Sei sbucato fuori come una colata di lava dal cratere, stamattina mentre sotto la doccia ti confondevo con un rigagnolo d’acqua che ha infilato un grumo di bagnoschiuma. E si è fermato lì, sopra l’addome, per un attrito che non mi sarei aspettato. E non è oggi e non sarà domani, e neppure ieri di venti e forse ventuno anni fa, che ti vidi per l’ultima volta disteso sopra un letto con il respiro di una locomotiva rotta che impediva di sentire persino la caldaia ed ora che ci penso, che strazio, quelle strane urla di muratori sopra un’impalcatura, così irrispettose, improvvide, fuori posto, che alla fine me le sono per forza ricordate. E a pensarci bene, voltandomi di lato per non guardare quel grumo di schiuma che si è fermato e che non scende più, non è oggi e non sarà domani e neppure ieri di venti e sicuramente più anni fa che ti vidi per la prima volta su un muretto della marina, oggi, sai, travolto dai tempi che chiedono cose sempre nuove, sempre più belle, ma che non sono per tutti e che non diventeranno mai nè le mie nè le tue, che mi chiedevo mentre guardavi mia sorella: “Ma che ci fa Anna con questo qui?” Lei che a quindici anni vestiva ancora in scamiciata come mamma comandava, mentre tu correvi sulla moto con quegli strani capelli biondi e gli occhialini alla john lennon. Respiro e penso che tu respiravi senza polmoni su quel letto con le finestre chiuse, le lampade soffuse, gli stemmi delle marche di auto e moto sulle pareti, gli occhiali sopra il comodino. E non ho niente di te, se non una foto dentro una cornice poggiata su di una mensola nella mia vecchia camera da letto, che dimentico ogni volta di portare via con me. A Natale, tua madre ormai da cinque anni viene a pranzare da noi. Te lo avrà detto, immagino. Si siede sempre vicino a me. Quando la guardo non ti vedo, ma vedo lei e penso che guardi te mentre guarda me. Deve essere per questo, che sono l’unico con il quale riesce a ridere. Penso che questo blog sia pieno di rimorsi, anche quello di non averti riservato un posto nelle mie valige ora si accomoda vicino agli altri. E sai, noi umani cambiamo così poco che se penso alle indulgenze che si pagavano con l’obolo della domenica mattina ad ogni santa messa, mi chiedo se qui non sia io a temere di non averti offeso se non ho pensato che a me. Ti regalo un post. E sappi, se già non lo sai, che non sarà oggi, non sarà stato ieri e non sarà neppure domani di venti e più anni ancora da venire che riuscirò a smettere di fare i conti con questa strana sensazione che mi fa pensare a quel vantaggio che hanno quelli come te che non sono già più qui. Non è bello che ti dica queste cose, ma sono costretto a dire sempre le cose che penso. Dovresti sapere anche questo. E non vorrei proprio dedicarti un ricordo. Ti dico solo che oggi mi sei scivolato giù come una colata di lava impertinente e mi hai sorpreso come già facesti altre volte. Ora sei qua dentro, chiuso e salvo come mai eri stato prima.
Ciao Tino