Una domenica di settembre
In mezzo alle case e ai marciapiedi di Via Caboto sento la vita fuori e dentro di me. Dietro quelle finestre, in quelle finestre, su quei muri scrostati a fianco di quelli ridipinti da poco, vedo la forza dell’universo dispiegarsi nella sua varietà. Alzo la testa e scorgo un merlo in muratura, lo stemma della città dentro l’arzigogolo della cresta di un orologio di molti anni fa, un improbabile balconcino sta lì a ornare la finestra solitaria sulla cima di un palazzo che non avevo mai visto così alto. Scorro curioso la lista dei cognomi di una casa che nasconde un giardino. Vedo la sproporzione della cima di un ombrellone colorato uscire da un cortile il cui cancello è troppo basso perchè possa veramente difenderne il perimetro, schivo le schegge arancioni di un mattone spaccato mentre cammino sulla superficie di altri ordinatissimi mattoncini allineati, l’insegna di una palestra precede quella di una pizzeria. Il mare sbuca tra la darsena e il palazzo della capitaneria, mentre scorgo il profilo di un uomo con un maglioncino rosso come il mio.
Lo stato vitale così alto mette in fila le differenze, le deseleziona, te le offre a uno sguardo nuovo. Le sostanze imperurbabili non si sfidano. E’ questo il risveglio: l’illuminazione di questa mattina. La nausea che sento quando il fumo di una sigaretta si avvicina alle narici, è lo stesso che confusamente sentivo quando ne fumavo mezzo pacchetto o più al giorno. La confusione è sempre la stessa, è l’ordine delle cose che fa la differenza. Le cose si dispiegano: non resta che avvicinarsi alla loro natura, stando al loro gioco.
Se non ho niente di meglio da fare mi concentro su quello che ho intorno e lo dono idealmente a chi non lo ha. Qualunque cosa sia.
Ho imparato a concentrare la mia mente come se milioni di anni di anni di forze si concentrassero in quell’istante. Ho capito, passando di scatto dall’ignoranza alla saggezza, che la “forza” altro non è che il premio che si ottiene per riuscire ad abbandonare cerebralismo, luoghi comuni, pensieri distorti, idee ricevute, in un solo istante, come se spegnessi la luce del neon per accenderne una più calda. La volontà è lo strumento umano, poi c’è l’eternità, la purezza, il vero io, la felicità. Nulla distoglie la mia attività mentale da quella curiosità improvvisa, voluttuosa e piena di scrupolose e lucidissime indagini. Gli occhi sono aperti, la mente pure. Incredibile accorgersi che non ci sono tecniche per arrivarci, niente trucchi per iniziati, niente parole magiche per pochi eletti, ma solo una nuova serie di attenzioni che si aggiungono a quelle vecchie. E’ come dedicare quel tempo a un desiderio che non soddisfa alcun mio bisogno, ma quello di qualcuno che non conosco. Come quando un desiderio che non sapevo di avere dentro di me, emerge e condiziona da quel momento la mai esistenza: non vi è alcuna differenza. Nessun birignao “mistico”, nessun transfer, nessuna premonizione; solo mi sento avvolto dalla pienezza del mio essere, che scopro essere quello di tutti e di tutto ciò che mi circonda, la fonte di qualunque felicità. L’essenziale non è di parte.
Uso il pensiero, provo a non farmene usare. Scorro tra gli anfratti, i giardini, le vie strette, i numeri civici; alzo lo sguardo su un insegna religiosa, un Sant’Antonio col bambino: sento, prima di arrivare a una qualsiasi conclusione. E’ la mia città, è lei da sempre, ed è quella di cui solo un momento prima potevo anche dubitare l’esistenza. E invece è qui.
Era qui, ora è nel mio cuore.
E’ sempre stata nel mio cuore, e anche nel vostro. Ora però lo so e non ho dovuto pensarci.
Oggi fate come me: non fatevi pensare, donate un vostro momento di libertà a chi non ne ha.

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