Se c’é una cosa che ho imparato da questa quasi tragedia, é ad avere pazienza. A volte mi sorprendo per quanta ne ho dimostrata, dopo averla ricevuta in dono.
Le contrazioni e gli spasmi che per tre mesi hanno inflitto una terribile punizione al mio inguine per essermi buscato una cistite dagli effetti devastanti, sono stati di gran lunga i mesi più duri della mia vita. Eppure né ora, nè prima ne ho avuto il terrore. Non mi sono lasciato impressionare. Anche dopo aver contratto un’ernia.
Il “Proteus mirabilis” - nome suadente con il quale si indica un batterio multiresistente installatosi nelle mie vie urinarie per effetto di un uso prolungato del catetere - mi ha letteralmente cambiato la vita.
In meglio e in peggio. Dopo avere provato a combatterlo per due volte con una cura a base di antibiotici, mi sono dovuto arrendere all’evidenza: il batterio invece di perdere di efficacia ne usciva vieppiù rafforzato.
E’ inziato da qui il mio personale calvario.
Ho imparato a soffrire in silenzio, quasi di nascosto. Ogni volta che avvertivo l’imminente arrivo di un attacco, mi preparavo piegandomi in due. Era l’unico modo che avevo per avvertire gli eventuali visitatori di quello che mi stava accadendo, essendo impossibilitato a utilizzare il linguaggio in modo comprensibile. E non avendo più parole per esprimere la sensazione di disagio in cui mi trovavo. Uno, due, tre spasmi all’inguine progressivamente più dolorosi, un bruciore lancinante e poco prima di urinare nel pannolino - un’autentica liberazione - un numero imprecisato di contrazioni. Qualora mi trovassi in palestra avevo un modo involontario per avvertire i fisioterapisti: l’irrigidimento dell’arto inferiore destro. Involontario perché non avevo controllo sul verificarsi dell’evento. Un po’ come capita allorquando pigio due volte lo stesso tasto, battendo due volte la stessa lettera.
L’evento si ripeteva nelle stesse modalità almeno venti volte al giorno. E per tre lunghissimi mesi ho dovuto fare buon viso a cattiva sorte.
Non che io abbia potuto evitare di dare fondo al mio peggior carattere, inscenando per due giorni uno sciopero della fame (e delle medicine), minacciando la dimissioni volontarie nel caso che i medici non avessero posto un rimedio, ma questo almeno ha attirato l’attenzione sulla gravità del mio caso, e ha finalmente posto le basi per la somministrazione di un farmaco che si rivelerà “salvifico”.
Già perché la delusione provocata dai rimedi della medicina tradizionale ha dato una svolta al decorso della malattia. Infatti, l’azione combinata di un farmaco omeopatico, suggeritomi dalla mia fidanzata, e dell’ennesimo farmaco di medicina tradizionale, impostomi dal medico, hanno fatto scomparire le contrazioni, gli spasmi e il bruciore.
Il batterio sopravvvive ancora nel mio organismo. A quattro mesi dalla sua comparsa. Ha lasciato sul campo, esanimi, la paura e l’impazienza. Ha reso non più stoica la mia pazienza, ma la ha dato un senso. Verso una più compiuta forma di felicità.
E tutto questo senza coinvolgere il mio lato più cerebrale. E’ stato abbandono, vera forza sgorgata dalle viscere del mio corpo e della mia mente. Ho fatto tesoro di quella serenità che mi venva in soccorso durante le pause tra un attacco e l’altro.
Non mi sono detto nulla. Né ho rimuginato tra me e me, come ero solito fare nei momenti di maggior tensione. Ho deciso, o forse no, agevolato dalle mie condizioni cerebrali del momento, di lasciar perdere. Le mie rimostranze verso la malattia lasciavano subito il campo al caffè del momento, alla scorta di acqua che dovevo fare per il giorno dopo, al dvd che ancora dovevo vedere.
Tutto era sullo stesso piano. Gioia e dolore. Momenti di speranza e momenti di sconforto. Mente e cuore.
Poi mi hanno messo in piedi. E tutto ha cominciato a girare per il verso “giusto”.