Dispacci al vento
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Lunedì, 18 Marzo 2013

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Un anno dopo

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:41

Oggi è il 18 marzo. Per alcuni è solo lunedì, un noioso o maledetto lunedì, come tanti.
Per me invece è una data un po’ più importante.
Oggi come oggi, l’anno scorso uscivo dall’ospedale di Santa Corona dopo quattro mesi di ricovero.
Molte cose sono cambiate nel frattempo. Sinceramente da oggi spero di non dovervi più rubare tempo e pazienza nel leggere le mie peripezie in cui mio malgrado sono incappato negli ultimi sedici mesi.
Temo però di dover mandare deluse le vostre legittime aspettative, esattamente tra sei mesi.
E’ più forte di me, devo liberarmi di questo peso che letteralmente mi sovrasta da quando ho saputo che c’è il rischio che si cronicizzi l’incertezza.
Però da qui a sei mesi, prometto che mi legherò le mani dietro la schiena o metterò la tastiera su un albero e non scriverò un rigo sul mio stato di salute.
A meno non siano notizie positive.

Allora inizio col dirvi che da quel 18 marzo a questo 18 marzo, in fin dei conti, io sto meglio, quasi bene. Il piede ancora funziona per metà ma cammino con il passo quasi regolare e senza l’uso del bastone che mi porto dietro solo per precauzione.
La gamba ha qualche debolezza che sono certo di recuperare col tempo (e con la palestra).
Il braccio e la mano sono quasi completamente a posto.
Con il linguaggio il miglioramento è stato sensibile. La scrittura che avevo completamente perso, si sta riprendendo il suo ruolo.

Mi hanno fatto bene la costanza e il coraggio di mia sorella, la pazienza e la sensibilità di mio cognato, la silenziosa e incoraggiante presenza di mio padre, finché l’ho avuta vicino la collaborazione della mia ex fidanzata, le preghiere dei miei compagni e delle mie compagne di fede che mi hanno sostenuto nei momenti più difficili, l’appoggio incondizionato ricevuto dai cugini, cugine, zie, zii, amici e amiche che sono stati capaci tutti e tutte di infondermi la giusta determinazione per ritornare allo stato attuale,  l’aiuto dei neuro-radio-chirurghi, dei fisiatri,  degli oss, degli infermieri e dei fisioterapisti che hanno svolto larga parte del loro lavoro con impegno e dedizione assoluta.
Insomma, in tre parole: grazie a tutti!

All’inizio fu la parola ( I )
Pensare (e non capirci più niente) ( II )
I beati mesi della cistite ( III )
A mio padre ( IV )
Amore non fa rima con dolore ( V )

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Venerdì, 15 Marzo 2013

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Amore non fa rima con dolore

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 23:21

‎Ci incontrammo su un sito di incontri una sera di fine estate 2010. Lei aveva difficoltà a stare on line, poi potei verificare che tra lei e il pc c’era l’identica dimestichezza che ho io con il calcolo algebrico.
E fu subito burrasca.
In quel momento infatti ero ancora legato a un’altra donna e non volevo lasciarla.

Per un mese sono stato bigamo. Però ne frequentavo solo una. L’altra viveva all’estero. Poi in ottobre andai a Monaco di Baviera per lasciare quella che era diventata l’altra.
Quando ritornai mi convinsi che dovevo lasciare anche lei. Perché secondo me era necessario un nuovo inizio. Così mentre mi apprestavo a lasciare l’altra, lasciavo anche quella che era diventata la mia lei.
Subito non le dissi delle premure che mi spingevano a fare quel gesto apparentemente crudele.
Dovevo correre il rischio di sentirmi rispondere di no una volta che l’avevo lasciata. Sapevo che se non avessi rotto, quella mancata rottura avrebbe potuto giocarmi contro. Almeno sino a quando l’aria viziata di quell’origine avesse avuto la forza di insinuarsi tra me e lei, cioè in un rapporto allo statu nascenti.
Quando dopo che mi ebbe ri-detto sì, gli spiegai le ragioni che mi avevano guidato nella scelta di rompere. Non ricordo più quale fu la sua reazione.

E infatti il primo anno a Natale andammo in crociera, poi nella primavera dell’anno successivo in  Camargue, a settembre partimmo per Parigi. Ci univano l’amore per l’arte, la fede religiosa, la passione per i viaggi, per la fotografia. Ci dividevano il senso dell’umorismo, di cui lei era totalmente sprovvista; a ben vedere, il suo matrimonio fallito, che le aveva lasciato una sostanziale sfiducia negli uomini; la sua gelosia; il suo bisogno di sentirsi sempre confortata. Aggiungiamo a tutto questo l’affezione ipotiroidea, che le provocava sbalzi d’umore e il quadro si completa nelle sue linee essenziali.
Era molto bella, nonostante avesse la mia stessa età.

Quando mi sentii male, mia sorella la chiamò e lei schizzò letteralmente in pronto soccorso.
Fu il primo volto tra i tanti sconosciuti che riconobbi in quella prima mezz’ora che avrebbe cambiato per sempre il corso della mia vita.  Le lessi negli occhi la tristezza che provava. Capii dal suo sguardo che la situazione era veramente grave. Per un attimo ci mettemmo a piangere entrambi. Poi mi portarono via.
Ero ancora in pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica.

Mi ha lasciato una prima volta ad agosto e una seconda - definitivamente - a novembre.
Durante la degenza in ospedale ha rinunciato a lavorare per starmi vicino, ha allentato anche la  presa sul figlio - il vero capolavoro della sua vita a mio modo di vedere - abbiamo passato l’ultimo dell’anno insieme, mi ha curato, accudito, rispettato anche quando io, a causa dei freni inibitori impazziti, non mostravo la stessa sua pazienza.
Con la stesso tipo di lealtà che le avevo riservato durante la mia bigamia, un giorno di dicembre le avevo chiesto se volesse lasciarmi. Lei mi rispose con fare interlocutorio: “non avresti fatto la stessa cosa per me?” riferendosi alle cure e all’assistenza in cui si prodigava.
La settimana dopo le avrei chiesto se una volta finito tutto volesse sposarmi. Lei mi fece notare che glielo chiedevo da “moribondo” e questo pensai che fosse poco carino da parte sua.
Gli spiegai come potei che quella richiesta gliel’avrei posta da lì a poco se fossi stato in grado di farlo. E da in piedi, con un anello  di fidanzamento, un mazzo di fiori, durante il pranzo di Natale. Per quello che valeva.
Comunque accettò.
Era, in assoluto, la prima volta che chiedevo a una donna di sposarmi.
Le nozze erano previste per maggio 2013. Avevamo deciso dove andare ad abitare: a casa sua. Lì avrei preso la residenza prima che andassi a viverci materialmente perché era più vicina a Santa Corona. Con entusiasmo avevo pagato i mobili della sala alla fine di giugno. Avevamo anche deciso di rifare il bagno.

————

Ma accettare la mia malattia con tutte le conseguenze che comportavano, e ancora comportano, quello no.
Amen.
La vita va avanti, lo stesso. L’ultimo intervento è passato senza la sua presenza. E’ durato sei ore e mezza. Alla fine hanno chiuso tutto quello che dovevano chiudere - così ha detto e scritto il neuroradiochirurgo -  ma è rimasto un vaso sanguigno a basso flusso ancora aperto in un’area che non è raggiungibile senza aprire il cranio.
Mi ero appena svegliato sul lettino e ho udito con chiarezza il chirurgo che diceva : “basta, questo ragazzo su questo lettino non lo voglio più vedere”. Grazie per il ragazzo, ma quello era un segno di stizza inequivocabile che qualcosa non era andato per il suo verso.
Ormai la mia vita ha assunto la fisionomia di un governo dell’Italia anni ‘70.
Ogni sei mesi devo farle il tagliando. Mi abituerò anche a questo.
E per la prima volta posso confermare che il sesto senso femminile esiste per davvero.

———–

Non credo all’amore senza noia o difetto.  Non credo neppure agli amori che non tornano sui propri passi. Credo, però, che se uno ama per davvero prende il bello e il brutto.
Ma in definitiva, per dirla con un proverbio buddista, solo tre cose contano: quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto, e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te.

All’inizio fu la parola ( I )
Pensare (e non capirci più niente) ( II )
I beati mesi della cistite ( III )
A mio padre ( IV )

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A mio padre

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 0:17

Fino ad allora avevo voluto risparmiare a mio padre la pena della visita al mio capezzale.
E gliela avrei risparmiata, se fosse dipeso da me.
Solo che per lui non era come per amici e parenti, a cui avevo imposto l’astensione dalle visite per la vergogna che mi montava addosso per i loro eccessivi salamelecchi, dinnanzi al sottoscritto che era fatto oggetto della loro comprensione e vittima della loro impotenza.
Dopo un primo periodo in cui era partita una specie di gara alla visitadelmalatograveerimbambito,  avevo manifestato, con una certa durezza e convinzione, la volontà che cessasse ogni tipo di visita. Allora, mia sorella, mio cognato e la mia ex fidanzata si premurarono di dare la lieta (per me) novella, naturalmente urbi et orbi. Prevedevo con orrore e imbarazzo l’eventualità che alcuni clienti dell’agenzia piuttosto che frequentatori della palestra si potessero presentare in reparto con la pretesa di uscirne rassicurati, magari dopo avermi appioppato un buffetto sulla guancia.
E tutto senza neanche sentirsi mandati a cagare, considerato lo stato di afasia in cui versavo? Non sarebbe stato carino e neanche onesto.
Avevo bisogno di attenzione e protezione e queste le potevo ottenere solo da quelli che conoscevano bene la situazione. O almeno così pensavo allora.

Mio padre però non si era ancora potuto muovere da casa per via dell’impegno totalizzante cui si sottoponeva per prendersi cura di mia madre. Nei suoi riguardi il mio scrupolo era di tutt’altra fattispecie. Riguardava quell’antico pudore che ci legava fin dai tempi in cui nell’estate dell’ormai lontanissimo 1975 organizzò il nostro primo viaggio insieme. Fummo a  Roma, Napoli, Ferrara, Milano e Venezia. Girammo di città in città, alloggiando nelle caserme in cui fu ospite anche lui quando era poliziotto. Viaggiavamo in treno. Nelle passeggiate per le strade di Milano, per le calli di Venezia, nell’opulento e splendido centro storico di Ferrara per la prima volta sentii che con mio padre era possibile un altro rapporto che travalicasse quello tradizionale, che ben presto ci avrebbe messo su fronti opposti. E fu grazie a quel viaggio se il nostro rapporto non naufragò nei marosi di quegli anni così difficili. Non un’amicizia, perché i tempi non permettevano neppure di pensare una simile insolenza (e scemenza), ma una maggior confidenza era possibile. Cominciavo a diventare adulto. Avevo necessità di qualcosa in più.

Ma adesso che è morto, posso dire che quella confidenza non ce la concedemmo mai fino in fondo.
A mio padre non ho mai detto, per esempio nulla della mia intimità e non ricordo neppure un accenno vago. I rapporti sessuali erano l’argomento topico cui tutto ruotava attorno se si è avuto la fortuna di essere adolescente negli anni 70. Ricordo invece, le imbarazzate scuse che rivolsi a mia madre quando a 27 anni non avvisai che non tornavo a casa per la notte. Per mia madre il tempo non è mai passato, invece. E il suo sguardo di finto rimprovero.
In verità, non ho mai detto neanche dove è accaduto per la prima volta. Se lo avesse saputo forse sarebbe rimasto interdetto e se mi avesse beccato non so come avrebbe reagito. Visto e considerato che eravamo a  casa nostra, quella in cui vivo ancora.
Per mio padre ho sempre portato rispetto, come si suol dire. A lui mi sono sempre potuto appoggiare in ogni momento. Avere questa profonda consapevolezza ha evitato che io mi perdessi anche nei momenti peggiori della mia vita adolescenziale e poi da giovane adulto. Quando per dieci anni risiedetti in Toscana, non ci sentivamo troppo spesso, sempre per quella forma di pudore che fa mantenere le distanze da chi è troppo adulto per essere salvato. E invece in questa nostra apparente separatezza stava il segreto della salvezza reciproca, che non esulava dalla franchezza quando ce n’era bisogno.
Le ultime parole che udii dalle sue labbra le rivolse senza guardarmi neppure in faccia, quasi vergognoso di mostrare il suo stato. Difetto di fabbrica, a quanto pare. Perché in quel suo comportamento vidi qualcosa di familiare, deja vu.
Presentiva la morte quasi avesse già disceso il crinale fino in fondo. Nel suo letto sdraiato su di un fianco quel 28 dicembre dell’anno scorso, dopo essere caduto la mattina presto mentre ritornava dolorante e zoppicante nel suo letto per via di un virus che lo aveva colpito e che poi fatalmente precipitò le cose, alla domanda di mia madre, il  più  banale dei “come va?”, io le risposi “bene”. La sua reazione fu: “allora siamo a posto” come mille altre volte glielo avevo sentito pronunciare, tra lo strafottente e il rassegnato.
Quelle furono le ultime parole che sentii pronunciare dalla sua voce. Che non rivolse direttamente a me. Piuttosto, sdegnoso, si rivolgeva alla vita che lo stava fottendo.

E’ per emulare mio padre che ho praticato sport fino da bambino. Ma non ho mai chiesto una sola volta di essere accompagnato in piscina o al campo. Nè lui mi ha mai imposto la sua presenza. Di questo, non so il perché ma vado orgoglioso.
E’ per evitare di dover subire l’umiliazione di una preparazione culturale imperfetta che mi sono laureato. Lui queste cose le capiva e aveva solo la terza elementare.
E’ da lui che ho ricavato l’orgoglio che mi tiene la schiena dritta dinanzi agli inganni della vita.
E’ da lui che ho appreso che per accorgersi di un sopruso non c’è bisogno di aver studiato, ma per opporvisi con efficacia, sì.

———-

Il 12 dicembre, tre giorni dopo la prima embolizzazione, mi avevano trasferito nel reparto riabilitativo, sempre nel complesso di Santa Corona. Era un reparto vecchio, malandato, dove appresi per la prima volta che cos’è il disprezzo. Io ero il più giovane. Da lì a poco perdetti questo triste primato. Ne arrivò uno di soli 36 anni, nelle mie stesse condizioni.
Le palestre in compenso erano nuove. Data la gravità del mio caso, venni preso in consegna dalla fisioterapista più esperta del team. Avevo la gamba destra immobile, anche il braccio non dava segni di vita e bofonchiavo qualcosa appena.

Non appena lo vidi entrare dalla porta, non piansi. Era la cosa che temevo di più potesse accadermi. Quindi, lo salutai. Lui disse che in due mesi sarebbe ritornato tutto come prima. Lo disse sicuro, senza iattanza.
Come se la cosa non lo riguardasse. Ed era esattamente quello che mi sarei aspettato da lui perché non fosse inopportuno. Troppo interesse mi avrebbe disturbato. Lo sapeva.
Era mio padre.

All’inizio fu la parola ( I )
Pensare (e non capirci più niente) ( II )
I beati mesi della cistite ( III )

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Giovedì, 14 Marzo 2013

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I beati mesi della cistite

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 11:26

Se c’é una cosa che ho imparato da questa quasi tragedia, é ad avere pazienza. A volte mi sorprendo per quanta ne ho dimostrata, dopo averla ricevuta in dono.

Le contrazioni e gli spasmi che per tre mesi hanno inflitto una terribile punizione al mio inguine per essermi buscato una cistite dagli effetti devastanti, sono stati di gran lunga i mesi più duri della mia vita. Eppure né ora, nè prima ne ho avuto il terrore. Non mi sono lasciato impressionare. Anche dopo aver contratto un’ernia.
Il “Proteus mirabilis” - nome suadente con il quale si indica un batterio multiresistente installatosi nelle mie vie urinarie per effetto di un uso prolungato del catetere - mi ha letteralmente cambiato la vita.
In meglio e in peggio. Dopo avere provato a combatterlo per due volte con una cura a base di antibiotici, mi sono dovuto arrendere all’evidenza: il batterio invece di perdere di efficacia ne usciva vieppiù rafforzato.
E’ inziato da qui il mio personale calvario.

Ho imparato a soffrire in silenzio, quasi di nascosto. Ogni volta che avvertivo l’imminente arrivo di un attacco, mi preparavo piegandomi in due. Era l’unico modo che avevo per avvertire gli eventuali visitatori di quello che mi stava accadendo, essendo impossibilitato a utilizzare il linguaggio in modo comprensibile. E non avendo più parole per esprimere la sensazione di disagio in cui mi trovavo. Uno, due, tre spasmi all’inguine progressivamente più dolorosi, un bruciore lancinante e poco prima di urinare nel pannolino - un’autentica liberazione - un numero imprecisato di contrazioni. Qualora mi trovassi in palestra avevo un modo involontario per avvertire i fisioterapisti: l’irrigidimento dell’arto inferiore destro. Involontario perché non avevo controllo sul verificarsi dell’evento. Un po’ come capita allorquando pigio due volte lo stesso tasto, battendo due volte la stessa lettera.
L’evento si ripeteva nelle stesse modalità almeno venti volte al giorno. E per tre lunghissimi mesi ho dovuto fare buon viso a cattiva sorte.
Non che io abbia potuto evitare di dare fondo al mio peggior carattere, inscenando per due giorni uno sciopero della fame (e delle medicine), minacciando la dimissioni volontarie nel caso che i medici non avessero posto un rimedio, ma questo almeno ha attirato l’attenzione sulla gravità del mio caso, e ha finalmente posto le basi per la somministrazione di un farmaco che si rivelerà “salvifico”.
Già perché la delusione provocata dai rimedi della medicina tradizionale ha dato una svolta al decorso della malattia. Infatti, l’azione combinata di un farmaco omeopatico, suggeritomi dalla mia fidanzata, e dell’ennesimo farmaco di medicina tradizionale, impostomi dal medico, hanno fatto scomparire le contrazioni, gli spasmi e il bruciore.

Il batterio sopravvvive ancora nel mio organismo. A quattro mesi dalla sua comparsa. Ha lasciato sul campo, esanimi, la paura e l’impazienza. Ha reso non più stoica la mia pazienza, ma la ha dato un senso. Verso una più compiuta forma di felicità.
E tutto questo senza coinvolgere il mio lato più cerebrale. E’ stato abbandono, vera forza sgorgata dalle viscere del mio corpo e della mia mente. Ho fatto tesoro di quella serenità che mi venva in soccorso durante le pause tra un attacco e l’altro.
Non mi sono detto nulla. Né ho rimuginato tra me e me, come ero solito fare nei momenti di maggior tensione. Ho deciso, o forse no, agevolato dalle mie condizioni cerebrali del momento, di lasciar perdere. Le mie rimostranze verso la malattia lasciavano subito il campo al caffè del momento, alla scorta di acqua che dovevo fare per il giorno dopo, al dvd che ancora dovevo vedere.
Tutto era sullo stesso piano. Gioia e dolore. Momenti di speranza e momenti di sconforto. Mente e cuore.
Poi mi hanno messo in piedi. E tutto ha cominciato a girare per il verso “giusto”.

All’inizio fu la parola (I)
Pensare (e non capire più niente) (II)

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Mercoledì, 13 Marzo 2013

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Pensare (e non capirci più niente)

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 22:51

All’inizio fu la parola ( I )

Ricordo distintamente che durante le giornate, precedenti l’utilizzo del portatile, immobile e senza forze in un letto, gli esercizi di memoria, pensiero e ginnastica facciale assorbivano grande parte del mio tempo.
Cercavo uno specchio per guardarmi in faccia.
Mai come in quei giorni mi sono guardato allo specchio, o per lo meno ho tentato di farlo.
In camera calda ne avevo uno alla mia destra, ma dovevo alzarmi sui gomiti quel tanto che bastava per potermi guardare. Non ci riuscivo. Non potevo alzare la schiena e le spalle sembravano pesare un quintale. Anche l’impedimento dei fili delle flebo (due) e il catetere non mi rendevano agevole il movimento.
E soprattutto nascondevano  il vero problema: l’emiplegia aveva colpito anche la schiena.
Continuavo a vivere le emozioni più profonde con una placida e surreale serenità: ero pieno di tranquillanti.

Volevo vedere se alla sensazione di ammaccatura che mi avvolgeva il volto, effettivamente corrispondessero dei segni. Volevo verificare se in definitiva mi era rimasta  la faccia storta.
Avevo un’insensibilità al cavo orale, compresi i denti, e alla bocca, che si spingeva fino alla laringe, lambendola.
La mia bocca si impose ben presto all’attenzione del sottoscritto.
Con la parte destra del corpo immobile, senza parola, la bocca, per un mese fu la base dello stato di avanzamento del mio stato di salute.
Mordevo dentro, di lato, di fuori; succhiavo i pori delle labbra per misurare la costanza della mia momentanea insensibilità; schioccavo le labbra, giravo di scatto la testa verso destra perché mi ero accorto che da quel lato vedevo sfumato, tiravo verso l’alto le guance fino a far diventare gli occhi larghi come due fessure: avevo una voglia disperata di guarire.

Quando finalmente approdai in camera 3, cioè nella camera singola, avevo gli specchi laterali più prossimi, quindi potevo sporgermi riuscendo a vedere meglio la mia espressione.
Con mia sorpresa non si vedeva nulla.
Allora presi a strabuzzare gli occhi e in effetti si vedeva che il sopracciglio destro si alzava meno del corrispondente sinistro. Ancora non ho capito se l’evento traumatico abbia comportato il minor inarcamento del sopracciglio destro, oppure se era così da sempre, perché adesso quando mi guardo allo specchio tutte le mattine non ci penso più. Svanendo l’insensibilità generale in bocca a mano mano svaniva anche la curiosità di guardarmi in faccia per cercarmi i segni del trauma.

(continua)

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All’inizio fu la parola

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 1:15

I primi tempi era un disastro. Sapevo dove ero finito e mi avevano spiegato anche il perché.
Il giorno dopo durante la visita dei parenti, piansi. Quella fu la prima e ultima volta.

Quando mi venne consegnato un portatile e provai a farlo funzionare, cominciarono le ansie, ma pure ripresi a vivere.
Erano passati solo una decina di giorni da quel 18 novembre 2011, data in cui caddi a terra come corpo morto cadde, appena iniziata la routine in palestra.
E ora mi avevano finalmente cambiato di camera.

Da lì a poco avrei subìto la mia prima embolizzazione. Ne avrei subìte in tutto tre.
L’intervento, in parole povere, consiste nel passaggio attraverso l’arteria femorale di un micro catetere con destinazione la fistole esplosa nel cervello e con il successivo rilascio di una sostanza dal nome esotico - onyx - per mezzo della quale si chiudono i vasi sanguigni ancora aperti dall’emorragia.
Ero finito in una camera singola, dopo essere stato parcheggiato fin dal primo giorno di ricovero in camera calda, un luogo popolato da gente urlante e lamentosa che invidiavo - ne ho invidiata tanta da quel momento in poi - perché scandiva bene le parole.
La mia fistola (in gergo si dice FAVD, che sta per fistole arterio venosa durale) era una sacca di sangue, probabilmente di natura congenita, totalmente asintomatica localizzata nella parte lobo frontale del cranio, quindi regolatrice del controllo emotivo, della funzione sociale, del funzionamento del linguaggio e dei movimenti volontari del corpo.

E con il personal computer mi sembrava di ritornare a delle funzioni intellettive minime, tollerabili. Soprattutto potevo non pensare. E così la richiesta venne accolta da un cenno del mio capo.
L’unico modo che avevo di dire ciò che volevo e desideravo o di manifestare approvazione o disprezzo era rispondere alle domande con un sì o con un no.
E spesso mi confondevo.

————

Tutto sommato era una sfida accettabile. E poi programmavo di vedere tutti i film della mia collezione in dvx e dvd, per lo più frutto di serate tirate tardi in compagnia di emule e torrent.
Quindi il desiderio di ascoltare e vedere avrebbe avuto la meglio su tutto il resto.
Dovevo vederne quasi 250; ne avrei visto pochi di più, compresi quelli presi in prestito da mia sorella presso amici. Di tempo ne avrei avuto quanto ne volevo.
E avrei potuto contare su un alleato insospettato, perché di insonnia non avevo mai sofferto. Mentre adesso implacabilmente si mangiava gran parte delle mie notti. Tanto è vero che dovetti correre ai ripari.

Ho riflettuto poi sul fatto che i primi due mesi e mezzo abbia voluto vedere solo films e non, per esempio leggere. Ho concluso che le ragioni vere della mia scelta non erano dovute solo al fatto che leggere avrebbe comportato un livello di concentrazione che non mi potevo ancora permettere e neppure perché la lettura -comportando di per sé il movimento da sinistra verso destra degli occhi e quindi il ricordo e la comprensione di quanto letto in precedenza - cosa che mi riusciva particolarmente difficile imbottito com’ero di calmanti - mi era particolarmente ostico affrontare, ma  perché, pragmaticamente, ero spinto verso l’immagine filmica dalla mia afasia.
In pratica facevo solo quello che mi riusciva facile.

Perdere la parola, quando questo si configura come un evento neurologico e non psicologico, è l’evento traumatico che ha segnato e forse segnerà per sempre la mia vita. Anche più della paralisi di una parte del corpo, nel mio caso la destra, quella che usano la maggior parte degli uomini.
E’, anzitutto, uno stare in gabbia che si accentua ancor più insieme con lo stato di emiplegia che ti inchioda in un letto.
Sapete quanto pesa una gamba? un braccio? beh, la lingua che incespica  e non trova le parole non pesa nulla, ma non poter più dire né buongiorno, né buonasera senza che non si oda la differenza e la difficoltà nella pronuncia, è la più assoluta delle vergogne. Storpiavo quelle poche parole che riuscivano a uscire dalla mia bocca, la pronuncia era per lo più incomprensibile. Ricordo che a un certo punto assunsi una caratterizzazione teutonica, ma dicevo forte e chiaro solo: grazie.
Quando non mi affioravano le parole alle labbra, letteralmente mi sfuggivano. Io le inseguivo, ma nella fretta di chiudere la frase era tutto un balbettio, in cui praticamente crollavo sopra la frase che stavo pronunciando. Il pensiero si bloccava perché non trovava le parole per esprimersi. Era un gioco a rimpiattino tra le parole e i pensieri in cui perdevo solo io. Ogni volta che pensavo dovevo trovare delle strategie diverse per poter parlare, ma semplicemente non ne esistevano.

————–

Volli provare perché avevo netta la sensazione che non mi ricordassi più nulla delle funzioni più elementari del pc.
Tanto per cominciare dovevo accendere il portatile. E fino lì filava tutto liscio.
Il difficile iniziava con il passo successivo.
Dovevo digitare la password perché il disco fisso era bipartito e la password di accesso alla parte di mia competenza era protetta. La password non la ricordavo, ma è bastato una sola ripetizione e l’ho subito memorizzata. Ricordo perfettamente la sensazione di totale smarrimento in cui mi trovai quando decisi di passare alle funzioni di windows.
Ora, digitata la password, bisognava dare l’invio per accedere al sistema operativo, ma non ricordavo come si facesse.
Quando entrai nel sistema operativo avevo la sensazione che tutto doveva essere fruibile e questo mi terrorizzava perché non sapevo come si facesse, eppure ricordavo di averlo saputo.
Una volta.

(continua)

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Giovedì, 7 Marzo 2013

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Legàmi

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 11:22

Tra le tante amare scoperte che ho fatto in questo ultimo periodo c’è la constatazione della nostra sesquipedale fragilità dinnanzi al dolore.
E conseguentemente il liquefarsi di relazioni e l’affermarsi di altre.
Il dolore di cui parlo io è chiaramente quello che è conseguenza di un cambio sostanziale di vita, magari temporaneo, però indefinito nella durata.

Non si cambia forse ogni giorno? Non è forse vero che nulla è permanente?
Sì, però un conto è raccontarsi questa favoletta dal sapore vagamente buddista intorno a un tavolo con la torta di mele servita di tutto punto e la coca cola in un bicchiere, un altro paio di maniche è fare i conti con il cambiamento che avviene con dolore e che è destinato a segnare per sempre la tua vita.
E se nell’accettazione del dolore altrui, misuriamo la capacità di accettare il nostro, tutto torna.

Ci sono infatti dolori che si lasciano sopportare meglio e altri con i quali non riesci a fare i conti.
Da quando sono diventato buddista è proprio alle cose, agli atteggiamenti, ai comportamenti e ai dolori che mi riesce difficile sopportare, che guardo con maggior attenzione.
Li avvicino con cautela, li esamino, li scruto con curiosità fino a farmeli diventare amici, per poi lasciarli andare a riporsi dove meglio credono.
E’ un lavoro lungo, senza tregua, ma che è più di un’avventura della mente.
Ogni tanto ti avvedi che intorno a te tutto si fa più chiaro.
Il dolore che provi è liberazione.
La gioia che sopravviene è liberazione.
Gli opposti si toccano e nulla è più come prima.

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Sabato, 23 Febbraio 2013

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Mattinata d’inverno

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:35

Mi capita spesso di tremare quando sono coinvolto in una discussione emotivamente impegnativa.
E patisco di più il freddo.
Quindi, oggi sembro una foglia al vento.
Provo a smettere di tremare. Sbatto impercettibilmente gli occhi per lo sforzo.
(Saranno gli effetti collaterali dei medicinali che prendo).

Il tremito è sempre accompagnato da un senso di vertigine che mi fa piombare per qualche secondo nella condizione in cui si approssima un mancamento, un malore.
E’ la forza dell’immaginazione che si mette in allarme.
Il chè, in qualche modo acuisce il mio senso di fragilità.

Tutto, al contempo, mi sembra più chiaro.
Anche le pene degli altri, oltre che le mie.
Non è generico spleen, è piuttosto consapevolezza estrema che tutto quello che faccio io ora, e che fanno i miei coetanei ora, comprese le idee, le emozioni che non posso fare a meno di provare, alla mia morte svaniranno nel nulla.
Cerco leggerezza, senso del vacuo e assenza di pensiero.

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Giovedì, 7 Giugno 2012

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L’attesa

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 16:08

Se non avete mai atteso una cosa per tanto tempo, non potete immaginare che cosa prova un latitante come me.
Per la seconda volta sono nelle mani dei tecnici. E non sono quelli di Monti. Per fortuna.

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Venerdì, 1 Giugno 2012

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Un’altra volta in ospedale

Archiviato in: Esistenza — francesco @ 12:13

Che cosa volete che vi dica… la prossima volta che uscirò da un’ospedale mi precipiterò ad accendere un cero al Buddha (sperando che non si offenda) per essere nelle condizioni di sventare un nuovo ricovero.
Buddha protettore dei femori.

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