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Domenica, 15 Aprile 2007

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Avrei voluto scriverlo io

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 10:42

L’Italia appare ad Adriano Sofri incattivita. Il Paese si guarda in cagnesco; ha sempre la bava alla bocca; è prigioniera di “una lotta politica recitata come una parodia dell’eterna guerra civile”. Naturalmente Sofri non crede - al quadretto “artefatto, edulcorato” degli “Italiani, brava gente”; e tuttavia la violenza dell’oggi lo intimorisce. Ne è come stupefatto.

Lo chiamo al telefono e mi dice che a farglielo pensare non è tanto (o non solo) quel che vede nel dibattito politico-parlamentare o quel che legge del discorso pubblico (e già basterebbe), ma soprattutto quel che osserva nel mare magnum della blogosfera, dove i sentimenti, le opinioni sono meno controllate, meno mediate, diciamo più nude e autentiche. Odio, vi scorge, un odio cieco e ottuso. Un’inimicizia assoluta e irreparabile, un’invidia, un rancore che Sofri avverte come orizzonte nuovo, condizione inedita in Italia per la sua forma, diffusione, distruttività, urgenza.
Anche se so che la sua è soprattutto una provocazione, sono stupito dello stupore di Sofri perché egli non appartiene alla famiglia dei “buonisti” di casa nostra che, si sa, dietro la predicazione nascondono intolleranza; nichilismo; un amore incondizionato per il calduccio che assicura loro l’ordine costituito.

L’Italia è stata sempre cattiva, cattivissima, feroce. Non è vero (non mi pare vero) che “la deformazione del volto umano dell’Italia”, come diceva Aldo Moro, faccia data dal maggio del 1978. Magari. La cattiveria e l’odio reciproco sono stati e sono la nostra, più vitale e antica linfa. Quasi il nostro tratto originario, così primigenio da precipitare finanche nel senso comune.
A Napoli l’invincibilità del risentimento italico ha addirittura una sua storiellina molto popolare. Uno straccione viene chiamato a Palazzo Reale e si vede offrire dal Re Borbone qualsiasi cosa desideri a condizione che un altro straccione, suo acerrimo nemico, ottenga il doppio. Il lazzaro fortunato ci pensa su, ci ripensa e poi, con un sorriso compiaciuto, sbotta contento: “Maestà, fatemi cieco a un occhio!”.

Se non si vuole credere alle storielle, si può credere alla storia. Scienza politica e storiografia definiscono cleavages le fratture strutturali di un Paese. Ogni Paese ha le sue, il guaio è - dicono gli storici - che le nostre sono fitte come la tela di un ragno molto laborioso. Il Nord contro il Sud; l’Italia laica contro l’Italia clericale; l’Italia industriale versus quella agricola e via dicendo.

La divisività - non è una scoperta - è il nostro più autentico paradigma culturale, il canone interpretativo di lungo periodo e la rappresentazione mentale di noi stessi, a qualsiasi pagina si voglia aprire il libro della storia comune. Se si escludono i Balcani, non c’è stato altro spazio europeo che abbia avuto una sequenza secolare così ininterrotta e feroce di conflitti e divisioni interne. Qualsiasi potere straniero abbia avuto voglia di mettere tenda dalle nostre parti ha potuto farlo con l’appoggio di alleati “interni”. Le sole creazioni originali di istituzioni politiche partorite dal genio italico - il Comune, la Signoria, che poi erano null’altro che la risposta a quella catastrofe geopolitica - hanno vissuto di guerre, tradimenti, stragi, saccheggi, incendi, “veneziani contro ravennati, veronesi e vicentini contro padovani e trevigiani, pisani e fiorentini contro lucchesi e senesi…”. L’unità del Paese è stata vissuta, dai piemontesi, come colonizzazione (”Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”) e, dai regnicoli, come ladrocinio. La Repubblica nasce addirittura da una guerra civile e la democrazia italiana a lungo nel dopoguerra vive, e anche prospera, sempre incapace di condividere un sentimento di cittadinanza, un accettato e “interiorizzato” quadro di valori, sempre scissa nelle “appartenenze separate” dell’ideologia.

Non può sorprendere dunque la cattiveria dell’Italia di oggi. È - più o meno - quella di ieri, di avantieri, di cinque secoli fa. Stupisce - deve stupire - che appaia come un destino o che lo sia. È qui che c’è il meglio della provocazione di Sofri: indica la responsabilità dell’Italia incattivita nell’incapacità della politica italiana a “mettere qualcosa in comune”. Perché quel cum appare ancora oggi in Italia come osceno, quasi uno scandalo? Perché lo avvertiamo come un desiderio frustrato e irrealizzabile o come un sopruso, un vincolo, un limite intollerabile? “Benché i muri siano caduti…” dice Sofri, con malinconia.

Temo che Sofri sia prigioniero di un inganno che il tempo avrebbe dovuto liquidare; di una sottovalutazione della “natura” della politica italiana; dell’ipervalutazione delle capacità della politica italiana di “modernizzare” i suoi tratti distintivi. La faccio breve.
Inganno. Era soltanto un’illusione che fossero “i grandi conglomerati tirannici” a produrre guerra, infelicità, inimicizia, aggressività. Con molta colpa abbiamo pensato che, una volta dissolti i totalitarismi, avremmo potuto inaugurare un’epoca di pace e di reciproca comprensione. È sotto gli occhi di tutti che non è così. Caduti i muri, si è affacciata alla scena “una specie umana del tutto nuova”, l’homo democraticus.

Massimo Cacciari, una decina di anni fa, lo tratteggiò così. Intollerante di ogni dipendenza, estraneo ad ogni foedus, gelosissimo della propria individualità, dogmaticamente certo della “naturale bontà” dei propri appetiti (come la “scienza” economica gli conferma), egli è però anche incapace di vera solitudine; è fragile; è impaurito; è bisognoso di protezione. Non appena i suoi “diritti” gli appaiono minacciati, si trasforma in massa. La sua pretesa assoluta di “libertà” - la volontà di trasformare il proprio particolare interesse in universale - provoca per necessità l’organizzazione di quegli interessi in un percorso che è del tutto indifferente alla forma del regime politico.

L’apparire dell’homo democraticus fa piazza pulita di ogni contrapposizione tra individuo e società. La società, i suoi valori, la sua stessa necessità, le forme politiche in cui è organizzata, in cui l’hanno organizzata i partiti e la organizzano la politica, semplicemente evapora. Non esiste più. Quali valori o collanti possono tenere insieme quel mondo di singolarità assolute? Il cum, il “mettere qualcosa in comune” è allora l’autentica questione prioritaria di ogni progetto politico. Ricostruirlo, ripensare in modo realistico e disincantato alle forme politiche possibili dinanzi all’energia inarrestabile (e terrificante) dell’homo democraticus dovrebbe essere la sfida politica più responsabile e moderna.

Ma la politica italiana? Rimuove semplicemente il problema. Anzi, lo accentua, lo esaspera, lo enfatizza ritrovando una sua antica tradizione, la sua radice più profonda. Mai il “vivere politico” in Italia, come auspicava Machiavelli, è stato la fine della separatezza individuale, l’ingresso degli individui nella sfera pubblica, la partecipazione responsabile alla vita collettiva, la definizione di un interesse collettivo. La politica italiana è stata sempre, esclusivamente, fazione e oligarchia. Quindi, esercizio d’autorità; governo (e appropriazione) delle risorse pubbliche; palude di consorterie. L’avvento dell’homo democraticus, la sua aggressività ne legittima tutti i difetti, ne esalta la negatività e la violenza. Il peggio che può capitarti in Italia è farti sorprendere non protetto da un sistema di relazioni, estraneo a una forma organizzata di interessi, isolato e senza famiglia. Può capitarti come a Piergiorgio Welby, straniero alle grandi chiese e alle consorterie e accompagnato soltanto dalla pattuglia dei radicali, di non aver diritto nemmeno a un degno funerale. L’Italia non è incattivita. È come è sempre stata.

Profondamente naturale, avrebbe detto Ennio Flaiano, e gli animali assalgono il più debole, i vecchi, gli isolati, quelli che non hanno la forza per difendersi o non l’hanno mai avuta. Toccherebbe alla politica “civilizzarla”, ma la nostra mediocre politica, inconsapevole anche del male che incarna e dell’arretratezza che rappresenta, è parte del problema. Non è purtroppo la soluzione.

Giuseppe D’Avanzo, LA REPUBBLICA, 15 aprile 2007

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Martedì, 14 Novembre 2006

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I libri sotto la specie delle vibrisse

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 2:03

Non so che cosa non mi trattenga dallo scrivere su un blog, ma so che cosa mi trattiene dallo scrivere un libro.
In blogosfera posso anche finire dimenticato. Quei due-trecento lettori quotidiani non sono la molla del mio scrivere ma mi conforta sapere che ci sono. Tutto sommato qui organizzo i miei pochi pensieri e rispondo ai miei tic che da un anno e mezzo sono quasi tutti dedicati all’attualità politica. Punto.
Anche dei miei 50 - 60 libri che leggo ogni anno non scrivo quasi più. E’ il periodo: non voglio farvi entrare troppo in casa mia.
Scrivere un libro oggi mi sembra così difficile. Da qualche tempo, entro in libreria e non compro più niente. L’allegra sfilza di copertine colorate e profumate dopo qualche minuto mi fa girare la testa. Quanti sono. Con un po’ di angoscia mi chiedo: ma vogliono essere tutti comprati e magari anche letti. Che paura.
Così, ormai compro solo su Ibs.

Perciò se c’è qualcuno che sai come scrive e ha deciso di continuare a farlo in modo inedito, coraggioso e intelligente lo stimi ancor di più. Allora, tanto di cappello. E in bocca al lupo, Demetrio. Te lo meriti.
Ora, se questo qualcuno scrive dentro un luogo nuovo, abbastanza da essere curioso scoprire il come e il perchè è nato, che cosa fa, come lo fa, beh … è ancora meglio. Se poi il libro in questione è sans papier allora viene voglia di capire di che si tratta.
In breve, è nato Vibrisselibri, un progetto di editoria on line, frutto dell’intuito di Giluio Mozzi, scrittore e notissimo personaggio della rete.

Giovedì 16 novembre alle 11,30 presso il Caffé Fandango a Roma verrà presentato il progetto. Insieme con Mozzi, ne parleranno lo scrittore Filippo La Porta, saggista e critico letterario, Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, Lucio Angelini, scrittore, traduttore e coordinatore del comitato di lettura di Vibrisselibri, Gaja Cenciarelli, scrittrice, traduttrice e coordinatrice della redazione di Vibrisselibri e Demetrio Paolin, appunto.
Vale la pena scoprirne le potenzialità.

Il 12 dicembre, invece, a Milano, presso la Libreria Feltrinelli di Via Manzoni, alle ore 18,00 verranno presentati due vibrisselibri: la prima parte del romanzo di Andrea Comotti, L’organigramma (un’investigazione fantastica sulla strage di Piazza Fontana) e il saggio di Demetrio Paolin, Una tragedia negata (ricostruzione dell’immagine che in questi anni la narrativa italiana ha proposto degli “anni di piombo”).
Andate, ascoltate, tornate e parlatene bene.

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Giovedì, 2 Novembre 2006

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C’erano una volta Napoli e … Pasolini

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 11:39

“Come il tuo nome immediatamente suggerisce, sei napoletano. Dunque, prima di andare avanti con la tua descrizione, poichè la domanda sorge impellente, dovrò spiegarti in poche parole perché ti ho voluto napoletano.
Io sto scrivendo nei primi mesi del 1975: e, in questo periodo, benché sia ormai un po’ di tempo che non vengo a Napoli, i napoletani rappresentano per me una categoria di persone che mi sono appunto, in concreto, e, per di più, ideologicamente, simpatici. Essi infatti in questi anni - e, per la precisione , in questo decennio - non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia. E questo per me è molto importante, anche se so che posso essere sospettato, per questo, delle cose più terribili, fino ad apparire un traditore, un reietto, un poco di buono. Ma cosa vuoi farci, preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italiana preferisco le scenette, sia pure un po’ naturalistiche, cui si può ancora assistere nei bassi Napoletani alle scenette della televisione della repubblica italiana.
Coi napoletani mi sento in estrema confidenza, perché siamo costretti a capirci a vicenda. Coi napoletani non ho ritegno fisico, perché essi, innocentemente, non ce l’hanno con me. Coi napoletani posso presumere di poter insegnare qualcosa perché essi sanno che la loro attenzione è un favore che essi mi fanno. Lo scambio di sapere è dunque assolutamente naturale. Io con un napoletano posso semplicemente dire quel che so, perché ho, per il suo sapere, un’idea piena di rispetto quasi mitico, e comunque pieno di allegria e di naturale affetto. Considero anche l’imbroglio uno scambio di sapere.
Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione di affetto, mi stava sfilando il portafoglio: gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto. Potrei continuare così per molte pagine e, anzi, trasformare questo mio intero trattatello pedagogico in un trattatello dei rapporti tra un borghese settentrionale e i napoletani. Ma per ora mi trattengo, e torno a te [...] .
Ma il fatto che tu sia napoletano esclude che tu, pur essendo borghese, non possa essere anche interiormente carino. Napoli è ancora l’ultima metropoli plebea, l’ultimo grande villaggio ( e per di più con tradizioni culturali non strettamente italiane) : questo fatto generale e storico livella fisicamente e intellettualmente le classi sociali. La vitalità è sempre fonte di affetto e ingenuità. A Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che il ragazzo borghese.”

Pier Paolo Pasolini ( 5 marzo 1922 - 2 novembre 1975) , Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976.

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Venerdì, 13 Ottobre 2006

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Addio, Gillo

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 9:21

La mia passione per il cinema è sempre stata a corrente alterna. Mai come di recente però si è irrobustita grazie alla visione di pellicole perdute nel corso degli anni e anche di altre impensate o impensabili.
Uno come me che normalmente “non crede ai suoi occhi” deve avere alcuni punti di riferimento, tra cui per esempio, Michelangelo Antonioni, ma per poter continuare a essere scettico deve anche provare ad amare, farsi sedurre dalle provocazioni e dalle forzature, e lasciarsi andare con quelli che invece ti strappano un pensiero, te lo fanno rampollare dinnanzi, te lo squadernano in alcuni fotogrammi e gli occhi riescono a farteli aprire per guardare in modo diverso, senza farti sentire uno stupido o il solito intellettuale.

Ai propri “santi” di solito si dedica un angolo di casa. E così sulle pareti del mio salotto sono comparse le immagini di alcuni di loro. Cercando di essi un’immagine appropriata da mettere in cornice non sono riuscito a trovar di meglio che la loro propria faccia. Mica poco, a dire il vero, avere una “faccia” per chi con le facce e i corpi altrui muove sentimenti, passioni e materia grigia dello spettatore.
Guardandoli mi è parso ancor più convincente abbandonarmi alle loro immagini, così come non ci si preoccupa di consegnare qualcosa di caro a uno conoscente fidato.
Wim Wenders, Ermanno Olmi, Kenneth Branagh e Gillo Pontecorvo con le rispettive facce e i propri film si sono insinuati sui miei muri, lasciando una traccia indelebile dentro di me.
Oggi che inaspettatamente Gillo Pontecorvo se n’è andato per sempre, quella sua immagine acquista un valore di testimonianza personale molto particolare. Pensando alla sua biografia e alla sua vicenda professionale, leggo un pezzo di strada mia e sua compiuta insieme, grazie a lui che ha saputo comunicare passioni e sentimenti condivisi.
Lo voglio ringraziare ancora per quella sua faccia sempre spiritosa e aperta, e soprattutto per la sua grazia immensa, il dono più grande che potesse farci: lavorare bene e seriamente, quindi produrre poco e con lo stile degli indimenticabili narratori.
Addio, Gillo.

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Venerdì, 3 Marzo 2006

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Munich: l’assolutismo della vendetta

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 10:03

MunichMunichMunichMunichMunich

Non è facile parlare bene di un film. E’ più facile stoncarlo. Munich, invece, è un film da vedere. Ancora più difficile è narrare una storia, quella storia - gravida di un futuro anteriore - ora che è un pezzo della nostra storia, senza dire niente di interessante o, peggio, dire troppo. Non saperla rendere attuale e inattuale al tempo stesso, cioé comprensibile e poi anche aggiungere qualcosa al risaputo, è il rischio che corre una pellicola d’azione, cioé di genere, e al tempo stesso basata su un evento storicamente determinato riportato alla luce, allo scopo di accendere un fiammifero per orientarci. Non basta neppure un libro che parla dell’evento da un coté unofficial, come quello di George Jonas, Vengeance, a rendere facile il compito.
Steven Spielberg credo sia riuscito a mettere insieme la fiction con la realtà storica senza creare cortocircuiti, aiutandoci a rendere più chiara la situazione anche delle violenze odierne. A dirci da dove comincia, prima di dire che non c’è niente da fare. Non è un film contro Israele. Non è neanche un film genericamente contro il terrorismo. E’ un film contro la paura e i suoi desideri di assecondarla per ragioni superiori. Per sua fortuna non è neanche un manifesto politico. I protagonisti sono uomini normali armati dalla forza della vendetta, unico riscatto contro la disperazione, in realtà porta d’accesso senza una via d’uscita.
In un mondo non globalizzato come quello del 1972, 11 israeliani e un poliziotto tedesco uccisi durante un’olimpiade potevano rappresentare solo una questione interna di un mondo irrimediabilmente lontano dal nostro per ragioni geografiche prima ancora che culturali. Settembre nero una sigla, espressa in un codice estraneo alla nostra cronologia. Erano gli anni in cui si andava affermando l’idea che la “propaganda” dovesse armarsi anche di qualcosa in più di qualche buona (o cattiva) ragione. Fu così anche per gli engagés della rivoluzione comunista europea, che appresero come fare da Eta e Ira, movimenti armati ante litteram, e si applicarono a modo proprio. Nessuno poteva immaginare la forza di quell’evento, inaudito alla coscienza civile occidentale, ancor più se si considera che eravamo al’inizio di uno dei più terrificanti scontri armati della storia mondiale: uno scontro nuovo con attacchi nel cuore della modernità, delle sue città, dei suoi passatempi, dei suoi rituali intoccabili, sotto l’occhio ancora poco allenato ma già ossessivo delle telecamere. Quella tragedia sarà il trampolino di lancio di una guerra mondiale, mentre i neofiti europei saranno sconfitti dal sistema che li aveva partoriti: verranno o seppelliti o integrati.
Prima di quel 1972 a Monaco, la Palestina è ancora solo una questione di politica estera che affascina, interessa in Europa un relativo numero di individui. Non erano nuove le fazioni palestinesi nell’organizzazione di attentati all’estero, ma niente è paragonabile a quello che accadrà a Monaco. La Palestina ha nuovamente prodotto un popolo della diaspora, mentre gli israeliani sono già i cittadini di un paese forte, che nonostante le vittorie militari, iniziano a introiettare il senso della paura tra i propri elementi distintivi nazionali. Dopo quell’evento nulla sarà più come prima. Tutto cambia: la paura comincia a mangiarsi tutto, dividere e trasformare uomini e cose su cui passa.
E pensare che l’allora presidente del Cio, Avery Brundage aveva aperto i giochi olimpici assecondando con piacere la nouvelle vague del ‘68 - amore e fantasia - appoggiato da un Willy Brandt che chiedeva “spettacolo”: «Sperimentazioni, provocazioni, impegno, l’arte deve approdare ai giochi in tutti i suoi aspetti con pantomime, cortometraggi e recite. Gli atleti e gli spettatori, uniti senza distinzioni, parteciperanno attivamente agli spettacoli. Sulle banchine della metropolitana, negli angoli del villaggio, si realizzerà l’idea di De Coubertin di collegare arte, sport e architettura. Il tutto in armoniosa coesistenza. Complessi beat e gruppi folcloristici, un’atmosfera cosmopolita di boulevard studentesco, gli atleti e il pubblico che mettono il proprio tempo libero al servizio delle Olimpiadi».
La vendetta non è il motore della storia, questo dice il film; anzi, una volta che il terrore diventa un elemento del confronto politico, questa sembra divertirsi in una danza macabra in cui un assassinio segue l’altro come i pedoni si mangiano a vicenda in una una scacchiera infinita. Difficile capire chi ha fatto cosa, e perché, le ragioni della vendetta si perdono, si insinua il dubbio e non si capisce più il senso del proprio sacrificio. Accade nella testa di Avner, il capo del commando israeliano di Operazione Baionetta cui fa riferimento il film, ma anche in quella del capo della fazione palestinese che deve difendere l’ignaro obiettivo del commando. La patria diventa il feticcio per cui ci si può ammazzare senza una ragione. Anche se la patria per Avner è solo sua figlia, appena partorita da una moglie che scappa da Israele e si trasferisce negli Stati Uniti per aspettarlo.
Entrambi i gruppi - quello israeliano e quello palestinese - si troveranno a vivere sotto lo stesso tetto di un’abitazione fatiscente dell’Atene dei colonnelli, fornita ad entrambi da un’ambigua organizzazione privata francese d’informazione. In quello che sembra uno scherzo del destino, aleggia il peso di persone vendute e messe una contro l’altra per ragioni che vivono solo di una tautologia di morte e potere che passa sopra le loro teste. L’uccisione della killer olandese è la scena più impressionante del film: senza effetti speciali, una donna muore troppo lentamente davanti ai suoi maldestri esecutori e grazie a quel rallenty la coscienza riprende a funzionare: l’idea di vendetta giusta viene sommersa. L’immagine finale sulle Torri Gemelle, mentre Avner si separa dall’ufficiale del Mossad che rifiuta il suo invito a cena, nonostante siano ebrei che spezzano lo stesso pane, non sono il pensiero di Spielberg che irrompe nella trama del film: sono l’annuncio che la storia continua come non dovrebbe.

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Lunedì, 30 Gennaio 2006

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La mafia è bianca

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 16:20

coplibrij.asp.jpgAncora non ho letto il libro, ma il dvd in allegato l’ho visto.

Non so come si viva in Sicilia, perché non ci vivo, ma certo, alla fine del film si capisce che in Sicilia morire è davvero impossibile. Ed è tutto gratis, perchè pagano i vivi, purché provvisti di regolare dichiarazione dei redditi. Pensate che le aziende cliniche & affini accreditate alla Regione Sicilia sono 1800, mentre in Lombardia sono poco più di 60. Arrivano da tutta Europa, anche dalla Germania, le amministrano manager che finiscono poi quasi sempre indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Che peccato !
Come Angelo Giammarresi, confindustriale dal linguaggio "top" e molto "fit", che campa delle dialisi dei "signori clienti" (allo Stato 20 anni di dialisi costano 600 mila euro a paziente), mentre in Sicilia il trapianto di rene è una meteora (12 donatori su 1 milione di abitanti, perché le rianimazioni non sono attrezzate, né per mezzi, né per personale per effettuare l’espianto dell’organo).

Davvero cult è seguire con lo sguardo la sagoma impettita e leggera dell’ "aziendalista" Giancarlo Manenti, ex direttore generale di Villa Santa Teresa, clinica di tal Aiello, uomo di Bernardo Provenzano: clinica spettacolare, pulita, elegante come un hotel a cinque stelle, attrezzata nei minimi particolari a fronte di ospedali pubblici allo sfascio. Ora è ad Agrigento, non prima di essere stato direttore dell’Usl n. 6 di Bagheria (e personale "accreditatore" della clinica dell’Aiello, "in teoria" atto riservato alla Regione) e Presidente della Provincia di Palermo. Gira il Manenti nel San Giovanni di Dio - clinica privata "accreditata" e nuovo di pacca, finanziata anch’essa dai contribuenti - ma ci si perde: non trova la sala operatoria. In blazer blu e cravatta regimental lascia intravedere i mocassini calzati a piede nudo, un vezzo da picciotto, nonostante i suoi 63 incarichi da dirigente e amminisratore. Poi si intrattiene con i due giornalisti a colloquio e conclude la sua intervista con un ricordo di Lucky Luciano, "che organizzò lo sbarco alleato in Sicilia". Cose di storia perché lui non si è mai occupato di mafia, neanche ha mai letto un libro, lui, ma si ripromette di farlo appena andrà in pensione, ma di storia sì, perché ne è un appassionato.

"I camici sono bianchi, le cliniche sono bianche, i colletti sono bianchi e se anche la mafia è bianca come faccio a vederla?"

Update

Il libro ora l’ho letto. Centocinquanta pagine basate sugli interrogatori dei magistrati della procura di Palermo, il cui capo era allora Piero Grasso, attuale procuratore anti-mafia a Roma. Al centro dell’inchiesta le intercettazioni ambientali effettuate a casa di Giuseppe Guttadauro, capo mandamento di Brancaccio - il  "Bronx" palermitano - medico chirurgo originario di Bagheria, condannato per associazione mafiosa. Le conversazioni si svolgono con Salvatore Aragona, anch’egli medico chirurgo dai modi piacenti e dal linguaggio aperto e forbito, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, già condannato una volta per lo stesso reato, dopo aver fornito un alibi a Giovanni Brusca, falsificando la sua cartella clinica,  e Domenico Miceli, arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, anch’egli  medico chirurgo, amico di famiglia e pupillo di Totò Cuffaro, di professione radiologo, ora presidente della regione Sicilia, marito di Giacoma Chiarelli, medico al Policlinico di Palermo.

Sfilano i nomi di personaggi noti e meno noti: tra cui quello di Angelo Siino, killer di Borsellino e Falcone, ma soprattutto quello di giovannissimi normalissimi quarantenni sottosegretari e assessori, tutti alla caccia di una fetta di quei dieci miliardi di euro circa: il denaro destinato a finanziare la sanità pubblica e privata in Sicilia, il "pallino" da sempre di Bernardo Provenzano. Un "vecchio" super latitante che dopo i botti e le sconsideratezze della mafia di Totò Riina, è capo e simbolo di questa nuova mafia pulita, che "s’inabissa  nel moderatismo politico", che sa parlare, che non si sporca più le mani, che vuole parlare con Ferrara, con Jannuzzi, con Lehener, che vuole fare qualcosa per gli "ergastolani", che parla con schifo del "carcere duro", lamentandosene come farebbe un liberale al di sopra di ogni sospetto.
La mafia è diventata prudente. Notizia: in Sicilia parrebbe aver  già scaricato Berlusconi e Forza Italia, buoni entrambi "solo per difenderli dai comunisti, ma senza valori". Parola di Domenico Guttadauro, medico chirurgo, capo del mandamento di Brancaccio.

(Autori del libro e del film sono due giornalisti della redazione di Sciuscià: Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini. La prefazione è di Michele Santoro. Le musiche del film sono di Nicola Piovani)

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Giovedì, 5 Gennaio 2006

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Arrivederci, democracy

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 10:36

Questa settimana, la Russia ha assunto la presidenza del più prestigioso club dei paesi maggiormente industrializzati del mondo: il G8. Ma sono molte le domande che al proposito si pongono: sia dinnanzi alla capacità della Russia di assolvere egregiamente i compiti della presidenza del gruppo, come su quale debba esserne il criterio di accesso e il grado di qualificazione necessario a un membro per restarvi.
La Cina, per esempio,  non è stata invitata a unirsi al gruppo, nonostante quel paese rappresenti la seconda economia del mondo in rapporto al potere d’acquisto, perché quel paese fallirebbe il test di democrazia.

L’apostasia dalla democrazia della Russia, ha spinto i senatori John McCain (Repubblicani - Arizona)  e Joe Lieberman (Democratici - Connecticut) a chiedere che il presidente Bush sospenda la Russia dal G-8 fino a che il presidente Putin non "porrà termine ai suoi assalti alla democrazia e alle libertà politiche". I senatori stigmatizzano di quel governo, la mancanza di rispetto delle leggi, la soppressione dei media indipendenti e il soffocamento dell’opposizione politica. La loro denuncia afferma che alla Russia mancano gli standard minimi di democrazia "che caratterizzano ogni altro membro del G-8."

La provocazione dei senatori merita alcune serie considerazioni e a una riflessione meditata ci chiederemmo:

•  Può uno Stato tra le nazioni con i più alti redditi individuali del mondo e i cui risultati imprenditoriali delle imprese private sono strettamente dipendenti da una generale condizione di favore, essere membro del G-8?

•  Può uno Stato il cui leader personalmente controlla tutte le televisioni nazionali, qualificarsi legittimamente come membro di un club di paesi democratici?

•  Potrebbe uno Stato il cui leader riscrive le leggi per salvare se stesso e i suoi amici da processi per corruzione superare il test su democrazia e rispetto delle leggi?

•  Può uno Stato il cui leader forzi e cambi la Costituzione, per farne trarre beneficio al proprio partito nell’immediatezza delle elezioni, stare seduto allo stesso tavolo di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti?

A questo punto, molti lettori sospetteranno che la nazione oggetto delle mie riflessioni sia cambiata e non non sia più la Russia, ma l’Italia. In effetti, è così. Effettivamente, Silvio Berlusconi, dopo essere stato eletto primo ministro per la seconda volta nel 2001, ha stravolto e ribaltato molte delle leggi che fin dai primi anni 90 erano state votate per assicurare al paese uno stabile governo democratico e comprimere i fenomeni corruttivi.
Nello sforzo di salvare partito e maggioranza in parlamento, Berlusconi ha recentemente sostituito la  riforma elettorale - che di quei cambiamenti rappresentava l’alfa e l’omega - per restaurare il sistema proporzionale, elemento istituzionale che negli anni precedenti aveva rappresentato un esempio di instabilità e inefficienza di governo. Ha annullato leggi che rendevano possibili processi contro la corruzione, che avevano portato a un incremento dell’attività criminale. Continua a spingere leggi attraverso il parlamento per ripulire se stesso e i suoi partners d’affari dalle accuse di falso in bilancio, corruzione, e altre mascalzonate.
Inoltre, Berlusconi di fatto controlla il 90% delle televisioni nazionali. E’ proprietario di tre networks e ha un controllo indiretto sui canali televisivi nazionali pubblici, grazie alla sua abilità di influenzare le scelte del management. Freedom House, nel suo rapporto 2003 sulla libertà di stampa nel mondo ha retrocesso l’Italia dal ranking di paese "libero" a quello di "parzialmente libero", posizione che mantiene tuttora.
Un’autorità indiscussa tra gli analisti politici, il professore Giovanni Sartori, recentemente ha riassunto così la situazione: "Berlusconi ha governato regolandosi strettamente su di un’analisi costi-benefici, che gli consentisse di capitalizzare il massimo per se stesso. Sulla base del suo tornaconto, il lavoro realizzato risulta essere positivo. "
McCain e Lieberman hanno ragione quando manifestano allarme a proposito dei metodi adoperati dal governo Putin nei confronti della democrazia. Riscontrare e recensire gli eccessi berlusconiani, ovviamente, non scusa i comportamenti di Putin. Ma se i criteri di giudizio adoperati dai senatori americani sono applicabili in generale, allora il governo statunitense non dovrà scusare un membro dell’Unione Europea per quelle stesse ragioni per cui ne attacca e ne accusa uno dell’ex Unione Sovietica.

Graham Allison
Direttore del Belfer Center for Science and International Affairs at Harvard’s Kennedy School of Government.
Assistente del Ministero della DIfesa dal 1993 al 1994.

Los Angeles Times, 5 gennaio 2005

[Traduzione, grassetti e corsivi miei] 

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Martedì, 27 Dicembre 2005

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Il dono della morte

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 10:25

Mentre ero lì, chino col capo sul libro, ci pensavo: leggere Il diritto di morire il giorno esatto di Natale. Non sono superstizioso, ma non ho potuto fare a meno di pensare che anche quello di Umberto Veronesi sia stato un dono di umanità. Ancor più umano perché scelto un’ora prima in modo non casuale, in un giorno che nel momento esatto della scelta era veramente a caso.
Si tratta di una lettura utile, semplice e coraggiosa. Perché in questo paese in cui si lanciano moniti contro la tecnologia fini a loro stessi, ci si inchioda al silenzio ipocrita e tecnologico di una macchina che tiene in vita Eluana Englaro, e tutti pensano che la coscienza sia al posto giusto.  Lo dice anche il Papa. 
In nome di una vita che esiste troppo e solo nelle astrazioni di chi crede di non avere già superato la propria atrofia spirituale raccomandando agli altri - non si sa bene da quale pulpito - ritorni a purezze inesistenti, il libro affronta senza mezzi termini il tema della morte in una cornice giuridica, filosofica e spirituale di grande respiro. L’eutanasia - afferma implicitamente Veronesi - è diventata la cartina di tornasole del nostro modo di pensare e vedere la morte. La abbiamo allontanata da noi, medicalizzata, affidata a specialisti che se ne occupano come routine. Esiste una civiltà che non affronta la morte come evento collettivo?
Chi è atrofico? Chi decide di morire senza sofferenza in un atto di autodeterminazione e coraggio che dovrebbe essere normale oppure chi - per non scegliere e non far scegliere - delega alla tecnologia di un tubo per la nutrizione artificiale o a una macchina cuore-polmone il proprio spirito e quello di uomini e donne senza speranza alcuna? 
Veronesi risponde a queste domande lucidamente e con la serietà di un uomo e di un cittadino consapevole, qualità imprescindibili per essere qualsiasi cosa - medico, avvocato, funzionario o poliziotto - in una società dove vige il principio dell’autodeterminazione e della libertà.

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Venerdì, 9 Dicembre 2005

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Niente da nascondere

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 14:09

Non fosse per quel gusto molto cinephile, e anche un poco incomprensibile, di ricerca spasmodica di lentezza, Niente da nascondere sarebbe un film quasi perfetto. Quasi perché in effetti qui i personaggi giocano a riempire il vuoto dell’anaffettività e dello spaesamento, impresa non facile e a volte stucchevole.
Ma essere fratelli è impossibile nella terra della fratenité, dove i fratelli algerini non si adottano, ma si tradiscono e si mandano all’orfanotrofio, e dove ai rifiutati non resta che il suicido in diretta, davanti a chi li rifiuta. E di questo passo, sembra suggerirci il regista, è difficile anche tutto il resto: essere buoni mariti e buoni padri.
Se si cerca la coscienza civile, o anche solo la coscienza in questo film, è difficile trovarla. Sembra sommersa dalle montagne di libri con cui la casa del protagonista, anchor man televisivo di rubriche librarie, è arredata e dove vive insieme con la moglie editrice. Libri, libri, libri. Nello studio televisivo, finti, a casa, veri. Libri che mai nel corso del film vengono aperti, quasi fosse inutile farlo, o inutili loro, oggi, di fronte all’impossibilità di mantenere le nostre promesse. In ogni caso inutili perchè nulla smuove la coscienza del protagonista che visita la madre malata solo per rassicurarsi della coscienza di lei e quindi della propria. Omissioni, bugie, vergogna e ottusità scorrono parallelamente all’interesse per una nuova sceneggiatura, un libro inedito, mentre l’industria culturale gli suggerisce di risolvere la questione. In effetti quelle video-cassette, accompagnate da disegni infantili e inquietanti, che riprendono la facciata della bella e tranquilla casa del protagonista regsistrando chi esce e chi entra, recapitate sotto casa del protagonista, sono la realtà che vedono gli esclusi. Una cosa mai vista, inquietante, che spiazza. La possibilità che non hanno, la tranquillità e l’agio che fa loro difetto sono silenziate ma messe in mostra. E adesso che cominciano ad essere recapitate un po’ dappertutto, anche le sicurezze, il successo, le previsioni di agiatezza e tranquillità vengono minate. Da qui la necessità di agire, di trovare una soluzione.
Sul  video registatore della bella casa va in onda una specie di reality show al contrario, senza parole, senza colpi di scena; a girare una mano anonima, che si nasconde e ti fa vedere cose che la normalità non fa più vedere.
Intanto il doppio furto, reiterato, prima con la rapina coloniale che uccide i genitori del fratellastro rifiutato e poi con la concessione di una cittadinanza anonima e di serie b si perpetua. Nella vergognata esternazione rivolta dopo la morte del padre al figlio del suicida, regista e postino anonimo: "Non ho niente da nascondere", si rivela l’impotenza di uomini sordi e incapaci di fare i conti con il proprio passato, soprattutto quello migliore che voleva come imprescindibili alla natura umana la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza.

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Mercoledì, 7 Dicembre 2005

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Non amo le idee mangio carne

Archiviato in: Virgilio — francesco @ 12:24

230125_01.jpgQuando ho sfogliato le prime pagine del libro ho provato un attimo di panico. Poi, leggendo queste poesie impaginate in forma di haiku, senza alcuna forma di presunzione, il tratto auto-ironico (descritto correttamente nell’introduzione dal curatore sul sito della casa editrice) è emerso veramente, fondendosi con la delicatezza dell’esposizione, risultato ultimo della lettura del testo. Il panico è stato vinto strada facendo e l’impressione errata provata all’inizio ha lasciato il passo ad una lettura e rilettura facile, nel senso della sua presa e delle sue intenzioni. L’autrice, blogger chiara e scura , non si è solo divertita a scrivere, ma ha pure scritto. Cosa rara per un poeta oggi e che possa colpire anche un distaccato lettore di poesie quale è il sottoscritto.
In realtà le poesie sono la sintesi di un voluto sforzo di concisione il cui obiettivo è l’essenziale, raggiunto attraverso l’ideale dell’ideogramma, inserito nel nostro contesto grammaticale e sintattico senza forzature o ricerca di effetti a sensazione. Niente orientalismi d’accatto per Esther Grotti. Le poesie fanno parlare il vissuto dell’autrice che viene sistemato in piccoli cassetti di scrivanie differenti, senza una connessione apparentemente logica fra loro. Sembra scartata a priori la ricerca di un concetto unificante del proprio scrivere come della propria vita, ma ancora non è chiaro se il rifuto sia premeditato oppure frutto di una scelta in fieri. Non esiste una "filosofia" che lega i versi se non quella che li sottende tutti e che compare nell’elaborazione grafica e stilistica. Sembrerebbe vincere la voglia di liberarsi dalle sovrastrutture - magari detestate - che però ci avvincono e ci sorprendono mentre crediamo di esserne immuni. Le descrizioni degli oggetti e dei sentimenti non richiedono interpretazioni ma solo abbandono e accettazione di quel tanto di incomprensibile e immaginifico che ci fa entrare nel mondo intimo dell’autrice. Il senso del ritorno alle cose e di compenetrazione con esse è un’esigenza dell’autrice: sfugge alla banalità e non scade mai nel qualunquismo. Piccole fasi del quotidiano, anche tecnologico, emergono nella loro nettezza e vengono elaborate per quello che in realtà sono: parte di noi, senza infigimenti, esaltazioni o paure anti-moderne. Molto presente è il senso del pudore nel trattare le cose dell’amore e della fisicità. L’idea - ci ricorda l’autrice - è già, quando un oggetto è descritto bene per se stessi.
L’autrice ci consiglia di mangiare carne e dice di non amare le idee. Forse non ama quelle vengono sciorinate con eccessiva disinvoltura oggi dove tutto è "filosofia" anche una tecnica di gioco del pallone. In realtà è questa disinvoltura che ci fa mancare la terra sotto i piedi. L’autrice lascia in sospeso l’invito a cercarle, ma sembrerebbe chiedere di astenerci dal commettere gli errori del passato. La cura e l’antidoto sono tutt’uno: ricominciare da se stessi.
Il libro è consigliato, anche se aspetto il prossimo.

Tra qualche giorno seguirà una breve intervista (forse sotto forma di haiku…) 

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