I casi della vita
Mia madre e mio padre scelsero per me bambino un’educazione cattolica. Ma le educatrici scelte erano tutte suore.

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Mia madre e mio padre scelsero per me bambino un’educazione cattolica. Ma le educatrici scelte erano tutte suore.

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L’ho capito solo con qualche giorno di ritardo, come se avessi bisogno di metabolizzare l’esperienza convulsa che avevo appena ultimato.
E’ stato un viaggio bellissimo, umanamente e geograficamente. Alim, la guida che parla italiano, Troux aux cerfs, i cardinali, i merli indiani e i bulbul che entravano nella mia camera allo Shandrani hotel per fare colazione, la spiaggia di Ile aux Cerfs, la pura e semplice esistenza della penisola de La Morne, la sagoma de la Montaigne du Rempart, la Spa del Dinarobin hotel, la gentilezza dei mauriziani e gli sguardi di alcune giovani donne, hanno regalato al mio cuore una barca da cui salpare ogni giorno.
Il miglior servizio reso a se stessi è regalarsi buoni ricordi cui attingere fino alla fine dei propri giorni.

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Adoro quella città. Non so perché, forse perché gli anni universitari sono stati cinque anni che da sempre considero ben spesi, ma a Genova andrei a vivere subito. Non andrei e non andrò a lavorare in quell’hotel che mi ha chiamato per un colloquio proprio oggi, però…
Peccato non poter lavorare a Nervi. Il profumo delicato della salsedine arrivava ovunque. Lo so che solo l’altro ieri ho scritto il contrario. Ero ancora deluso della mancata supplenza. In definitiva, la proposta di oggi era inaccettabile. Non potevo certo traslocare con un contratto di cinque mesi per meno di mille euro al mese.
Però, la mattina ero andato all’Università a prendere il certificato di laurea e lì avevo navigato sull’olio. In meno di mezz’ora ero davanti a una professoressa bella e gentile che non solo mi ha ricevuto in un giorno non previsto per le visite, ma mi ha fatto subito il conto dei crediti per la laurea specialistica in Storia dell’Arte e e valorizzazione del patrimonio artistico. Sarebbero 120 quelli ereditati dagli esami sostenuti per la laurea precedente. Con i 35 che vengono attribuiti alla tesi di laurea per la specializzazione arriverei a 155, più sei esami a debito (60 crediti) arrivo a 215. Ne mancherebbero 85 per raggiungere i 300 necessari per laurearsi. In tutto fanno 15 esami. Manca solo l’iscrizione: il piano di studi lo ha già praticamente fatto lei.
Quando sono partito da Principe per Nervi speravo di poter dire di sì.
Ero di nuovo innamorato di quella città, e non solo per via di quell’Ateneo. Ero pronto a lavorare in quell’albergo. Per Genova e l’Università questo ed altro.
La giornata è stata sempre piena di sole: bellissima. Infine, anche se non ho raggiunto alcun obiettivo, questo progetto vorrei diventasse una molla per il futuro.

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Lunedì 5 febbraio, salvo controdini, inzierò a svolgere lezioni di letteratura italiana presso l’Istituto Magistrale. Non è prevedibile la durata della supplenza.
L’importante è non credersi soli nell’universo e ignorati dal mondo. Alla fine il rischio è che il mondo e l’universo ci accontentino.
Ps: Alle ore 10, 10 del 1 febbraio la supplenza non c’è già più. Chi doveva fare le ore di latino al posto mio ne fa già troppe per potermi sostituire.
A mezzogiorno ho un appuntamento con un’altra scuola e domani vado a Genova per un colloquio in un hotel. Ma a Genova non voglio andare.

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Sono diventato buddista a fine settembre del 2006.
Alla ricerca di una serenità improbabile, scosso dagli insuccessi e dai fallimenti che hanno reso la mia esistenza insoddisfacente, mi sono chiesto se non fosse una mia responsabilità quanto stava accadendo. Studiando e praticando non solo ho appreso che lo era, ma sono riuscito a farlo senza piombare nell’annientamento del senso di colpa.
A quattro mesi di distanza da quella timida adesione la mia vita vive una totale rivoluzione.
Liberi di non credermi, ma non sono mai stato così felice e non ho mai avuto tanta fiducia in me stesso come ne ho ora.

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Ho appena stampato la lettera di contestazione del licenziamento. Non vi ho detto che la lettera con la quale mi hanno sbattuto fuori non indicava il motivo del provvedimento.
Intanto, mi sono iscritto a un corso di tedesco. Oltre ad essere una lingua che amo è anche una lingua che non ho mai potuto studiare in questi anni perchè le lezioni di tutti i corsi che mi sarebbe piaciuto frequentare si svolgevano durante gli orari di lavoro. E poi mi servirà certamente anche per il curriculum vitae. Peccato che ne abbia distribuito già un centinaio senza indicare almeno la mia intenzione di inziare a studiarla.
Tra il tepore delle mura domestiche e quello congiunto della mia fede e della mia ragione, sto bene. Ho così potuto sentire e vedere con una certa freddezza che abbiamo un governo che rispetta gli impegni, anche quelli degli altri.
Allora: se non c’è conflitto di interessi tra l’allargamento della base militare sul territorio di Vicenza anziché su quello di Aviano (come sembrerebbe questo governo avrebbe proposto al governo statunitense, dopo il taciuto impegno assunto da Berlusconi su quell’altro) e i desideri dei cittadini di quella città, oltre al presumibile sconquasso che l’allargamento della nuova base produrrà sul territorio, vuol dire che questo governo ha perso l’ennesima occasione per governare sul serio.
D’altronde, in una coalizione di governo quando si litiga non si litiga per scherzo, ma per affermare un’identità, far trionfare un’ispirazione, realizzare un insieme di desideri. Se non si sceglie o si fanno scelte borbottate e prive di fantasia, si diventa succubi dell’opposizione che denuncia con il giusto anticipo, come fosse l’ orologeria di un ordigno, l’anti- americanismo di Prodi, e fa esplodere il caso Vicenza nelle mani “sbagliate”.
Se il Comune di Vicenza è d’accordo con gli impegni assunti dal precedente governo e non indice un referendum non si capisce proprio perché questo governo che, a parole, dice di voler spostare la base altrove e vorrebbe pure il referendum, debba anche assumersi per un equivoco senso di responsabilità le decisioni segrete e sbagliate, prese da chi lo accusa di essere inaffidabile. Agli occhi di chi lo denigra non diventerà di certo più responsabile, a quelli di chi lo ha votato parrà machiavellico e sempre più lontano da se stesso.
Però, vedrete, se conosco bene gli italiani, alla fine decidere di non decidere si rivelerà un fenomenale successo di lungimiranza.

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Bisognerebbe avere qualche senso di colpa in più, manda a dire quella parte di me che ha sempre messo il freno a mano al mio coraggio e alla mia determinazione. Bisognerebbe che tu capissi davvero qual è il tuo cammino per renderlo splendente come una stella in cielo, ribatte quella parte di me che in questi tre mesi e mezzo si è svegliata e mi parla come se fosse una voce familiare e non fastidiosa come è stata in questi ultimi anni.
Pensavo di avvicinarmi ai miei genitori, da dieci anni accuditi da una sorella dolce e di acciaio. Pensavo di avere raggiunto un obiettivo professionale, quasi insperato, ma desiderato con forza, dopo aver cambiato quello originario, fatto di passione e dedizione, sette anni fa.
Invece sono caduto per non aver saputo leggere quello che mi si è squadernato dinnanzi qualche giorno dopo. Che cosa è la fiducia? Come ci si fa determinare da degli sconosciuti che ti leggono nella testa e ti raccontano la favola giusta? Siamo stati dei pivelli, noi sei, che abbiamo scelto di andare verso il meglio e ritornarne a mani vuote dopo meno di un mese.
Però sono caduto sul cuscino più soffice nel quale avessi mai potuto cadere, come se fosse stato messo lì apposta: l’affetto e la fiducia di genitori e amici, che non pensavo di avere, ma ad alcuni dei quali ogni tanto in questi anni sono venuto alla mente perché avrebbero voluto sapere se non fossi già diventato qualcuno in qualche azienda del nord. In effetti non ho mai cercato di diventare qualcuno.
Ho pregato di essere messo sulla strada migliore per me. Ho cambiato lavoro e sono ritornato a casa. Pensavo di essere stato esaudito. Ho perso quel lavoro e ho trovato il modo di essere felice anche se nell’infelicità.
E’ vero: le cose cambiano tutti i giorni e bisogna credere in se stessi.

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Non posso sperare di fare autobiografia. Oggi, anzi, ora, mi sento di dover stare meglio e forse sto già meglio perché lo voglio e lo pejnso con tutte le mie forze, tant’è che oggi riesco anche a scrivere, a sorridere, ad avere il cuore pieno di speranza. Basta non pensare al futuro e la passato, liberarsi di queste due zavorre per poter pensare il meno possibile e vivere. Soltanto vivere. Non è forse questo l’unico motivo che ci spinge avanti?
In realtà sono a casa tra due anziani signori che si ostinano a volermi bene, nonostante abbiano capito che tutto posso fare fuorché scegliere. Che pena: avere un figlio dotato di intelligenza media (o forse medio alta) che ancora si illude di non avere mai avuto a che fare con persone prive di scrupoli, non le vede, non le sa riconoscere, in qualche modo è come se fosse loro debitore.
Non so scegliere e non lo devo più fare. Se ci sarà una prossima volta dovrà essere l’ultima. Scegliere è qualità apparentemente inutile se fossi uno soddisfatto, quieto, oppure indifferente. Ancora, a 45 anni non sono nessuna di queste cose. C’è qualcosa nel mio intuito che non funziona, non faccio le domande giuste, non provoco la reazione che porta al passo falso colui che sta per ingannarmi o non è sicuro di poter mantenere le promesse. Ho l’anima nera, niente di quello che mi riguarda da vicino mi si specchia nella coscienza e diventa almeno palese. Cado così su quello dato per scontato, per ascoltato, per sentito dire.
Succede così che senza questo talento tutti gli altri talenti non contino nulla.
Non vi racconto dei passi già fatti e di quelli da fare ancora. Non vi conto della notte del 5 gennaio, notte che non so se insonne o vissuta in una dimensione a me sconosciuta fino alla notte prima. Posso solo dirvi che è durata il tempo di un sogno simbolicamente liberatore, dentro una testa ridestatasi totalmente libera. Una sensazione durata poco e mai provata prima. Di questa vorrei potervi parlare meglio ma le parole non mi vengono in aiuto.
Ieri mi ha chiamato Francesco, il mio “mentore buddista”, quello che mi ha portato ai primi di ottobre del 2006 alla Soka Gakkai di Firenze e mi ha convinto, senza la minima forzatura, a dare spazio alla mia latente spiritualità. Da allora molte cose sono cambiate, così come desideravo o credevo di desiderare.
Abbiamo parlato di questa ennesima prova, del modo di affrontarla, del modo di uscirne.
Venti minuti di eccezionale franchezza, di affetto e di positive sensazioni.
(P.s.: Ho fatto anche due colloqui. Poca roba, ma meglio che niente.)

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Un mese fa avevo un lavoro e una casa. Il lavoro era ormai mediocre, la casa invece sempre più mia. Il tempo passava e la compensazione mi andava sempre più stretta.
Oggi non ho più né quel lavoro, né quello nuovo appena trovato e che inseguivo da almeno due anni. E sono tornato a vivere di nuovo con i miei genitori.
I sogni a volte si avverano solo per dimostrare che si è pronti per l’ennesima truffa.
Sei mesi fa credevo di poter cambiare tutto, ma alla volta delle Canarie con una caraibica puro sangue. Invece tutto è naufragato nei pochi centimentri d’acqua della piscina di un residence.
Non sono superstizioso e perciò nel concedermi la convinzione profonda di credere in un anno completamente nuovo e migliore, devo fare appello a tutte le mie forze. Ma quest’anno deve finire.

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Quarant’anni di quella sofferenza che giorno dopo giorno materializza le pene dell’inferno e ti leva la speranza di sopravvivere al male perchè senza possibilità di rimozione, possono bastare.
Almeno per chi come me crede che liberarsi dalla sofferenza sia un diritto.
La tua poteva essere la disperazione del cieco abbandono fatalista che fa il paio con l’abbandono a Dio di tutto ciò che non si lasci, o non si permette che si lasci penetrare dalla conoscenza, invece è stato come il lieve, silenzioso passaggio delle ali di un angelo. C’era poco da conscere in questo caso se non che la tua vita così come è stata, piena di coraggio e di serenità. Fermo e vigile per quarant’anni ci hai insegnato il valore della vita e delle cose che contano proprio negli ultimi momenti di questa. Ti sei congedato con la determinazione e l’apparente tranquillità di un uomo vivo. A tutti quelli che hanno confuso il tuo ultimo desiderio con una banale depressione da uomo solitario, tu hai fatto capire che i veri depressi sono loro: uomini e donne intonacati che discettano sul valore della vita altrui mentre contano mentalmente e terrorizzati quanto gli resta da vivere non avrebbero mai potuto averla vinta su chi la morte la vedeva tutti i giorni appesa ai led di un monitor, inchiodata a un tubo di plastica. Della favola bella di Cristo che vinse per noi la morte, neanche l’ombra, della pietà convinta maieuta e dell’amore serenamente disinteressato neppure pallidi aliti.
Pazienza.
Ciao, Pier.
P.s:
Ecchissenefrega.

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