Dispacci al vento
www.flickr.com
foreyesonly
Home

Domenica, 30 Settembre 2007

p

Una domenica di settembre

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 12:30

In mezzo alle case e ai marciapiedi di Via Caboto sento la vita fuori e dentro di me. Dietro quelle finestre, in quelle finestre, su quei muri scrostati a fianco di quelli ridipinti da poco, vedo la forza dell’universo dispiegarsi nella sua varietà. Alzo la testa e scorgo un merlo in muratura, lo stemma della città dentro l’arzigogolo della cresta di un orologio di molti anni fa, un improbabile balconcino sta lì a ornare la finestra solitaria sulla cima di un palazzo che non avevo mai visto così alto. Scorro curioso la lista dei cognomi di una casa che nasconde un giardino. Vedo la sproporzione della cima di un ombrellone colorato uscire da un cortile il cui cancello è troppo basso perchè possa veramente difenderne il perimetro, schivo le schegge arancioni di un mattone spaccato mentre cammino sulla superficie di altri ordinatissimi mattoncini allineati, l’insegna di una palestra precede quella di una pizzeria. Il mare sbuca tra la darsena e il palazzo della capitaneria, mentre scorgo il profilo di un uomo con un maglioncino rosso come il mio.
Lo stato vitale così alto mette in fila le differenze, le deseleziona, te le offre a uno sguardo nuovo. Le sostanze imperurbabili non si sfidano. E’ questo il risveglio: l’illuminazione di questa mattina. La nausea che sento quando il fumo di una sigaretta si avvicina alle narici, è lo stesso che confusamente sentivo quando ne fumavo mezzo pacchetto o più al giorno. La confusione è sempre la stessa, è l’ordine delle cose che fa la differenza. Le cose si dispiegano: non resta che avvicinarsi alla loro natura, stando al loro gioco.
Se non ho niente di meglio da fare mi concentro su quello che ho intorno e lo dono idealmente a chi non lo ha. Qualunque cosa sia.
Ho imparato a concentrare la mia mente come se milioni di anni di anni di forze si concentrassero in quell’istante. Ho capito, passando di scatto dall’ignoranza alla saggezza, che la “forza” altro non è che il premio che si ottiene per riuscire ad abbandonare cerebralismo, luoghi comuni, pensieri distorti, idee ricevute, in un solo istante, come se spegnessi la luce del neon per accenderne una più calda. La volontà è lo strumento umano, poi c’è l’eternità, la purezza, il vero io, la felicità. Nulla distoglie la mia attività mentale da quella curiosità improvvisa, voluttuosa e piena di scrupolose e lucidissime indagini. Gli occhi sono aperti, la mente pure. Incredibile accorgersi che non ci sono tecniche per arrivarci, niente trucchi per iniziati, niente parole magiche per pochi eletti, ma solo una nuova serie di attenzioni che si aggiungono a quelle vecchie. E’ come dedicare quel tempo a un desiderio che non soddisfa alcun mio bisogno, ma quello di qualcuno che non conosco. Come quando un desiderio che non sapevo di avere dentro di me, emerge e condiziona da quel momento la mai esistenza: non vi è alcuna differenza. Nessun birignao “mistico”, nessun transfer, nessuna premonizione; solo mi sento avvolto dalla pienezza del mio essere, che scopro essere quello di tutti e di tutto ciò che mi circonda, la fonte di  qualunque felicità. L’essenziale non è di parte.
Uso il pensiero, provo a non farmene usare. Scorro tra gli anfratti, i giardini, le vie strette, i numeri civici; alzo lo sguardo su un insegna religiosa, un Sant’Antonio col bambino: sento, prima di arrivare a una qualsiasi conclusione. E’ la mia città, è lei da sempre, ed è quella di cui solo un momento prima potevo anche dubitare l’esistenza. E invece è qui.
Era qui, ora è nel mio cuore.
E’ sempre stata nel mio cuore, e anche nel vostro. Ora però lo so e non ho dovuto pensarci.
Oggi fate come me: non fatevi pensare, donate un vostro momento di libertà a chi non ne ha.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 23 Settembre 2007

p

Buone notizie

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 10:21

Anche i monaci del Theravada protestano contro un regime autoritario e si schierano a fianco del popolo ridotto al silenzio e guardano con fiducia a una donna, anche perseguitata, perché crede nella democrazia, nella libertà e nella giustizia.
Il Myanmar, uno dei luoghi di più antica fede buddista, da 45 anni è sede di un regime brutale e violento con i rappresentanti del buddismo nazionale immobili e chiusi nel loro Sangha.
Per tutti i buddisti, di qualunque scuola e disciplina, la sfilata dei bonzi per le strade di Yangon è una notizia straordinaria. Molto più di quanto non lo sia per il mondo che guarda a noi come un prodotto esotico.
In realtà, se episodi di ribellione alla violenza e al sopruso hanno visto negli anni passati protagonisti monaci, la marcia compatta di Yangon appartiene a un’altra dimensione dell’intervento politico e dice di una presa di coscienza collettiva assai matura: una sfida, non solo l’accettazione del mondo ma anche la necessità di una ribellione.
E’ impossibile qui disquisire del rapporto politica-religione nei paesi del Sud-Est asiatico, delle concezioni buddiste del Theravada, del Mahayana e di quelle ad esse successive, del loro differente dislocarsi nella cultura ultra bimillenaria del buddismo orientale, del loro differente rapporto con la sofferenza, la felicità, il conseguimento della buddità. Basti dire che questo episodio per il contesto in cui si inserisce e per le dinamiche che mette in moto potrebbe aggiungere materiali essenziali per creare quella slavina sotto cui far crollare il regime militare di Tan Shwe. Aung San Suu Kyi, una donna-icona, e il Sangha, simbolo religioso, in quei paesi, intoccabile, sono le due gambe su cui il nuovo Myanmar può sperare di prendere una nuova strada, anche se in mezzo a pericoli enormi, bagni di sangue e terrore. Ma almeno senza correre il rischio di ritrovarsi con un cardinale capo di Stato e una Brambilla presidente del Consiglio.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Martedì, 1 Maggio 2007

p

Iniziando il cammino

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 10:28

Ogni religione presenta le sue difficoltà.
Ma la prima per chi è buddista è parlarne. Esiste una sorta di divieto prescrittivo, di ordine morale e intellettuale nell’usare parole per descrivere l’incontro con la buddità che è poi l’essenza del percorso religioso del buddismo mahayana. Nessuno impone il silenzio, questo viene quasi naturale, frequentandosi e studiando, come piano piano si impara a riconoscere come essenziale e salutare, dentro e fuori di sé, il ritmo delle cose e della vita: nel loro esistere e poi non esistere, nel tracciato sinusoidale dell’onda che incontra la vita e poi la morte senza che la soluzione di continuità interrompa il ritmo, ma anzi costituendolo nel suo fluire eterno.
Non c’è niente di più micidiale della bocca. Si fanno danni con una sola parola, si dstrugge un rapporto, una storia d’amore, per non parlare delle amicizie sommerse da qualche scatto d’ira repressa convertito in fiotti di sconcezze e offese. Lo stesso discorso vale anche per la scrittura, metodo civile da uomini che riflettono e pensano stando seduti, avendo davanti a sé un’ idea di piano e di regia, e dentro di sé la volontà di lasciare una traccia indelebile, invece che camminando, con in fronte il sole e davanti l’orizzonte, come era d’abitudine per Cristo, Maometto e lo stesso Budda Shakyamuni (il Budda storicamente conosciuto e raffigurato come dormiente o seduto immobile …) e come consigliano Nietzsche, Cioran, Chatwin e tutte le anime nomadi (tra cui mi annovero volentieri), avendo in mente solo il cammino, la sua lunghezza, il travaglio e la sorpresa di chi affronta lo sconosciuto.
Il termine inglese travel significa viaggio e deriva proprio dal termine romanzo travaglio che sta per fatica, lavoro, superamento di prove (Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza).
Ogni giorno, in agenzia, vedo persone nuove, mai viste prima. Ma ora so e comprendo meglio quel velo di nostalgia e anche di timore che copre gli occhi di chi vuole partire prima ancora di aver deciso dove andare, e so anche che solo a uno di questi mi accadrà di vendere il viaggio più improbabile, cioè il più adatto a cambiargli la vita, a iniziarne una nuova o magari a concluderla, vivendo per mesi, prima, durante e dopo lo svolgimento del viaggio, dentro un desiderio che si è realizzato.

Chi non viaggia, non conosce il valore degli uomini

Ibn Battuta

giudice, ambasciatore, viaggiatore

(1304-1369)

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Martedì, 17 Aprile 2007

p

Le pieghe e le piaghe

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 21:35

Non è che siccome sono diventato buddista ora mi posso disfare meglio della querula vicenda del partito democratico. Certo la questione mi preme meno di prima. Nel senso che prima il mio no cercava motivi e a dire il vero era facile trovarne.
Ora di quei motivi ho perso traccia. Solo Boselli può andare in cerca delle tracce che furono del vecchio Psi. Proprio ora che poteva proporre un nuovo partito socialista oltre la scissione del ‘21, oltre le divisioni sul referendum sulla scala mobile, oltre il craxismo e il berlinguerismo, la morte del Psi.
Abbandonare la riflessione politica mi riesce difficile, ma il non ritrovarmici più dentro come fino solo a qualche mese fa non mi rende insofferente e non dipende solo dall’apparente incomprensibile mediocrità delle proposte di cui leggo e sento e dalla mia impotenza a dire e fare qualcosa di diverso, ma anche dal rimescolamento di energie e dal riposizionamento di valori che la conversione sta provocando.

Ma non vi è dubbio che quello che sta accadendo a sinistra, tra composizioni e scissioni annunciate, era talmente prevedibile da farmi vergognare un po’ di avere sperato di vedere nascere un soggetto politico radicato, riconoscibile e con la volontà di vincere.
Io non voglio più far parte di parti che giocano per perdere e nel contempo per escludermi. Perchè la mia vicenda personale a sinistra (di cui sul blog quasi mai ho parlato), posso leggerla anche in questo modo.
La sinistra prenda pure la piega che crede, ma io ho curato le mie piaghe e non ho intenzione di riaprirne né di vecchie, né di aprirne di nuove.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 8 Aprile 2007

p

Le cose cambiano sempre

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 9:32

Da sei mesi tutte le mattine e tutte le sere mi alzo e mi preparo al sonno con il Budda.
In questo tempo la mia vita è già cambiata molto.
Ho cambiato casa e lavoro dopo aver pregato per l’uno e per l’altro. Dopo poco ho perso quel lavoro ma senza perdere me stesso. Poi, la combinazione di eventi e individui che era necessaria a risolvere quel problema ha trovato me e ha fatto sì che il mio sedere si collocasse su quella seggiola dove nei giorni feriali posa ora per la mia felicità e anche per quella di chi entra ogni giorno per soddisfare uno scopo che, come diceva Chatwin, deve essere “iscritto nel nostro sistema nervoso”: viaggiare, partire. Con un treno, con un pullman, con un aereo, con un traghetto, con una nave da crociera per brevi o lunghe distanze, non importa. E io sono felice di sapere che qualcuno con il mio biglietto, la mia prenotazione, va dove vuole ritrovare se stesso, o una vita che gli appartiene nell’immaginazione, o la propria casa, i propri cari, o una nuova casa, o nuovi cari, le cose che ha lasciato momentaneamente, quelle che abbandonerà per sempre.
Ci voleva che io mandassi un curriculum all’indirizzo di posta elettronica di un hotel chiedendo nel post scriptum se quello che una volta sapevo essere il proprietario era ancora lì, al suo posto. Ci voleva che una delle segretarie al bureau leggesse l’email, la stampasse e la portasse in direzione al cospetto del mio ex compagno di classe e lì chi doveva essere, ed era effettivamente, al suo posto mi rispondesse per email e mi chiamasse al telefono. Ma non era certo sufficiente. Ci voleva che tra le attività il mio amico aggiungesse all’hotel, un autonoleggio di pullman, una spiaggia e soprattutto un’agenzia di viaggi. Da cui si era dimessa nello stesso giorno in cui ho inviato il mio curriculum la giovane agente.
Da due settimane non tocco una sigaretta. Il mio ego, quello che nulla può contro il vero io, manda segnali di irrequietezza e ogni tanto chiede alle mia mani di allungarsi verso la bocca in modo consueto per considerare questo breve periodo di astinenza una parentesi della calssica e ormai ventennale gestualità da fumatore. Mi invita anche a sentire con piacere l’odore della sigaretta spenta. Invece, non mi dà fastidio sentire il fumo che esce dalle sigarette altrui. A dimostrazione che gli altri non possono nulla.
Aver abbracciato il Gohonzon rende le cose piene di vita, non più facili, non più comode, solo più attraenti. Nulla accade per caso e il destino si può piegare.
La mistica delle cose che il buddismo esalta è la mistica di ogni evento, anche il più apparentemente banale e insignificante. Ad esso noi poniamo mente. L’attenzione che la mente deve porre a ogni cosa che si compie, a ogni pensiero che emerge e a ogni parola che si pronuncia è causa ed effetto della nostra illuminazione: capire quello che la mente realmente è, e con questa comprensione osservare e comprendere l’aspetto di ogni fenomeno reale.
Voi non ci crederete, ma essere felici si può.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Lunedì, 4 Dicembre 2006

p

Nove anni in Toscana

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 17:25

Il 29 novembre di sette anni fa iniziavo un nuovo lavoro. Da zero o quasi.
Ero venuto in Toscana due anni prima da dirigente co.co.co.
La marcia nel deserto è terminata. Da domani avrò una nuova occupazione, migliore.
A sette anni quasi precisi, come se il numero fosse non casuale, si cambia, stavolta, andando avanti. 

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Domenica, 19 Novembre 2006

p

Le cose che cambiano

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 11:04

Quando gli eventi che attendi giungono, nel loro evolversi e spandersi dentro e fuori di te, si materializza sempre la sorpresa di “osservare” come vivi realmente il loro annuncio e il loro arrivo.
E’ quasi un’esigenza, anche scaramantica, tanto dentro di te tieni al riparo la novità e ne parli il meno possibile per non banalizzare l’evento.
I pensieri negativi che hai fatto fino a quel giorno, quando pensavi che nulla sarebbe cambiato, mentre il destino “cinico e baro” si accaniva contro le tue legittime aspettative, diventano impresentabili. Ogni tanto affiorano, quando l’incredulità del cambiamento prossimo venturo scala le montagne della coscienza, ma pudore e volontà li ricacciano indietro.
Tutto deve tacere. Dentro e fuori cerchi l’equilibrio che non hai mai avuto, perché è nuovo l’equilibrio che devi trovare. E se quell’equilibrio sarà nuovo, anche tu, se quella scelta è adatta a te, sarai nuovo. Nel silenzio, tutto questo viene meglio.

Il 6 dicembre sarò già  altrove. Un nuovo lavoro e (come vorrei) una nuova vita mi stanno aspettando.
Però, non ditelo troppo in giro.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Martedì, 25 Aprile 2006

p

Buon 25 aprile

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 1:42

Il 25 aprile non può essere la festa di tutti. E’ la festa di chi si riconosce in valori non mutuabili a seconda delle convenienze. Non è un dramma e noi ci abbiamo fatto l’abitudine. E’ accaduto che questa abitudine si sia rafforzata proprio in questi ultimi cinque anni; anni in cui il centro-destra e il suo leader non hanno mai partecipato a una sola ricorrenza del 25 aprile. I primi a dirci che questa non è la festa di tutti sono stati, perciò, proprio loro, che non sanno di averci fatto un piacere.
Il nesso tra 25 aprile e Costituzione non lo ha stabilito Prodi, ma la storia; chi ha stabilito un nesso tra nuova costituzione e intento di cancellare l’antifascismo, invece, sono stati loro.
Che vadano dunque a cagare.
E ci lascino questa festa. La nostra festa.

25aprile.jpg

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Martedì, 21 Marzo 2006

p

Non è questione di medaglie

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 1:48

Non ne ho mai fatto una questione ideologica, non comincerò proprio ora. Se Ciampi ha ritenuto di dover concedere una medaglia al valore civile a Fabrizio Quattrocchi, non ho motivo di dubitare che lo abbia fatto in piena coscienza, ravvisando nel comportamento dell’uomo il rispetto dei valori civili di questo paese e, così facendo, mettere la parola fine ad un “caso” politico e di coscienza nazionale che non mi risulta abbia parentele o presenti analogie altrove. Non trattandosi di un riconoscimento al valor “militare”, le motivazioni vanno ricercate altrove, in meriti particolari che, compiuti, rispecchiano i nostri valori e ne esaltano la portata.
Proprio per questo, invece, tutta la vicenda, con il suo finale, mostra il nostro debole e scarso senso civile, che si ricollega al nostro particolarissimo (non) senso della patria e, di conseguenza, a un’equivoca quanto opportunistica idea di nazione. A tal proposito siamo tutti responsabili. E’ parso agli strenui polemisti e difensori del contractor barbaramente ucciso, cosa imperdonabile non buttarsi a babbo morto sul caso mediatico per santificarne l’epicentro poetico. Tutto il resto è stato bandito e lavato sulla pista retorica. L’ordine era: farsi sopraffare dall’emozione e dall’empatia per aver finalmente potuto condividere un pezzo della vita di un uomo, mentre diventa un’icona. Agli altri, che si opponevano alla guerra e ai suoi sistemi, è invece sembrato giusto guardare la vicenda svincolandosi dall’emotività e dalle eventuali distorsioni informative.
In principio i fautori del gesto eroico lo hanno esibito come un trofeo per onorare la partecipazione a una guerra e nasconderne l’aspetto bugiardo e controverso, infine, a morte avvenuta, lo hanno proposto come un modello di abnegazione nazionale: un Enrico Toti dei nostri tempi. E non vi è il minimo dubbio che una morte come quella meriti non solo rispetto, ma anche un riconoscimento pubblico per il coraggio mostrato, al di là delle circostanze materiali e del luogo in cui è maturata. Proprio in virtù della sua non qualunquità ed altissima emotività, sono potuti passare in secondo piano il prima, il perché e le ragioni dell’essere proprio in quel posto, in cambio di quel valore che si chiama senso di appartenenza: regalato in prima serata come una benedizione imponderabile, un bene supremo, avvolto in un’aura divina come solo la propaganda sa fare, ma tanto lontano dal senso di condivisione e partecipazione che a noi italiani latita quotidianamente.
Accadeva mentre si divideva il paese con proposte di classe. Ora che l’autoriconosimento proveniva da un altro mondo, via satellite, come se l’Iraq fosse veramente iscritto nel nostro destino, e non solo in quello di un giovane che sa di essere un condannato a morte, non si poteva considerare l’evento se non che il segno di una vita ben spesa perché immolata sull’altare della nostra identità: morire per assicurare, anche se solo a contratto, la libertà nel mondo.
E invece no: perché l’appartenenza si pesa, si misura, si osserva, vive di simboli non retorici, di riti condivisi. Ci vuole anche qualcuno che spieghi, che segni il passaggio, quando questo accade: un leader, un’idea forte che assomiglino al coraggio di chi si sacrifica. Così, rischiando senza timori che chi ascolta fugga o per contro ne resti attratto. Non ci sono metafisiche o chimiche che passino sopra la testa, quando ci si appartiene. Se non ci sei sprofondato dentro, non vale. Non hai bisogno di giustificare e distinguere se parli dei fratelli Cervi, del borghese Ambrosoli, di Falcone e Borsellino. Con o senza medaglia. E, infatti, quegli uomini non valgono allo stesso modo per tutti, né lo potrebbero in un paese come il nostro.
Non so che senso abbia una medaglia al valore civile. Credo che si possa dare anche senza un corredo di motivazioni altissime e non ho scopo alcuno a contestare il senso e l’opportunità di quella conferita a Fabrizio Quattrocchi.

Ma “civile” è soggetto di civiltà e l’attributo aderisce alla sostanza se il modo aderisce alla civiltà di cui è parte. E’ così che si può veicolare nelle nostre teste l’idea che la nostra civiltà si difenda in Iraq e non a Foggia. Ed è giusto per il nostro senso nazionale che passi questo messaggio rassicurante, perchè noi sappiamo benissimo qual è l’effetto dell’odio clanico e senza vie d’uscita di una bomba recapitata a qualcuno che si ribella alla legge della giungla, per di più nella ben nota incertezza della barbarie chirurgica perché il bersaglio potrebbe non essere quello giusto. Non abbiamo bisogno delle bande e delle aggregazioni tribali irachene per sapere di che si tratta.
Tanto poco serve in questo paese a fabbricare un eroe nazionale che si deve andare a cercare qualcosa di poco plausibile per mettergli addosso la cappa del milite, noto solo da moribondo e infine, trasfigurarlo da “civile”.

L’orrore - tanto simile a quello patito da Quattrocchi - che ci passa a fianco è tumulato nell’indignazione popolare, lo si nasconde nella sociologia. Non è questione di medaglie, ma di giusta collocazione dei valori. Il valore di quell’oro non basterà a fare luce su una patria condivisa, non per il cinismo di chi contesta l’impresa di cui si è reso protagonista il contractor, ma per la constatazione di un’impossibile compensazione tra valori che si esportano e altri che vengono ammutoliti a due passi da noi. E neppure perché si sia fuori tempo massimo, essendo la patria o il senso della nazione mortificati dai globalismi o dai consumismi materiali, ma perché quell’eroe, precario che più non si potrebbe, ha avuto il coraggio di dire qualcosa di impensabile, maturato solo nella sua testa, al di là di qualunque sceneggiatura: ha compiuto cioè un’impresa irripetibile, come se la manna identitaria avesse deciso di cascare sulle nostre teste, cogliendoci tutti di sorpresa. Mentre invece non abbiamo alibi, non mobilitamo un arto, non ci sentiamo sopraffatti dall’angoscia se un ragazzo come Giorgio, diciottenne ammazzato dalla mafia, non potrà essere mai considerato un civile di “valore”, morto per la libertà.
E se è infine una fortuna, e non solo una consolazione, poterci astenere dal dire che una morte è utile, mentre un’altra no, resta il mistero di un paese che si porta in giro un cancro e non riesce a distringuerlo dalla “patria”.

Update: Ho letto le motivazioni di Ciampi. A qualche ora di distanza devo scrivere quello che avrei preferito non scrivere. Nell’enfasi leggo (e riporto in in sintesi) dell’ammirazione per il bel gesto che fa fremere il paese e lo fa ben figurare. Bisognava ricompensarlo per questo. Soprattutto bisognava coprire con questo gesto lo scenario di tutta questa sempre più maledetta guerra irachena. Consolarsi, capitalizzando una retorica spontanea: quasi un colpo di culo. E’ un gesto di ricompensa in questo senso. Non è caduto onorando una divisa o sul lavoro. E’ andato oltre. A Nassirya è morta carne da cannone.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Lunedì, 6 Febbraio 2006

p

La bestia nel cuore

Archiviato in: Luce del giorno — francesco @ 13:07

Ho visto due volte La bestia nel cuore di Cristina Comencini. Il film ora è candidato allì’Oscar come miglior film sraniero. Spero che lo vinca questo premio: il film gode di una tensione giusta, senza eccessi e senza colpi di scena gratuiti. Ci narra una storia che riemerge all’improvviso dentro la vita di tutti i giorni. Ci racconta una vittoria, parziale, ma inseguita con convinzione da una giovane donna, che esce dal buio improvviso della reminiscenza inspiegabile e inquietante con l’aiuto del fratello e del figlio che sta per nascere. E’ in sostanza un film positivo, senza essere trionfale e voler spiegare tutto. Non sarà il miglior film della Comencini, ma forse capita nel momento giusto.
La giuria potrebbe anche farsi sedurre dall’involontario plot dell’insegnante italiano che va a vivere (e rinascere) negli Stati Uniti, terra in cui, a un certo punto, deve approdare anche sua sorella Sabina per capire e risolvere il trauma che soggiace dietro la sua gravidanza. Ma questa visione dell’America come luogo della rinascita e del progresso spirituale è solo una casualità e una forzatura che ho scoperto io, sperando che altri non la vedano, per lasciarsene soggiogare subliminalmente quanto basti. Il film merita per altre ragioni. La storia c’è, gli attori fanno gli attori, si vede anche un sapiente montaggio, non siamo trasportati in un mondo di fiaba dolciastra o orrorifica, presente, passato e futuro sono teniti insieme con vigore senza chiudersi nel perimetro dell’ossessione. Mica poco, di questi tempi.
Se dovessi dare un senso a questo film, gliene attribuirei uno liquido. Tutto è in movimento e l’acqua gioca un ruolo centrale nel film. L’acqua scende sotto la forma della pioggia o di una doccia (numerose volte gli attori sono ripresi in accappatoio), si stende quieta, recintata dalle sponde di un lago o di una piscina in cui spesso gli attori vengono ripresi mentre nuotano sopra o sotto l’acqua; si apre nelle distese del mare. Infine, assume la forma di un’onda che s’insinua nella casa di quella famiglia per lavare tutto e sommergerla definitivamente, quando poco prima del parto, le acque inizieranno a defluire dal corpo di Sabina per annunciarle in treno, la nascita del piccolo Daniele.
C’è stato il cataclisma per due ex bambini, stuprati dal padre tra le mura domestiche di una famiglia normale, (di quelle nate senza Pacs e priva di gay dalle pretese paterne, per intenderci). Una famiglia borghese, severa, composta da due insegnanti e due figli. Lui, un padre chiuso sempre nel suo studio, un marziano che sa tutto, compianto e coperto nel suo amore bestiale da una lei, moglie che difende l’onore del legame familiare. Daniele, (Luigi Lo Cascio), ora è insegnante come il padre e soffre del terribile contrappasso di non riuscire a toccare i suoi figli neanche per salutarli, mentre Sabina (Giovanna Mezzogiorno) vive a Roma, dove fa la doppiatrice ed è innamorata di un attore (Alessio Boni). Intanto, senza morbosità si dipana la storia di un amore omosessuale tra l’amica del cuore di Sabina, Emilia, cieca e volitiva, interpretata da una Stefania Rocca (una volta tanto senza birignao mefistofelici) con Maria, una donna divorziata e ormai disillusa dalle prospettive di una piena vita sentimentale (Angela Finocchiaro). Senza sociologismi, si dipana anche la vicenda di un giovane regista talentuoso e "fallito", costretto a girare fiction e a rimuginare per anni una trama di un film irrealizzabile. Nel film non mancano mai i momenti di divertenti, di pura e delicata comicità.
Tutto scorre, e precipita più presto che può verso l’epilogo. La prima scena del film è girata in un cimitero, quella finale in una sala parto. E’ come dice Danele in una lettera spedita a Sabina, e che chiude il film: "Ci sono dolori da cui è impossibile guarire,  ma questo non ci impedisce di camminare insieme agli altri con le spalle dritte e i piedi fermi a terra. Ora che sei madre, capirai quanto è importante saperlo fare. Una cicatrice è un segno indelebile, non una malattia. La vita, quello che pensavamo ci avessero tolto, possiamo riprendercela, anche se per farlo abbiamo dovuto cancellare per sempre il ricordo dei bambini che eravamo."
E’ un film da vedere. Poi, speriamo anche che vinca l’Oscar.

Creative Commons
License
Questo testo è sotto licenza Creative Commons


Pagina successiva »
Disegnato da H P Nadig e Weblogs.us, modificato da Insolitacommedia e Fermate la pioggia. Curato da eyesweb. XHTML valido.