Fino ad allora avevo voluto risparmiare a mio padre la pena della visita al mio capezzale.
E gliela avrei risparmiata, se fosse dipeso da me.
Solo che per lui non era come per amici e parenti, a cui avevo imposto l’astensione dalle visite per la vergogna che mi montava addosso per i loro eccessivi salamelecchi, dinnanzi al sottoscritto che era fatto oggetto della loro comprensione e vittima della loro impotenza.
Dopo un primo periodo in cui era partita una specie di gara alla visitadelmalatograveerimbambito, avevo manifestato, con una certa durezza e convinzione, la volontà che cessasse ogni tipo di visita. Allora, mia sorella, mio cognato e la mia ex fidanzata si premurarono di dare la lieta (per me) novella, naturalmente urbi et orbi. Prevedevo con orrore e imbarazzo l’eventualità che alcuni clienti dell’agenzia piuttosto che frequentatori della palestra si potessero presentare in reparto con la pretesa di uscirne rassicurati, magari dopo avermi appioppato un buffetto sulla guancia.
E tutto senza neanche sentirsi mandati a cagare, considerato lo stato di afasia in cui versavo? Non sarebbe stato carino e neanche onesto.
Avevo bisogno di attenzione e protezione e queste le potevo ottenere solo da quelli che conoscevano bene la situazione. O almeno così pensavo allora.
Mio padre però non si era ancora potuto muovere da casa per via dell’impegno totalizzante cui si sottoponeva per prendersi cura di mia madre. Nei suoi riguardi il mio scrupolo era di tutt’altra fattispecie. Riguardava quell’antico pudore che ci legava fin dai tempi in cui nell’estate dell’ormai lontanissimo 1975 organizzò il nostro primo viaggio insieme. Fummo a Roma, Napoli, Ferrara, Milano e Venezia. Girammo di città in città, alloggiando nelle caserme in cui fu ospite anche lui quando era poliziotto. Viaggiavamo in treno. Nelle passeggiate per le strade di Milano, per le calli di Venezia, nell’opulento e splendido centro storico di Ferrara per la prima volta sentii che con mio padre era possibile un altro rapporto che travalicasse quello tradizionale, che ben presto ci avrebbe messo su fronti opposti. E fu grazie a quel viaggio se il nostro rapporto non naufragò nei marosi di quegli anni così difficili. Non un’amicizia, perché i tempi non permettevano neppure di pensare una simile insolenza (e scemenza), ma una maggior confidenza era possibile. Cominciavo a diventare adulto. Avevo necessità di qualcosa in più.
Ma adesso che è morto, posso dire che quella confidenza non ce la concedemmo mai fino in fondo.
A mio padre non ho mai detto, per esempio nulla della mia intimità e non ricordo neppure un accenno vago. I rapporti sessuali erano l’argomento topico cui tutto ruotava attorno se si è avuto la fortuna di essere adolescente negli anni 70. Ricordo invece, le imbarazzate scuse che rivolsi a mia madre quando a 27 anni non avvisai che non tornavo a casa per la notte. Per mia madre il tempo non è mai passato, invece. E il suo sguardo di finto rimprovero.
In verità, non ho mai detto neanche dove è accaduto per la prima volta. Se lo avesse saputo forse sarebbe rimasto interdetto e se mi avesse beccato non so come avrebbe reagito. Visto e considerato che eravamo a casa nostra, quella in cui vivo ancora.
Per mio padre ho sempre portato rispetto, come si suol dire. A lui mi sono sempre potuto appoggiare in ogni momento. Avere questa profonda consapevolezza ha evitato che io mi perdessi anche nei momenti peggiori della mia vita adolescenziale e poi da giovane adulto. Quando per dieci anni risiedetti in Toscana, non ci sentivamo troppo spesso, sempre per quella forma di pudore che fa mantenere le distanze da chi è troppo adulto per essere salvato. E invece in questa nostra apparente separatezza stava il segreto della salvezza reciproca, che non esulava dalla franchezza quando ce n’era bisogno.
Le ultime parole che udii dalle sue labbra le rivolse senza guardarmi neppure in faccia, quasi vergognoso di mostrare il suo stato. Difetto di fabbrica, a quanto pare. Perché in quel suo comportamento vidi qualcosa di familiare, deja vu.
Presentiva la morte quasi avesse già disceso il crinale fino in fondo. Nel suo letto sdraiato su di un fianco quel 28 dicembre dell’anno scorso, dopo essere caduto la mattina presto mentre ritornava dolorante e zoppicante nel suo letto per via di un virus che lo aveva colpito e che poi fatalmente precipitò le cose, alla domanda di mia madre, il più banale dei “come va?”, io le risposi “bene”. La sua reazione fu: “allora siamo a posto” come mille altre volte glielo avevo sentito pronunciare, tra lo strafottente e il rassegnato.
Quelle furono le ultime parole che sentii pronunciare dalla sua voce. Che non rivolse direttamente a me. Piuttosto, sdegnoso, si rivolgeva alla vita che lo stava fottendo.
E’ per emulare mio padre che ho praticato sport fino da bambino. Ma non ho mai chiesto una sola volta di essere accompagnato in piscina o al campo. Nè lui mi ha mai imposto la sua presenza. Di questo, non so il perché ma vado orgoglioso.
E’ per evitare di dover subire l’umiliazione di una preparazione culturale imperfetta che mi sono laureato. Lui queste cose le capiva e aveva solo la terza elementare.
E’ da lui che ho ricavato l’orgoglio che mi tiene la schiena dritta dinanzi agli inganni della vita.
E’ da lui che ho appreso che per accorgersi di un sopruso non c’è bisogno di aver studiato, ma per opporvisi con efficacia, sì.
———-
Il 12 dicembre, tre giorni dopo la prima embolizzazione, mi avevano trasferito nel reparto riabilitativo, sempre nel complesso di Santa Corona. Era un reparto vecchio, malandato, dove appresi per la prima volta che cos’è il disprezzo. Io ero il più giovane. Da lì a poco perdetti questo triste primato. Ne arrivò uno di soli 36 anni, nelle mie stesse condizioni.
Le palestre in compenso erano nuove. Data la gravità del mio caso, venni preso in consegna dalla fisioterapista più esperta del team. Avevo la gamba destra immobile, anche il braccio non dava segni di vita e bofonchiavo qualcosa appena.
Non appena lo vidi entrare dalla porta, non piansi. Era la cosa che temevo di più potesse accadermi. Quindi, lo salutai. Lui disse che in due mesi sarebbe ritornato tutto come prima. Lo disse sicuro, senza iattanza.
Come se la cosa non lo riguardasse. Ed era esattamente quello che mi sarei aspettato da lui perché non fosse inopportuno. Troppo interesse mi avrebbe disturbato. Lo sapeva.
Era mio padre.
All’inizio fu la parola ( I )
Pensare (e non capirci più niente) ( II )
I beati mesi della cistite ( III )