioni di pace in Bosnia e Macedonia alla fine degli anni Novanta, lo sta uccidendo in un letto di ospedale a Cagliari. Per il caporal maggiore Valery Melis, di Quartu Sant’Elena, in rianimazione dopo un trapianto di cellule staminali subito in un centro milanese, si sono mobilitati amici e parenti, una cinquantina, che oggi hanno deciso di manifestare davanti alla sede del comando militare Sardegna. Chiedono che venga riconosciuta la causa di servizio perche’ Valery, operato soltanto grazie a una colletta, possa essere trasferito d’urgenza - anche con un aereo militare - in un ospedale specializzato in Inghiterra o negli Stati Uniti. (Leggi l’articolo completo sull’Agi- collegamento non più disponibile).
Cioè, noi ai “missionari di pace” facciamo funerali di Stato, ci costruiamo sopra un’immagine di Paese di progresso e civiltà, ce li giochiamo per le prossime elezioni, ce li rimpalliamo da una rete televisiva all’altra per celebrarne l’umiltà, il senso del dovere, l’amore per la Patria, purchè costino meno dell’equipaggiamento militare che li ammazzerà.

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Venerdì, 30 Gennaio 2004

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Figlio

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 16:37

Appartengo a una generazione che è vissuta nel ricordo del ‘68. A sedici anni ho vissuto gli anni della contestazione politica interna più feroce che il mio Paese abbia mai sopportato. Ho lottato, ho contestato, ho occupato scuole, ho rischiato l’espulsione, mi hanno applaudito e fischiato. Nuotavo, facevo radio, mi fidanzavo, mi occupavo di politica, mi sono laureato: ero ovunque, mi sentivo il padrone del mondo. Ho sempre pensato che mi sarei sposato tardi. Non ero neanche abbastanza furbo dal non rivelare questa mia intenzione alla fidanzata di turno. Ingenuo e tenebroso, la frenesia di cui non mi rendevo neppure conto era la vera padrona di me. Ora mi chiedo: che cos’è tutto questo correre, questo “mettersi in gioco”, questa emotività buttata al vento, questi desideri di vittoria e guai a fallire? Mi sono accorto di essere diventato adulto quando mi sono accorto di poter amare anche lei che non avevo lì, lei che avevo deliberatamente lasciato libera di vivere per ritrovarsi. Voglio che un sorriso a me, sia solo per me. Sono stato aiutato: penso che qualcosa fin da bambino si debba essere infilato dentro la mia testa per condurmi fino a qui. Ragiono. Credo siano state la sostanziale assenza di ambizioni personali, il mancato rispetto di regole che mi ero imposto da giovanissimo, l’assoluta impossibilità di amare due volte, il senso lontano del futuro, la falsa idea che non si muore mai. Vivo le mie nostalgie come film che ricostruisco ogni volta. Poi quando si accendono le luci, mi accorgo che non è stato poi così male. Una sola cosa mi manca, di tanto in tanto: un figlio.

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Martedì, 27 Gennaio 2004

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Hoolywood, la prima a sinistra

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 20:48

Per fortuna il film di Salvatores non ha ottenuto la nomination all’Oscar come miglior film straniero in concorso. In caso contrario, sai che fatica si sarebbe fatta a spiegare, qui e non solo qui, che l’establishment statunitense non si era nel frattempo convertito ai girotondismi o avesse maturato simpatie verso i centri sociali. Non sarebbe stato semplice neanche fermare la furia contro l’evidenza ( come no?), che un suo inserimento nel ristretto gotha dei best of Hollywood, o persino l’eventuale affermazione finale, mai avrebbero potuto considerarsi come uno sgambetto a Berlusconi e che la “lobby mondiale della sinistra” non esiste se non nella fantasia di qualche buontempone.
Almeno, vorrà dire che potremo ignorare tranquillamente la Notte degli Oscar e trombare in santa pace.

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Domenica, 25 Gennaio 2004

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Domenica mattina

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 9:38

Quando ero bambino, la domenica mattina mi alzavo presto. Fino all’età di dodici anni il tragitto che compivo tra le otto e mezza e le nove era breve e sicuro. Entravo nel cortile della Chiesa dei Padri Cappuccini e m’infilavo in sacrestia. A quattro anni ero all’asilo delle Suore della Misericordia, a sei servivo messa, a otto negli Scout dell’Agesci. Ricordo anche di essere stato uno dei primi ad approfittare delle messe del sabato, che negli anni Settanta vennero introdotte per venire incontro a quelli che la domenica non avessero potuto. E qualche volta non potevo. Ma quelle messe di sabato erano così tristi, così poco solenni, rappresentavano, in fin dei conti, quell’obbligo religioso che non avevo mai sentito prima. La domenica che ho conosciuto io era quella della festa, dei ravioli o dei tortellini in brodo, delle meringhe alla panna comprate da papà, delle cravatte che misuravo e poi non indossavo. Sicurezze e illusioni mescolate insieme. E’ durata qualche anno. Quando l’emancipazione prese il sopravvento e sfilata la tonaca di diacono e di lettore delle Sacre Scritture, presi ad alzarmi più tardi, fatta eccezione per le domeniche di gara, si aprì un conflitto con il sabato sera che divenne sempre più aspro, fino a che la domenica non ne ebbe la peggio. Persi il gusto della buona sveglia, mentre stava inesorabilmente rifluendo anche quello della messa. Alla fine degli Anni ‘80 s’impose prepotentemente anche il venerdì sera. Nel frattempo, avevo abbandonato il nuoto, non svolgevo più pratica sportiva agonistica e il gusto della domenica mattina cambiò ancora. Uscivo venerdì e sabato e la domenica prima di mezzogiorno l’alba non spuntava. Paradossalmente, proprio oggi che devo andare a lavorare, alzandomi prima del solito, ho avvertito quel senso della domenica mattina. Mentre preparavo la colazione ho rivisto il caffè e latte già pronto in tavola, con lo zucchero, il pane, la marmellata e la focaccia. Dietro di me mio padre che rimetteva la moka sul gas per sè. Ho risentito mia madre che mi ordinava di fare qualcosa e guardato negli occhi mia sorella mentre beveva il suo the. In tutto, un attimo o forse due… Poi ho acceso il computer e ho scritto un post.

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Venerdì, 23 Gennaio 2004

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Doppio lifting

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 22:52

Adesso che Berlusconi è diventato una bella figa, lo possiamo trombare o no?

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Nessi e protesi

Archiviato in: Ridere e piangere — francesco @ 20:33

Berlusconi in realtà è un esteta. Si è rifatto la faccia per rifarci il sedere.

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Giovedì, 22 Gennaio 2004

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A due passi dal destino

Archiviato in: Abitatore del tempo — francesco @ 9:55

Alberto oggi ha stirato la sua camicia blu. E’ una bella giornata di marzo. Il ciclamino spinge in avanti le foglie in attesa che il sole si accora della sua voglia di fiorire. Il gatto della casa di fronte è lì come tutte le mattine, con gli occhi spalancati a fissarlo mentre ripone la carta nel cesto della corte. Marina sta lavorando nel suo ufficio dietro lo sportello della banca dove entra tutte le mattine ormai da sette anni. Una vita normale la loro. Sposati con prole, casa, vacanze, prime riflessioni sul tempo che passa, languori e nostalgie medicate alla bell’e meglio. Pensa a Marina e sorride.
Nella piazza del mercato di un’estate di dieci anni fa, in piazza del Duomo, sotto il vento fresco di una bella mattinata ligure, un ragazzo di nome Alberto, moro, non tanto alto e un po’ timido si ferma a controllare una t-shirt. E’ indeciso sul da farsi. E’ una maglietta taroccata. Probabilmente non durerà neanche due lavaggi. Il colore rosso gli piace e gli dona. E’ della sua misura. Ci ripensa e la posa. In quel momento una ragazza bionda prende la maglietta rossa e la porta al petto per misurarla. “E’ troppo grande” sentenzia la madre. La ragazza posa la maglietta e getta uno sguardo su Alberto. Sorride e se ne va. Alberto riprende la maglietta e la compra. Comincerà da allora il giro più lungo e memorabile della vita di Alberto. Cerca la ragazza, capisce ora che deve sapere come si chiama. La vede con la madre vicino a un bar. “Forse entrano” - pensa. Lui entra. Loro no. Riesce. Lei è davanti a lui. Lo riguarda. Lo saluta. Lui non risponde. Torna indietro e finalmente le chiede come si chiama. “Marina” - risponde lei. Alberto è contento. Non riesce a spiccicare una parola, ma è contento. La guarda negli occhi celesti e si accorge che è proprio bella. “Troppo per me” - pensa. Lei sorride, si avvicina la madre che gli chiede come si chiama e finalmente anche Marina sa di avere davanti “Alberto”. Alberto è due passi da lei. E resterà lì.
Alberto oggi ha stirato la sua camicia blu. E’ una bella giornata di marzo. Il ciclamino spinge in avanti le foglie in attesa che il sole si accora della sua voglia di fiorire. Il gatto della casa di fronte è lì come tutte le mattine, con gli occhi spalancati a fissarlo mentre ripone la carta nel cesto della corte. Marina sta lavorando nel suo ufficio dietro lo sportello della banca dove entra tutte le mattine ormai da sette anni. Una vita normale la loro. Sposati con prole, casa, vacanze, prime riflessioni sul tempo che passa, languori e nostalgie medicate alla bell’e meglio. Pensa a Marina e sorride.

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Mercoledì, 21 Gennaio 2004

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Tino

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 10:35

Sei sbucato fuori come una colata di lava dal cratere, stamattina mentre sotto la doccia ti confondevo con un rigagnolo d’acqua che ha infilato un grumo di bagnoschiuma. E si è fermato lì, sopra l’addome, per un attrito che non mi sarei aspettato. E non è oggi e non sarà domani, e neppure ieri di venti e forse ventuno anni fa, che ti vidi per l’ultima volta disteso sopra un letto con il respiro di una locomotiva rotta che impediva di sentire persino la caldaia ed ora che ci penso, che strazio, quelle strane urla di muratori sopra un’impalcatura, così irrispettose, improvvide, fuori posto, che alla fine me le sono per forza ricordate. E a pensarci bene, voltandomi di lato per non guardare quel grumo di schiuma che si è fermato e che non scende più, non è oggi e non sarà domani e neppure ieri di venti e sicuramente più anni fa che ti vidi per la prima volta su un muretto della marina, oggi, sai, travolto dai tempi che chiedono cose sempre nuove, sempre più belle, ma che non sono per tutti e che non diventeranno mai nè le mie nè le tue, che mi chiedevo mentre guardavi mia sorella: “Ma che ci fa Anna con questo qui?” Lei che a quindici anni vestiva ancora in scamiciata come mamma comandava, mentre tu correvi sulla moto con quegli strani capelli biondi e gli occhialini alla john lennon. Respiro e penso che tu respiravi senza polmoni su quel letto con le finestre chiuse, le lampade soffuse, gli stemmi delle marche di auto e moto sulle pareti, gli occhiali sopra il comodino. E non ho niente di te, se non una foto dentro una cornice poggiata su di una mensola nella mia vecchia camera da letto, che dimentico ogni volta di portare via con me. A Natale, tua madre ormai da cinque anni viene a pranzare da noi. Te lo avrà detto, immagino. Si siede sempre vicino a me. Quando la guardo non ti vedo, ma vedo lei e penso che guardi te mentre guarda me. Deve essere per questo, che sono l’unico con il quale riesce a ridere. Penso che questo blog sia pieno di rimorsi, anche quello di non averti riservato un posto nelle mie valige ora si accomoda vicino agli altri. E sai, noi umani cambiamo così poco che se penso alle indulgenze che si pagavano con l’obolo della domenica mattina ad ogni santa messa, mi chiedo se qui non sia io a temere di non averti offeso se non ho pensato che a me. Ti regalo un post. E sappi, se già non lo sai, che non sarà oggi, non sarà stato ieri e non sarà neppure domani di venti e più anni ancora da venire che riuscirò a smettere di fare i conti con questa strana sensazione che mi fa pensare a quel vantaggio che hanno quelli come te che non sono già più qui. Non è bello che ti dica queste cose, ma sono costretto a dire sempre le cose che penso. Dovresti sapere anche questo. E non vorrei proprio dedicarti un ricordo. Ti dico solo che oggi mi sei scivolato giù come una colata di lava impertinente e mi hai sorpreso come già facesti altre volte. Ora sei qua dentro, chiuso e salvo come mai eri stato prima.

Ciao Tino

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Domenica, 18 Gennaio 2004

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L’ultimo samurai

Archiviato in: Esercizi — francesco @ 1:36

Nel fango davanti la casa della donna che lo ospita e che lo ha curato, nonostante gli abbia ucciso il marito in battaglia, un americano in divisa militare cade quattro volte sotto i colpi di una spada di legno adoperata da un esperto samurai. L’ospite-nemico si ostina a impugnare la sua, non rispetta l’ordine impartito, ogni volta che cade prova a rialzarsi e a continuare il duello. Cade e prova sempre a rialzarsi. Anche lui è un guerriero. Davanti all’insolenza di questo comportamento Ujio, il samurai, diventa sempre più duro, è intenzionato a colpire senza tregua la mancanza di rispetto, la natura delle cose messa a soqquadro, il senso del destino messo in discussione. Un ordine si rispetta sempre. (continua…)

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Giovedì, 15 Gennaio 2004

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Antisemitismo: dove s’insinua il male

Archiviato in: Metodo — francesco @ 22:53

Da una notizia Ansa. “Sul conflitto in Medioriente che contrappone lo Stato d’Israele con la Palestina, gli italiani bocciano la politica del governo di Sharon nei confronti dei palestinesi; sono contrari alla costruzione del Muro di separazione tra i due popoli e ritengono, almeno in una certa misura, che il governo di Sharon stia compiendo un vero e proprio genocidio. E’ quanto emerge dal Rapporto Italia 2004 elaborato dall’Eurispes e presentato stamane a Roma alla presenza del presidente dell’istituto di studi politici economici e sociali Gianmaria Fara, presente Mario Pirani, editorialista del quotidiano La Repubblica. (continua…)

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